Il Cantico

Lucia Baldo

SALUTO ALLE VIRTÙ

Ave, regina sapienza, il Signore ti salvi con tua sorella, la santa e pura semplicità. Signora santa povertà, il Signore ti salvi con tua sorella, la santa umiltà. Signora santa carità, il Signore ti salvi con tua sorella, la santa obbedienza. Santissime virtù, voi tutte salvi il Signore dal quale venite e procedete. Non c’è assolutamente uomo nel mondo intero, che possa avere una sola di voi, se prima non muore [a se stesso]. Chi ne ha una e le altre non offende, tutte le possiede, e chi anche una sola ne offende non ne possiede nessuna e le offende tutte. E ognuna confonde i vizi e i peccati. La santa sapienza confonde Satana e tutte le sue insidie. La pura santa semplicità confonde ogni sapienza di questo mondo e la sapienza della carne. La santa povertà confonde la cupidigia, I’avarizia e le preoccupazioni del secolo presente. La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli uomini che sono nel mondo e similmente tutte le cose che sono nel mondo. La santa carità confonde tutte le diaboliche e carnali tentazioni e tutti i timori carnali. La santa obbedienza confonde tutte le volontà corporali e carnali e ogni volontà propria, e tiene il suo corpo mortificato per l’obbedienza allo spirito e per l’obbedienza al proprio fratello; e allora l’uomo è suddito e sottomesso a tutti gli uomini che sono nel mondo, e non soltanto ai soli uomini, ma anche a tutte le bestie e alle fiere, così che possano fare di lui quello che vogliono per quanto sarà loro concesso dall’alto dal Signore (FF 256-258).
S. Francesco d’Assisi

La sapienza negli scritti di S. Francesco è un termine che ricorre molte volte. In particolare nella preghiera “Saluto alle virtù” essa è investita di una dignità regale che la pone in primo piano tra tutte le virtù.
Questo ruolo primario le era già stato assegnato dai Libri Sapienziali nell’Antico Testamento oltre che da eminenti personaggi dell’antichità, come lo stoico Cicerone che considerava la sapienza “la prima di tutte le virtù”.

Dall’“albero della scienza del bene e del male” all’“albero della vita”
img14S. Bonaventura interpreta l’“albero della scienza del bene e del male” (Gn 2,9) come metafora delle scienze insegnate dai filosofi.
La filosofia, per il pensatore francescano, è “scienza del bene” nei grandi filosofi come Platone, Plotino, ma soprattutto in Socrate il quale “accorgendosi che non si può salire alla sapienza se non mediante la pratica delle virtù, si dedicò all’insegnamento di queste” (San Bonaventura, La Sapienza cristiana. Le Collationes in Hexaemeron, Jaca Book, p. 12). Ma la filosofia, per S. Bonaventura, è anche “scienza del male”. Pensiamo al materialismo che con vari nomi attraversa il pensiero di tutti i tempi. Per esempio al tempo di S. Bonaventura il materialismo si identificava con l’“averroismo aristotelico” che negava “radicalmente le verità fondamentali del cristianesimo, come l’immortalità dell’anima, la provvidenza, il peccato, il premio e il castigo eterno” (ibidem).
Non è forse questo il linguaggio dell’uomo del nostro tempo che prende in considerazione solo ciò che è verificabile attraverso i sensi materiali, con la conseguenza di bandire Dio dalla sua vita per liberarsi da ogni vincolo che egli ritiene di ostacolo alla libera espressione del suo pensiero?
Ma la denuncia bonaventuriana riguarda anche i filosofi “nobili”, come Platone e Plotino, i quali hanno ignorato il mondo degli affetti umani e “non hanno insegnato che gli affetti hanno bisogno di essere sanati, ordinati e rettificati. Essi hanno ignorato la malattia dell’uomo, la sua causa, il medico, la medicina” (ibidem). È Cristo, il medico, l’“albero della vita” (Gn 2,9) senza il quale non si possono risanare gli affetti e non si può avere in se stessi la sapienza.
Le Collationes in Hexaemeron, l’ultima opera del grande pensatore francescano, sono un invito rivolto ad ogni cristiano a passare dall’albero della scienza del bene e del male a Cristo, l’albero della vita, inteso come “centro di significato per la vita”,come il medico che “ridà al mondo il senso” (S. Bonaventura, ibidem, p. 14). “Il cristiano, ammonisce S. Bonaventura, non abbandoni mai questo centro di salvezza, che è centro di umiltà, assolutamente necessario per avere la misura di se stessi” e per potere “salire di virtù in virtù” (ibidem).

