Il Cantico

Giulio Albanese

img145Il pensiero occidentale sull’Africa è pervaso dalla mentalità coloniale. Basta leggere i giornali nostrani per rendersi conto di come questo continente venga, ancora oggi, redarguito per le sue barbarie, quasi fosse irriducibilmente bocciato dalla Storia, quella delle grandi civilizzazioni. Come ricordava sensatamente il compianto storico Basil Davidson, questi pregiudizi non giovano alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento, pregiudicando l’incontro. Emblematico è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Davidson, riguardante un etnografo tedesco e viaggiatore di nome Leo Frobenius.
Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima di Cristo le coste dell’Africa Occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.
Si tratta dunque di andare decisamente al di là di certa mentalità quasi l’uomo bianco avesse bisogno d’inventare l’Africa con le sue affermazioni narcisistiche. Qui nessuno intende misconoscere il pesante fardello di una cronica instabilità africana fatta di guerre, carestie e pandemie. Per non parlare della questione migratoria dall’Africa verso l’Europa, espressione di un malessere sul quale ogni retta coscienza dovrebbe interrogarsi.
Eppure, come spiegava con lucidità e schiettezza lo scrittore nigeriano Chinua Achebe, “Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia. Non solo il cacciatore”. Un detto ancestrale che evoca l’istanza di guardare all’Africa senza pregiudizi e stereotipi, andando al di là di una visione paternalistica, ammantata di carità pelosa. Sì perché l’Africa non è povera, ma semmai impoverita, non chiede beneficenza da parte dei Grandi della Terra, ma invoca giustizia.
Si fa presto a denunciare il deficit di virtuosismo da parte delle leadership africane, dimenticando che spesso le oligarchie locali sono al soldo di potentati stranieri (cinesi, americani, europei…). Col risultato che in Africa si acuiscono a dismisura fenomeni come l’esclusione sociale o il land grabbing (il cosiddetto accaparramento dei terreni da parte di imprese straniere), unitamente allo sfruttamento delle commodity (materie prime). E cosa dire delle regole del commercio?
Basti pensare agli Epa (Economic Partnership Agreements; in italiano Accordi di Partenariato Economico) con cui l’Unione Europea (Ue) ha imposto ai Paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) di eliminare tutte le barriere all’entrata su merci, prodotti agricoli e servizi provenienti dall’Ue, mettendo fine alla non reciprocità sancita dalla Convenzione di Lomè. Libero scambio, quindi, su tutti i fronti, come richiesto dalle norme del Wto, con l’idea che la riduzione delle barriere commerciali incentivi la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo, contribuendo allo sradicamento della povertà.
Purtroppo il risultato è di segno contrario: con il ribasso progressivo delle tariffe doganali all’importazione dei prodotti europei, si sta generando un danno irreversibile alle già precarie economie nazionali africane.
Noi occidentali, peraltro, in tutto questo ragionamento, dobbiamo prendere atto del fatto che la dialettica tra povertà e ricchezza si gioca anche su altri piani. Laddove per le culture occidentali appare scontato – nella generale mercificazione imposta dal pensiero economico liberale – il primato degli affari sulle persone, l’Africa ci ricorda quello che diceva saggiamente uno dei personaggi generati dall’estro letterario dello scrittore senegalese Cheick Anta Diop a proposito dei rapporti Europa-Africa: “Non abbiamo avuto lo stesso passato, voi e noi, ma avremo necessariamente lo stesso futuro

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