Pubblichiamo la sintesi del Convegno nazionale accompagnandola con viva riconoscenza al Comune di Predazzo per il Patrocinio dato all’incontro arrivato ormai alla 13ª Edizione, nella gioia della preziosa relazione con la comunità civile ed ecclesiale. Il Convegno, in raccordo col grande tema della pace che ha attraversato ormai molte delle precedenti edizioni, è disponibile integralmente sulla pagina youtube Fraternità Francescana Frate Jacopa.
Il Convegno si è aperto nell’Aula Magna del Comune di Predazzo, con il benvenuto della moderatrice Argia Passoni FFFJ a questo appuntamento che, dando attenzione a quanto avviene in questo nostro mondo, ci offre la possibilità di approfondire sempre come custodire il creato e coltivare l’umano.
Con gioia abbiamo accolto la rinnovata disponibilità del Comune di Predazzo a dare il patrocinio all’evento. E siamo lieti di iniziare l’incontro con il saluto del Sindaco, Sig. Paolo Boninsegna, che qui ci accoglie:
“Con profonda gratitudine e sincera emozione porgo il saluto dell’amministrazione comunale di Predazzo per questo importante convegno “Semi di pace e di speranza”, promosso dalla Fraternità Francescana e dalla Cooperativa Sociale Frate Jacopa. In un tempo segnato dalle incertezze, dalle tensioni, dalle fragilità, iniziative come questa, rappresentano un invito concreto a coltivare relazioni autentiche, solidarietà e visione di futuro fondate sulla dignità della persona e sul rispetto reciproco. Predazzo è onorata di ospitare un momento di riflessione così profondo che intreccia spiritualità, impegno sociale e desiderio di costruire comunità più giuste e inclusive. La vostra presenza, la vostra testimonianza e il vostro lavoro sono semi preziosi che arricchiscono il nostro territorio e ci ricordano che la pace non è solo un ideale, ma una responsabilità quotidiana di tutti. Quindi, a nome di tutta la cittadinanza vi ringrazio per l’impegno e vi auguro giornate proficue di dialogo e condivisione e speranza!”
Grati al Sindaco per le sue parole, riguardo all’introduzione del Convegno – ha proseguito Passoni – ci limitiamo a fare alcuni cenni che riguardano il veloce manifestarsi di cambiamenti in atto che ci interpellano profondamente e che desideriamo sottolineare in questo convegno per aiutarci a leggere il presente e a rispondere per il farsi della pace in termini di attenzione all’umano, a rispondere con la nostra vita personale, ma anche con la nostra vita di comunità ecclesiale e civile.
Viviamo in un tempo in cui tutto sembra andare alla deriva: un tempo di cambiamento epocale in cui può alimentarsi la ferocia, l’ingordigia, il dominio sull’altro come norma di vita, una degenerazione dell’umano che vediamo sotto tanti aspetti, ma può divenire anche il tempo di un ritorno alle radici dell’umano, fortificati alla luce di Cristo.
Il conteggio delle guerre (59 in atto), la logica del più forte che genera la supremazia, il nazionalismo che non sa proteggere e curare la vita sempre fragile, il riarmo, la paura, godono di una congiuntura favorevole, mentre per un attimo erano sembrati relitti del passato (disinnescati dal progresso civile del diritto, dell’economia, della tecnica) invece arriva un diritto, una economia, una tecnica che premiano una nuova barbarie, mentre la guerra, la persecuzione, la sopraffazione devono diventare motivo globale di vergogna.
Una Chiesa che cambia assieme agli uomini, partecipando ai travagli della storia, coltivando il sogno di città aperte, è un valore. La forza umile del Vangelo cambia il mondo e insegna a volersi bene.
Solo uno sguardo contemplativo può cambiare la nostra relazione con le cose create e farci uscire dalla crisi ecologica che ha come causa la rottura delle relazioni fondamentali con Dio, con il prossimo, con la terra a motivo del peccato.
Viviamo in un tempo – ha sottolineato Passoni – che già Papa Francesco non aveva esitato a definire “tempo di policrisi”, in cui convergono cambiamenti climatici, problemi energetici, migrazioni, innovazioni tecnologiche ed è sempre più in gioco la dimensione fondamentale dell’umano. Assecondare questa prospettiva utilitaristica e planetaria significa imporre come unica legge la legge del più forte, una legge che disumanizza. Siamo quindi chiamati a rielaborare il modo di intendere la stessa creazione. Un tempo questo dove occorre disarmare le parole, disarmare le menti e disarmare la terra.
Che cosa significa essere pellegrini di speranza in questo contesto? Significa darci la possibilità di seminare la pace. Significa apprendere a rispondere insieme del grande dono della fede, nello stile della prossimità che si fa carico della dignità inalienabile di ogni uomo e della cura del creato affidato alle nostre mani, come casa comune dell’unica famiglia umana. Una responsabilità che prende forma attraverso la testimonianza della quotidianità. Qualcosa che avviene attraverso la cura, il dialogo, l’accoglienza, attraverso la bellezza della prossimità rispetto a storie di povertà, ingiustizia, sfruttamento, esclusione, rispetto ad una economia che non si basa sui valori della cura, dove il diritto internazionale e tanta parte dell’umanità vengono calpestati per eliminare la democrazia, che verrebbe sostituita dalla gestione dei super ricchi della cosa pubblica, rinunciando così a strutture etiche e alla stessa politica.
Senza avere in presenza l’importanza delle relazioni tra i popoli, tra le culture, senza seminare pace nelle relazioni affettuose, nelle famiglie, nella cura dei più deboli, senza la cura per una educazione che faccia fiorire l’umano e non il disumano, si rischia una situazione drammatica per tutti.
Il nostro convegno – ha sottolineato Passoni – intende aiutarci a cogliere ciò che è fondamentale a questo riguardo, comprendendo che occorrono i seminatori. Dobbiamo apprendere a far fruttificare a vantaggio di tutti i semi che abbiamo ricevuto. Senza seminatori di speranza quale cambiamento potrà avvenire?
Questi giorni – ha concluso – saranno davvero importanti per meditare e riorientare il nostro cammino, accompagnati nelle quattro giornate da esperti straordinari e al tempo stesso testimoni con la propria vita di questo impegno costante.
SEMI DI PACE E DI SPERANZA
Don Cristiano Bettega, Docente di Teologia dogmatica, già Dir. Naz. Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, ora Parroco a Transacqua, Peculiare collaborazione con ISE S. Bernardino Venezia.
La magistrale riflessione di Don Cristiano Bettega ha aperto il Convegno sul senso della parola Speranza, una parola che attraversa tutta la Bibbia, e che attiene profondamente alla nostra vita, alla considerazione di tutto ciò che ci circonda. Tutto ciò che ci circonda infatti è sacramento della presenza di Dio. Il mondo creato è il luogo dell’alleanza e della somiglianza con Dio. La vicinanza con Dio la possiamo trovare nel contesto naturale che mi circonda e fa parte di me. È un’esperienza di fede: quella parte di natura diventa veicolo per capire che cos’è Dio per me. Il logos è ciò che Dio mette in campo per parlare all’umanità: in Gesù Cristo la rivelazione è compiuta. Guardare a Lui vuol dire comprendere cosa significa per me e per la mia vita. Dio per farsi capire da noi usa parole nostre, rispecchia la sua identità dentro la storia di ogni uomo e di ogni donna. Gesù è sacramento di Dio ed è totalmente uomo. Tutto ciò che ci circonda è sacramento della presenza di Dio e tutti coloro che mi circondano sono sacramento della presenza di Dio.
Dio parla in due modi: la Scrittura e la creazione, non l’una senza l’altra. L’uomo e la donna sono creati a immagine di Dio. San Francesco ce lo ricorda in modo straordinario: è un uomo come tutti gli altri ma il suo rispondere nella consapevolezza di essere fatto a “immagine di Dio” produce il fatto che tutti coloro che vedono Francesco, vedono Gesù. Questa è anche la nostra responsabilità. L’uomo chiamato a diventare immagine di Dio. La misericordia di Dio è talmente grande da arrivare ad aspettare che l’uomo si adatti e nella azione liturgica il pane e il vino diventano sacramenti. E nella azione liturgica il pane e il vino diventano sacramenti. Il continuare a riflettere vuol dire continuare ad essere fedeli a un Dio che continua a parlare.
In che termini possiamo pensare nel contesto della speranza? Il punto di partenza è Dio che viene incontro a me nella realtà creata. Nel 1919 Papa Benedetto XV nell’Enciclica rivolta al ministero missionario diceva: “Andate a cercare il Vangelo là dove andate”.
È Dio che ci viene incontro in ogni nazione, in ogni popolo, in ogni uomo e donna. Purtroppo invece i modelli predominanti della nostra cultura sono quelli dell’apparire, dell’attirare l’attenzione e con un continuo “mordi e fuggi”.
Come si inserisce il tema della speranza in tutto questo? Abbiamo la storia di Abramo come prototipo di speranza: stare nella speranza contro ogni speranza. Una speranza che mi proietta verso le cose ultime. S. Paolo la speranza la intende proprio a partire dalla dimensione universale di Abramo: è l’umanità che nonostante tutto continua a pensare al futuro. La spinta dell’umanità alza lo sguardo. La speranza prende forma nella voce di chi protesta (pensiamo alle Beatitudini), protesta perché la forza della speranza sia qualcosa di più.
In tutto questo c’è una dimensione etica: l’andare a cercare il perché delle cose, l’interesse gratuito di provare ad intervenire partendo da questo presupposto ”Non serve a me ma serve all’umanità”; interesse gratuito della Chiesa ma anche di tanta parte dell’umanità credente e non credente per essere umani nella loro natura relazionale, provando ad avere uno sguardo contemplativo di bontà radicale su ciò che mi circonda e su coloro che mi circondano. Quello che Dio ha in mente non è la guerra, ma un ambiente in cui confluiscono tutti.
“A TU PER TU CON LE DOLOMITI: IL MUSEOGEOLOGICO COME PUNTO DI INCONTRO”, UNA OPPORTUNITÀ PER RISCOPRIRE IL LEGAME CON IL TERRITORIO”

Dott.ssa Rosa Tapia, referente servizi educativi e eventi; Dott.ssa Luciana Cincelli, referente comunicazione museo Geologico delle Dolomiti di Predazzo.
UN RAPPORTO AFFETTIVO COL TERRITORIO
Testimonianza della Prof.ssa Lucia Baldo FFFJ.
Nella seconda giornata è stata puntata l’attenzione sulla preziosità di Predazzo che via via nei vari Convegni tenuti in questa sede abbiamo scoperto in questa meravigliosa zona delle Dolomiti. L’attenzione è stata incentrata su una peculiarità speciale rappresentata dal Museo Geologico delle Dolomiti, che ha aperto l’attenzione degli scienziati a vastissimo raggio. La suggestiva testimonianza di Lucia Baldo, unita all’intensa partecipazione del lavoro svolto come Museo Geologico attraverso un cammino di ricerca e di apertura a sempre nuove collaborazioni (in particolare con l’inserimento nel MUSE) per indagare come far crescere la preziosità di questa presenza attivando innanzitutto gli abitanti di questo straordinario territorio, ci ha posto davanti ad un quadro estremamente significativo, particolarmente ripreso dalla Dott.ssa Rosa Tapia e da Luciana Cincelli, che hanno messo in evidenza l’attenzione a collaborare con le famiglie, con le scuole, protendendosi verso il riconoscimento dei diritti umani fondamentali, rendendo protagonisti gli stessi portatori di disabilità. Un apporto che ha fatto comprendere l’importanza dell’incontro, dello scambio, del crescere insieme per valorizzare le straordinarie potenzialità di questa presenza.
A tutto questo ha fatto seguito il contributo del Prof. Paolo Preti, vice sindaco di Predazzo, per quanto riguarda la “TESTIMONIANZA DI CURA DELLE PERSONE E DELL’AMBIENTE DELLA COMUNITÀ DI PREDAZZO”, volto a farci comprendere l’importanza di quanto avvenuto oltre un secolo fa con la costituzione della Magnifica Comunità di Fiemme, fonte di indicazioni possibili anche per le situazioni attuali, mettendo al centro le responsabilità dei singoli e dell’intera comunità.
TRASFORMARE IL DEBITO IN SPERANZA. SQUILIBRI, MINACCE E OPPORTUNITÀ NELL’ECONOMIA GLOBALE
Riccardo Moro, Docente Politica dello sviluppo all’Università Cattolica di Milano, Dir. Fondo Italo Peruviano di conversione del debito, Civil 7, Rete Società civile Internazionale.
Il Prof. Moro ha affrontato questo tema cruciale “Come trasformare il debito in speranza” – in questa nostra società globale che macina uomini, popoli, nazioni per il tornaconto di alcuni detentori del potere che ormai sovrasta ogni diritto umano – attraversandolo con una parola chiave, la parola relazione, relazionalità.
In realtà – ha esordito – il fine dell’economia non è il profitto. Il profitto diventa un mezzo perché tutto funzioni meglio, rendendo accessibile l’attività economica ma anche l’accesso ai beni durevoli. Oggi però non vi è dubbio che per molti l’attività economica sia per il profitto. Se facciamo attenzione nella parola economia c’è la dimensione della relazione: è una relazione interessante perché comporta una serie di significati e attenzioni: ti do’ i soldi perché ho fiducia in te, mentre chi prende i soldi riconosce un dovere di restituzione che accende la sua responsabilità.
Squilibrio: lo squilibrio economico è la manifestazione di una mancanza di equilibrio di rapporti tra soggetti.
Opportunità: la possibilità di generare un cambiamento precisamente nelle relazioni e su come possiamo vedere la prospettiva economica e politica utilizzando la via delle relazioni.
Prospettive: nelle ultime decadi sono cresciuti movimenti che promuovono nazionalismi e propongono di ridurre relazioni di responsabilità e di impegno con gli altri, alimentando anche conflitti e violenze. Il green deal viene messo in discussione con disprezzo totale anche delle conoscenze scientifiche e lo stesso succede sul piano della salute. Il tutto in una situazione di conflitti e guerre con squilibri economici e sociali molto consistenti che impediscono la possibilità di un cambiamento: nel sud del mondo mancano tecnologie, possibilità di formazione e quindi difficoltà ad avviare percorsi di trasformazione. E questo avviene mentre c’è bisogno di redistribuire lavori e beni nel sud del mondo e di fronte ad una inadeguatezza delle regole del commercio internazionale.
Squilibri ambientali: siamo all’interno di un cambiamento climatico con importanti conseguenze (aumento fenomeni metereologici distruttivi e più frequenti nelle zone tropicali. Regole del mercato sistematicamente ridotte, un potere enorme ai più grandi mentre i più piccoli fanno fatica a sopravvivere. Il sud del mondo molto più vulnerabile ha dovuto adeguarsi con debiti insostenibili.
Tutto questo ha riferimento alla relazione: attraverso il dialogo siamo riusciti a trovare una concertazione comune per trasformare in opportunità ciò che era uno squilibrio.
La restaurativa restaura relazioni trasparenti e insite di corresponsabilità: richiede la cura delle relazioni fondamentali basate sulla costruzione delle relazioni.
La parola speranza: è la convinzione che vale la pena vivere ed è fortemente legata all’assunzione di responsabilità. Regole e istituzioni: abbiamo bisogno di regole perché tutto sia gestito insieme.
Cambiare la rotta: una campagna per promuovere iniziative di conversione del debito sui paesi africani. C’è bisogno di regole affinché le regole siano affrontate positivamente e di istituzioni perché quelle regole vengano definite. E c’è bisogno di alimentare una cultura basata sulle relazioni e dialogo per concordare idee comuni, dando valore alla debolezza, non avendo paura di riconoscere la bellezza dell’altro, educare all’incontro e all’impegno contro la violenza e l’arroganza.
Giustizia restaurativa: l’attenzione al tema della relazione di comunità costruita con relazioni che si fanno carico della dignità dell’altro, sapendo che le relazioni vanno alimentate ogni giorno.
SEMI DI PACE E DI SPERANZA.
UNA PROSPETTIVA PER LA TERRA
Simone Morandini, Doc. di fisica, Dott. Teologia ecumenica con approfondimento Etica ambientale, vice Preside ISE S. Bernardino di Venezia, Dir. Rivista “Credere oggi”. Presidente SAE. Collaboratore Pastorale Cei per la cura del creato.
La ricca riflessione del Prof. Simone Morandini si è sviluppata in un crescendo di punti che richiedono la nostra attenzione e la nostra cura in questo nostro tempo, un tempo di “anti giardino” in cui alcune realtà evidenziano la drammaticità di una condizione umana che non riesce a vivere in armonia e in armonia con il pianeta. Ci sono due luoghi che la quotidianità ci consegna oggigiorno Gaza e Ucraina. Certo fare la guerra in questo tempo è paradossale. Viviamo in una fase in cui piuttosto dovremmo dedicare energie politiche, economiche, civili alla cura della casa comune perché, se da un lato la guerra è un fattore di degrado, dall’altro ci interroghiamo su ciò che sta capitando a questo nostro pianeta. Ci sovrasta – ha sottolineato Morandini – vedere entrare così direttamente e velocemente nella quotidianità i cambiamenti pronosticati dagli scienziati. Le montagne stesse, simbolo di solidità, si trovano coinvolte in questo degrado che le nostre antivirtù stanno determinando.
C’è dunque una dimensione che ha bisogno di essere custodita e valorizzata come un seme di pace e di speranza, da questa idea di integrità del creato nella varietà delle sue dimensioni.
Accanto a questa dimensione dell’integrità del creato – ha evidenziato il relatore – ce n’è un’altra altrettanto minacciata in questo tempo, che merita di essere custodita: la democrazia. Se la terra, il nostro giardino, ha potuto parzialmente crescere in questi anni, questo è connesso al fatto che c’è stata una partecipazione democratica. La Civitas non può crescere se non all’interno di una terra buona. Tutto questo si accompagna a una poderosi crisi della democrazia con una tentazione autoritaria tanto da voler imporre la propria verità anche sulle questioni naturali, e scientifiche, a prescindere dalle comunità scientifiche stesse.
Così è accaduto negli Stati Uniti dove sono arrivati ad eliminare ogni riferimento al cambiamento climatico da tutti i siti delle istituzioni statali come se bastasse occultare le parole – sottolinea Morandini – per cancellare un fenomeno e la minaccia che rappresenta. “È la più alta forma di autoritarismo costruire la propria verità. C’è dunque una democrazia da tutelare contro le tentazioni autoritarie. Al contempo c’è una democrazia da tutelare contro una rinnovata forma di presenza delle religioni che scendono in guerra rivendicando spazio pubblico ponendosi come fattori conflittuali (vedasi “Teologie della guerra?” in “Credere oggi”) anche realtà che noi eravamo abituati a pensare pacifiche. Una convergenza tra queste infelici distrazioni di energie della cura del creato e una altrettanto infelice mancanza di attenzione per il bene prezioso della democrazia, esposta ai rischi delle derive identitarie motivate anche religiosamente.
Il riferimento al grande tema del Messaggio della Pace 2025 trovava già uno spazio importante anche in Laudato si’, un testo che ha segnato in profondità sia la riflessione sia la dottrina sociale cattolica e anche il dibattito pubblico sui temi ambientali. Non c’è dubbio – ha poi evidenziato Morandini – che la teologia cristiana, l’orizzonte biblico in generale offra come riferimento primario il tema della promessa di Dio. Il testo biblico citato nel Messaggio ha proprio questa idea del deserto, dell’antigiardino, della realtà devastata arida e inabitabile che fiorirà. È un invito anche ad accogliere quelle potenzialità di rinnovamento che si celano anche all’interno del quotidiano. Is. 42 “Ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Occorre affinare gli occhi sui segni dei tempi per vedere dove possiamo cogliere questo germinare della presenza di Dio. Su pace e speranza è articolato l’intero Messaggio. “Pace” una grande parola biblica prima di essere una categoria con la quale descriviamo una situazione internazionale positiva ben diversa da quella attuale.
Una categoria giocata da tre linguaggi completamentari: Shalom, senso di armonia. Irene, assenza di violenza, Pax, riferimento a fare patti, pattuire, la capacità di ricercare soluzioni. La pace è il grande oggetto della promessa di Dio, come motore che tiene aperta la nostra storia di credenti.
È Jurgen Moltmann, teologo evangelico, che ha curato in particolar modo la dimensione ecologica della speranza – evidenzia Morandini –. È colui che ha introdotto nel pensiero cristiano del 900 l’idea della speranza come asse portante della rivelazione biblica, che è promessa di bene, “promessa di bene parzialmente compiuto, parzialmente realizzato, parzialmente negato e tuttavia sempre rilanciato”.
Immagine di un popolo in cammino che riceve da Dio salvezza, ma che di nuovo viene rimandato ad una ulteriorità. Questo significa attingere alle sorgenti che per la tradizione biblica sono le scritture cristiane. Papa Francesco con Laudato si’ parla di speranza attiva, fattiva, operativa, che si lascia ispirare a pratiche di novità, sapendo di avere una promessa di possibilità di futuro, possibilità che vanno coltivate come semi, quindi coltivate, scoperte, rigenerate. Abbiamo la possibilità di coltivare il nuovo, nuovi stili di vita, di nuove forme di economia. La possibilità del cambiamento. Sottolinea le potenzialità dell’essere umano, certamente capace di degrado ma al tempo stesso capace di superarsi, di ritornare a costruire il bene, di ritrovare la dignità di essere fatto a immagine di Dio.
Una teologia della speranza nella quale la fiducia in Dio creatore non si contrappone a quella negli esseri umani ma viene investita di capacità antrapologica di speranza. Un invito a scommettere sul bene di tutti, sul bene comune, sul bene dell’ecosistema planetario e dei popoli, sul bene della famiglia umana. Tutto questo – sottolinea Morandini – va affermato nel segno del dialogo: in primo luogo il dialogo tra le religioni. C’è bisogno di proseguire un lavoro ecumenico, un lavoro interreligioso e interculturale.
Coltivare il dialogo oggi, tessere le file di dialogo tra confessioni, religioni e culture diverse è un elemento di potente valenza civile. Soltanto se siamo capaci di costruire semi di pace tra le religioni possiamo sperare di avere pace anche nello spazio pubblico sia a livello internazionale che locale. Un poderoso intreccio tra dialogo e costruzione della pace. Il Prof. Morandini ha concluso segnalando tre elementi per dare riferimenti a questa speranza: il primo evento è il Giubileo della speranza, il secondo è il 1700º anniversario del Concilio di Nicea (1º Concilio ecumenico), da qui le Chiese cristiane hanno imparato a confessare il loro Dio come fonte di vita. E un altro anniversario: 100 anni fa a Stoccolma si celebrava la prima grande Conferenza ecumenica sull’etica sociale, inizio di quella traiettoria nella quale prenderà poi forma la grande triade ecumenica “giustizia, pace e salvaguardia del creato”.
Se vogliamo tenere insieme la buona pratica della cura della terra dobbiamo sostenere una speranza teologicamente fondata che dia forza alle nostre pratiche. Lex orandi, lex credendi, lex agendi: la legge della preghiera e la legge del credere che si traduce anche in pratiche, in agire. Pensare, progettare e sperare in una celebrazione comune di una festa celebrata per segnalare l’unità delle Chiese cristiane su tutti gli elementi importanti della fede sarebbe un segno nel quale metteremmo insieme coltivazione della speranza, attenzione per la terra e anche un buona pratica di dialogo possibile.
Il Convegno, seguito con grande partecipazione dal pubblico in Sala, si è poi concluso con la Celebrazione per il Tempo del Creato nella Chiesetta di Bellamonte e ha avuto a completamento una escursione particolarmente dedicata all’approfondimento di quanto vissuto nelle giornate del Convegno. Rimandiamo al prossimo Cantico le note relative a questi peculiari momenti conclusivi, mentre ricordiamo che l’intero Convegno è anche rintracciabile sul profilo youtube del Comune di Predazzo
UN RAPPORTO AFFETTIVO COL TERRITORIO
Quando ero bambina la mia mamma, che era di Predazzo, mi parlò del vulcano di milioni e milioni di anni fa nel cui cratere adesso si trova Predazzo. Io rimasi incantata da questa storia che suscitò la mia meraviglia e anche la mia inquietudine, perché temevo che il vulcano potesse riesplodere. Ma quando la mamma mi disse che la terra che pestavo all’epoca in cui esplose il vulcano si trovava ai tropici, allora il mio stupore fu tale da farmi sentire piccina, piccina di fronte a un fenomeno che si perdeva nella notte dei tempi e sfuggiva completamente al mio controllo e alla mia esperienza di vita quotidiana in cui tutto risultava ordinato, stabile, rassicurante. Certo io avvertivo che il territorio in cui ero nata era qualcosa di speciale, di straordinario.
Questo ha contribuito a creare in me un particolare legame affettivo con esso. Era esaltante e spaventoso insieme.
Don Cristiano Bettega intervenuto nel primo giorno al Convegno di Predazzo “Semi di pace e di speranza”, ha detto che il paesaggio che ci circonda fa parte di noi e ci forma. C’è, in definitiva, un’interazione tra noi e il paesaggio. A questo proposito, egli ha fatto l’esempio della Gioconda che, senza quel dolce paesaggio che fa da sfondo, non avrebbe quella bellezza così soave ed enigmatica a un tempo. Anch’io se non fossi nata in questo territorio, sarei diversa.
Il contesto naturale paesaggistico che mi circonda fa parte di me. “Esso diventa veicolo perché io possa capire chi è Dio per me” (don Bettega). Nel mio caso il paesaggio natale che mi circonda mi dice che Dio per me è il totalmente altro da me, è una novità assoluta, è diverso da me. Se Dio fosse alla mia portata, io non avrei bisogno di Lui, sarei io stessa Dio e non mi servirebbe un altro Dio. Invece proprio perché mi supera in misura incommensurabile Egli per me è Dio. Ma è un Dio che, pur essendo inaccessibile, si interessa a me, mi parla, mi interpella, vuol farsi conoscere da me. È un Dio che suscita fascino, meraviglia e timore a un tempo per la sua maestosità e bellezza che sono ovunque, fuori e dentro di me.
Sintesi della testimonianza offerta al Convegno da Lucia Baldo
A TU PER TU CON LE DOLOMITI: IL MUSEO GEOLOGICO COME PUNTO DI INCONTRO.
UN’OPPORTUNITÀ PER RISCOPRIRE IL LEGAME CON IL TERRITORIO
Il Museo Geologico delle Dolomiti di Predazzo non è solo un custode di reperti e un’istituzione storica; è un organismo vitale che fonde la ricerca scientifica più rigorosa con una missione di divulgazione al servizio della comunità. Fondato nel lontano 1899 su iniziativa della Società magistrale di Fiemme e Fassa, il museo nacque con un chiaro intento educativo e di valorizzazione del patrimonio geologico e naturalistico locale.
Dopo aver attraversato varie fasi, compresa una breve parentesi come museo misto di geologia ed etnografia, l’istituzione ha trovato la sua vocazione definitiva negli anni ’90, specializzandosi nel campo delle Scienze della Terra. Dal 2012, a seguito dell’accordo di collaborazione tra Comune di Predazzo e il MUSE – Museo delle Scienze di Trento, il Museo Geologico è entrato a fra parte della rete dei musei della scienza del Trentino gestita dal MUSE, diventandone sua sede territoriale. Questa sinergia strategica ha proiettato il museo in una dimensione nuova che coniuga approccio locale e visione globale e lo pone quale presidio culturale di rilievo in ambito dolomitico, un punto di snodo attorno cui sviluppare riflessioni e azioni concrete sul tema della salvaguardia, della conoscenza e della valorizzazione delle Dolomiti e del loro valore universale. Un Museo con lo sguardo rivolto al futuro del territorio dolomitico e quindi alle relazioni forti con l’insieme delle realtà che operano per dare sempre maggiore significato all’appartenenza al Patrimonio mondiale UNESCO.
Un Patrimonio unico da raccontare e valorizzare
Il cuore del museo è rappresentato dalle sue collezioni scientifiche, che costituiscono un patrimonio di oltre 18.000 esemplari tra fossili, minerali e rocce. Tra questi spicca per importanza la più ricca collezione italiana di fossili invertebrati delle scogliere medio-triassiche, un tesoro scientifico inestimabile per lo studio della storia geologica delle Dolomiti. Il portato scientifico del Museo di cui le collezioni rappresentano elemento essenziale, si traduce in attività di ricerca nel campo della geologia e della museologia nell’intento di sviluppare approcci e modalità innovative per rendere la scienza sempre più accessibile e presente nella vita delle persone. Il museo quindi, non è solo un luogo di conservazione, ma un centro di studio attivo animato da rapporti di collaborazione con enti pubblici e privati, università e altri istituti di ricerca a livello locale e internazionale. In questo contesto di apertura, sono stati aperti nuovi canali di collaborazione tra cui la “Rete”, un progetto che unisce diverse istituzioni culturali del territorio – tra cui la Stazione – la biblioteca di Predazzo, la biblioteca di Moena e quelle di Fiera di Primiero e Canal San Bovo, il Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme e il Parco Naturale di Paneveggio Pale di San Martino – con l’obiettivo di promuovere la cultura e la conoscenza scientifica attraverso sinergie e programmazioni condivise. Questa visione di lavoro di squadra dimostra che l’unione fa la forza, specialmente nella valorizzazione e nella tutela di un patrimonio che appartiene a tutti.
La nostra missione si estende anche al rapporto con la Fondazione Dolomiti UNESCO, con la quale collaboriamo strettamente per promuovere la consapevolezza e la conservazione di un sito riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità.
La divulgazione è un altro asset strategico del museo, convinti che la conoscenza del patrimonio geologico sia una importante chiave per sviluppare un senso di responsabilità e rispetto verso un Bene comune di valore universale. Ci rivolgiamo a pubblici diversificati – famiglie, scuole, comunità locale e turisti. Per fare ciò, abbiamo sviluppato un approccio innovativo e inclusivo che non si limita a trasferire nozioni, ma mira a costruire un apprendimento continuo attraverso il coinvolgimento attivo e partecipativo dei pubblici.
Luciana Cincelli, Referente comunicazione Museo Geologico delle Dolomiti di Predazzo
Dott.ssa Rosa Tapia, Referente servizi educativi e eventi


