Il Cantico

Riflessioni dell’Autore

S.E. Mons. Mario Toso

img80 (1)Sul rapporto cattolici e politica occorre premettere alcune considerazioni. Ciò è necessario perché non pochi oggi, specie dopo le votazioni del 4 marzo 2018, ritengono che tale rapporto ponga una questione inutile e superata, in quanto il voto dei cattolici non esisterebbe più. Se non esiste, perché interrogarsi ancora? Ma è proprio così? Incominciamo, allora, col considerare alcune recenti affermazioni. Qualche illustre professore universitario ha affermato candidamente che il voto dei cattolici non esiste più perché la Democrazia cristiana è morta e sepolta. Così, alcuni, come Adriano Sofri, si sono affrettati a dire, proprio in coincidenza con il tonfo elettorale del PD dei mesi scorsi, che insieme a tale partito è sprofondato anche il cattolicesimo sociale. A fronte di simili affermazioni è facile dire, senza perdersi in infiniti ragionamenti e disquisizioni, che sinché sulla faccia della terra esisterà un solo cattolico ci sarà anche il voto cattolico, comunque venga speso. Il cittadino cattolico non può essere diviso in due, anche se in lui la fede va distinta, non separata, dal voto. Ciò premesso non è assolutamente inutile interrogarsi sul rapporto tra cattolici e politica, come si farà qui, presentando il saggio del sottoscritto (M. TOSO, Cattolici e politica, Società Cooperativa sociale Frate Jacopa, Roma 2018).
A fronte di fenomeni come il populismo e gli oligarchismi, che stravolgono la politica e la stessa democrazia, i cattolici odierni sono in grado di partecipare in maniera significativa ed incidente nel dibattito pubblico e nei parlamenti? Sono ancora in possesso, come avvenne in passato, di una cultura politica capace di affrontare le principali questioni relative alla crisi della politica e della democrazia, per poter offrire un valido apporto alla sua soluzione e alla realizzazione del bene comune? Non pochi osservatori del mondo politico sono giunti ad affermare, dopo le votazioni del marzo scorso, che queste hanno segnato il definitivo tramonto del movimento politico cattolico. I cattolici mostrano un certa rilevanza nel mondo sociale dell’assistenza, una buona presenza sul piano politico locale, ma appaiono praticamente ininfluenti sul piano politico nazionale. Siedono magari in parlamento, in uno o l’altro schieramento, ma sono disarticolati fra loro, frammentati. In altri termini, non appaiono in possesso di un progetto culturale organico e non dispongono di una base sociale organizzata in un nuovo movimento sociale e politico capace di supportarlo.

Quale la soluzione rispetto a questo stato di cose?
Quanto detto obbliga, senz’altro, alla riconsiderazione del rapporto tra cattolici e politica, alla sua ricostruzione in un certo modo. Peraltro, gli ultimi pontefici hanno più volte sollecitato un nuovo impegno dei cattolici in politica. Varie questioni ed appuntamenti cruciali per il futuro del nostro Paese, non ultimo lo sfascio della politica, che è fondamentalmente caratterizzata da una crisi antropologica, etica e culturale di proporzioni colossali, inducono a pensare che non si può dilazionare la suddetta riconsiderazione. Occorre, forse pensare, più che a formare precipitosamente dei nuovi partiti ad ispirazione cristiana (cosa che non è proibita, anche se attualmente non sembra che ci siano le condizioni socio-politiche ed ecclesiali sufficienti), ad impegnarsi piuttosto sul piano culturale ed educativo.
Ciò che manca per le varie anime del mondo cattolico è un progetto culturale politico organico, capace di coagulare laicamente energie e forze anche liberali e di uomini di buona volontà, attorno a un progetto buono di Paese e di Europa.
Esso va elaborato a partire dall’analisi delle res novae confrontandole con la progettualità aggiornata offerta in particolare dalla Dottrina sociale della Chiesa, attraverso anche il Compendio (cf PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004). E, insieme, manca un mondo sociale che, come accennato, se ne faccia effettivamente portatore, sperimentatore, costituendosi in una rete o in un forum che fa incontrare, unifica e genera processi.
Riassumendo, prima di tutto occorre ripensare la formazione alla vita politica, non dimenticando la vita spirituale che alimenta l’azione e le competenze che servono a quest’ultima. Poi, occorre mettere in rete i cattolici che stanno amministrando i territori, costruire – diciamola così – una casa, un luogo in cui il mondo cattolico organizzato, tra cui l’associazionismo, si possa per lo meno incontrare e confrontare.Altrimenti i suoi cento orticelli associativi, per quanto rigogliosi, non faranno mai un ettaro di terra. L’idea che oggi si possa creare qualcosa di nuovo sul piano politico partendo solo dalle singole persone e non da movimenti rinnovati dal basso è una illusione. Il ruolo dei corpi intermedi è essenziale. Poiché le élite di tradizione cristiano popolare, della tradizione liberale e di quella socialdemocratica appaiono fortemente in crisi, occorre proprio ricostruire una volontà politica a partire dal basso, in particolare da soggetti sociali che dicano la loro e si mobilitino sulle grandi questioni politiche nazionali ed internazionali, come anche su quelle europee. Solo nuovi movimenti, resi protagonisti dalla novità del pensiero e dalle urgenze della storia, potranno assumere un ruolo protagonista o non lo farà nessuno. I singoli per poter incidere ed essere rilevanti nel costruire il futuro non potranno esimersi dall’imboccare la via dell’associazionismo, che è anche via privilegiata alla democratizzazione del sociale.

Nel saggio che questa sera si presenta, più che altro per provocare una riflessione, senza la pretesa di offrire ricette, non si difende l’idea di un partito cattolico. Peraltro, un partito cattolico non è mai esistito e non dovrebbe esistere. Lo ha spiegato molto bene don Luigi Sturzo nel secolo scorso. Egli scriveva che la religione è universale, la politica è parziale, e quindi non ci dev’essere confusione dei piani. Sturzo è stato contro il partito cattolico e contro l’idea di uno Stato cristiano.
Così, non è mai esistito un partito cattolico se si pensa che la DC lo fosse. La DC non era un partito di soli cattolici. Anche nel saggio non si parla di partito di soli cattolici, nell’eventualità che i cittadini cattolici decidano di fondare un partito. Si parla di un eventuale partito di ispirazione cristiana, comprendente uomini di buona volontà, uomini di tradizione liberale ma cultori della giustizia sociale, cattolici, credenti protestanti o appartenenti ad altre religioni, ossia di un insieme di cittadini convergenti su una piattaforma di beni-valori condivisi. Né diaspora né partito unico. Bensì nuove forme di partecipazione politica, riformando seriamente gli attuali partiti. Non c’è democrazia che possa fare a meno dei partiti, se si vuole favorire la partecipazione popolare alla gestione della vita politica.

Nel saggio si parla, tra l’altro, di alcune cause dell’ininfluenza ed irrilevanza dei cattolici, come anche della teoria della diaspora, che, al lato pratico, ha contribuito alla dispersione e alla inefficacia sul piano politico, facendo regredire gli stessi cattolici in una specie di analfabetismo politico. Da più punti di vista la teoria della diaspora appare politicamente assurda, perché il bene comune e i vari beni politici vanno conseguiti collaborando insieme; perché l’unità sui valori è prima di ogni pluralismo, di ogni diaspora: l’unità è la sola a consentire al pluralismo di essere non solo legittimo, ma auspicabile e fruttuoso; perché la teoria della diaspora implica debolezza teorica e pratica. Per un verso, essa comporta che i cattolici si rassegnino ad essere minoranza ovunque essi si trovino inseriti e quindi accettino di scomparire politicamente, proprio come l’immagine del lievito lascia intendere (cf Stefano Zamagni). Col risultato che, poiché nelle democrazie vige la regola procedurale del principio di maggioranza, chi è minoranza mai potrà vedere accolte le proprie istanze. Bel paradosso, davvero!
I cattolici entrano nei partiti per far avanzare un progetto politico che dice della loro identità, pur sapendo che mai riusciranno a farlo valere. Per un altro verso, fa cadere i credenti in una imperdonabile ingenuità che denuncia la totale non conoscenza di quanto insegnano i cosiddetti modelli a massa critica. Detto altrimenti: un progetto di legge che propone, tutela e promuove valori umani fondamentali, viene approvato in Parlamento e nel Senato solo se ottiene l’appoggio di gruppi maggioritari.
Diversamente, l’iter legislativo collassa. Stando così le cose, determinate matrici culturali, tra le quali quella di ispirazione cristiana, non riuscirebbero mai ad esprimersi e ad affermarsi adeguatamente a livello politico. Tutte le altre grandi matrici culturali e ideologiche presenti nel nostro paese, a cominciare da quella neoindividualistica e libertaria, da quella tecnocratica ed utilitarista avrebbero la possibilità di esprimersi e di confrontarsi dialetticamente sulla scena politica, eccetto la matrice di pensiero cattolico! I cattolici, «per dire la loro» dovrebbero, fra l’altro, bussare all’una o all’altra porta, di questo o quel partito, con l’esito pratico di essere difficilmente ascoltati e di finire a portare acqua al mulino altrui, con una sudditanza culturale squalificante.

Si richiede ben altro apporto dei credenti e degli uomini di buona volontà. Solo essi, mediante umanesimi di ispirazione cristiana, alimenterebbero quell’etica laica che è fondamentale per mantenere la politica entro un alveo culturale conforme alla retta ragione e condividibile da tutti. Oggi, purtroppo, a destra e a sinistra, fatta eccezione per la carta costituzionale, impera un’etica laicista o libertaria, come dimostrano chiaramente i vari progetti di legge approvati, relativi al divorzio breve, alle unioni civili, alla legge del bio-testamento, alla liberalizzazione della droga, alla persistenza del mercatismo. Un’etica laicista e libertaria sembra essere prevalente anche nel progetto di legge attualmente in discussione nell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna contro l’«omotransnegatività» e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.
Un tale progetto di legge, oltre che essere incostituzionale e di non competenza della Regione, per combattere alcune discriminazioni relative all’orientamento sessuale e all’identità di genere, senz’altro condannabili, finisce per istituire nuove gravi discriminazioni nei confronti di opinioni e libertà di espressione, che vanno rispettate anche quando le idee non collimano con le proprie. Il suddetto progetto di legge rappresenta una proposta dannosa per la libertà d’opinione che verrebbe proibita per coloro che non condividono un tale progetto, mentre chi godrebbe di libertà sarebbero solo coloro che lo propongono. Inoltre, include il rischio di qualificare le persone lgbt come una categoria sociale bisognosa di protezione mentre le altre categorie non l’avrebbero. Prevede attività di formazione nella scuola a contrasto degli stereotipi senza che si dichiari di tutelare un effettivo pluralismo, senza garantire il ruolo educativo e la libertà di scelta delle famiglie. Non esplicita una condanna ferma e decisa della pratica della maternità surrogata (dell’utero in affitto).
Ma la cultura personalista, patrimonio dei credenti, dovrebbe essere anche resa presente nell’attuale dibattito politico che si ripropone la riforma dell’Europa, attualmente guidata dalla cultura sottostante al Manifesto di Ventotene, ossia una cultura eclettica, relativistica, laicista.
Quanto accennato sembra sufficiente a motivare l’impegno per una rinnovata presenza dei cattolici in politica, a dispetto della fallace teoria della diaspora, in vista della promozione di un nuovo umanesimo integrale, relazionale, aperto alla Trascendenza.

S.E. Mons. Mario Toso
Vescovo di Faenza-Modigliana

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