La sapienza del mondo e la sapienza di Dio
Il termine “sapienza”, oggi poco usato, indica un dare “sapore” (dal latino medievale “sapio”), un partecipare alla realtà. Tuttavia questo termine non è univoco, poiché si trova sul crinale di due sensi diversi: da un lato il senso dato dalla sapienza del mondo o della carne e, dall’altro, quello dato dalla sapienza di Dio o dello spirito (cf Rm 8,5-8). Il primo indica un partecipare affettivamente al mondo, ponendo in esso il senso della vita che dà felicità. Il secondo indica una partecipazione affettiva, personale che trova il senso di questa vita oltre questo mondo.
S. Francesco preferisce usare il termine “sapienza” (riportato ben venti volte nei suoi Scritti) piuttosto che il termine “scienza” (“scire” richiama “scure”= dare un taglio netto), perché ritiene che la sapienza non sia una dottrina, “se lo fosse, i dotti sarebbero i soli a possederla, e i semplici non potrebbero mai acquisirla, mentre la preghiera “Saluto alle virtù”, personalizzando le virtù, dice che la “santa semplicità” è “sorella” della “regina sapienza”.
La sapienza per S. Francesco è un rapporto della persona col Figlio di Dio, è l’avere il Figlio di Dio in se stessi; il che si attua non sul piano del puro conoscere, ma col ricevere il corpo e il sangue di Cristo e con l’operare il bene” (V.C. Bigi,
La cura del sapere nelle fonti francescane
, Edizioni Porziuncola, p. 15). Nella V Ammonizione il Santo di Assisi chiama anche il corpo a partecipare al mistero di Dio, rifiutando uno spiritualismo astratto che riduca Dio a un’idea e non incida sul corpo dell’uomo: “Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo e a similitudine di lui secondo lo spirito” (FF 153).
Per S. Francesco la sapienza consiste nel ricuperare in se stessi e nel rapporto con gli altri, il corpo di Cristo, campo espressivo del divino sulla terra. E la penitenza è il cammino indispensabile per rendere il corpo “immagine”, trasparenza del corpo di Cristo.

Espropriarsi della propria volontà
S. Francesco interpreta l’atto di mangiare il frutto dell’albero della scienza del bene nel Paradiso terrestre, come un appropriarsi del bene fatto: “Mangia, infatti, dell’albero della scienza del bene colui che si appropria della sua volontà e si esalta per i beni che il Signore dice e opera in lui; e così, per suggestione del diavolo e per la trasgressione del comando, è diventato per lui il frutto della scienza del male. Bisogna perciò che ne sopporti la pena” (FF 147).
Tale appropriazione è un ripiegarsi della volontà su se stessa senza farla tornare a Dio, senza riconoscere che le opere buone che noi compiamo non sono nostre, ma di Dio. S. Francesco nella preghiera “Saluto alle virtù” contrappone alla sapienza del mondo la “santa sapienza” che “confonde Satana e tutte le sue insidie” (FF 258).
Per sapere se la nostra sapienza è autentica, secondo l’insegnamento di S. Francesco, dobbiamo chiederci se vogliamo ricevere la ricompensa del bene compiuto, se aspiriamo al possesso del nostro volere o se vogliamo fare la volontà di Dio, come Cristo, “vera Sapienza del Padre” (FF 203), che è venuto per compiere la volontà del Padre, non la sua. La sapienza è, dunque, autentica se è un ridonare continuamente a Dio noi stessi.
A S. Francesco non interessa tanto il che cosa, quanto il come ha compiuto un’azione. Non gli basta non aver commesso un atto oggettivamente malvagio, ma si chiede se ha compiuto male un’azione buona.
Per lui nel come si scava l’abisso delle due sapienze: quella del mondo o della carne (termine che mantiene un valore negativo) e quella dello spirito, nella quale il corpo, luogo in cui sono iscritti tutti i problemi dell’uomo, lungi da ogni forma di estetismo e di edonismo, assume un valore positivo nella misura in cui ricorda le azioni di Cristo. Pensiamo ai lebbrosi dai quali S. Francesco inizialmente rifuggiva e che incomincia ad avvicinare e ad amare dal momento che riconosce in essi i tratti del volto e del corpo di Cristo martoriato sulla croce.

ISSN 1974-2339

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