CHE COS’È LO STATO VEGETATIVO? STATO VEGETATIVO E COMA SONO SINONIMI?

La scienza esorta alla cautela | ilcantico.fratejacopa.net

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Innanzitutto proviamo a definire il concetto di “coscienza”. Come sappiamo, sono numerose le discipline che hanno affrontato il tema della “coscienza”, dalla filosofia alla teologia, dalla psicologia alla letteratura. Anche in ambito scientifico, sono numerose le definizioni che si sono susseguite nel tempo. Oggi possiamo utilizzare la seguente: “la coscienza è informazione integrata fra stati interni (consapevolezza di sé) e stati esterni (consapevolezza dell’ambiente)”.
La coscienza ha due componenti essenziali: la vigilanza e la consapevolezza, in cui la prima è conditio sine qua non perché si realizzi la seconda. Il “coma” è uno stato di abolizione completa della coscienza, tale che il Paziente “giace immobile, ad occhi chiusi, non risvegliabile, in assenza di risposte finalizzate (cioè congrue) a stimoli esterni (acustici, visivi, dolorifici)”.
Lo “stato vegetativo”, per contro, è caratterizzato dalla conservazione della vigilanza (la persona è sveglia, con gli occhi aperti e presenta una certa conservazione del ritmo sonno/veglia) ma non mostra consapevolezza di sé e dell’ambiente che lo circonda. Fino a pochi anni fa, eravamo convinti che lo Stato vegetativo fosse contraddistinto dalla “assenza di coscienza” ed utilizzavamo, quindi, il temine di “coma apallico”, a significare il danno completo ed irreversibile della corteccia cerebrale, sede principale della funzione “coscienza”. Oggi, l’alta tecnologia a disposizione, consentendoci di “fotografare” il cervello “in azione” (risonanza magnetica funzionale e non solo) ci ha dimostrato l’esistenza di aree cerebrali e corticali ben funzionanti. Conseguenza: non si può più parlare di “morte corticale” né di “assenza di coscienza”, ma piuttosto di “non evidenza” di consapevolezza, dato che la persona è incapace di comunicare. In tal senso, viene anche utilizzato il termine di “coscienza sommersa”. Per completare l’argomento dei “disturbi prolungati di coscienza” dobbiamo ricordare il cosiddetto “stato di minima coscienza” (SMC), nel quale la persona è in grado di esprimere una forma variabile di consapevolezza di sé e dell’ambiente e presenta una certa capacità di risposte verbali o posturali (si/no) a stimoli esterni. Questo stato può rappresentare uno stadio di passaggio dal coma alla ripresa funzionale.

LE NUOVE ACQUISIZIONI SCIENTIFICHE HANNO DELLE RICADUTE ETICHE?

Certamente sì. Innanzitutto queste persone non possono essere considerate “malati terminali”, sono “gravi disabili” con prospettive temporali di vita anche lunghissime, che esigono ogni possibile forma di terapia, cura ed assistenza. Ovviamente, prima fra tutte, il mantenimento di un’adeguata alimentazione ed idratazione, anche per via artificiale. Nella sciagurata ipotesi di una sospensione, va affermato a chiare lettere che la persona disabile andrà incontro a morte per inanizione (cioè, per fame e sete) e non – come qualcuno va dicendo, per ignoranza o per inganno – per la sua malattia di base, considerato che in stato vegetativo è possibile vivere molti anni, grazie alla solidarietà di chi lo accudisce. Una seconda considerazione. Lo “statuto” dell’arte medica richiede di non arrendersi mai: rifuggendo da ogni forma di accanimento (che in quanto tale è sia un errore medico che un’azione deontologicamente illecita), si ha il dovere di proseguire ed intensificare la ricerca, nella prospettiva di raggiungere nuovi traguardi, a vantaggio delle persone malate o disabili. In tal senso, i “disturbi prolungati della coscienza” devono essere considerati un terreno privilegiato d’impegno, rifuggendo ogni forma di abbandono o – peggio – di richiesta di eutanasia.

Massimo Gandolfini
Primario neurochirurgo, Direttore dip. neuroscienze, Consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita