Il Cantico

Relazione presentata al Convegno Pastorale: “Educare alla vita buona del Vangelo…
Verso Firenze 2015″ (Diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, 21/9/”2013)-3ª parte


Un incontro che cambia la vita: iscrivere nel presente il nome di Gesù
PietrojpegCi vuole chi risvegli la nostalgia del mare. Si tratta di uno capace di farsi ‘medium’: come scriveva McLuhan, medium è tutto ciò che introduce un cambiamento, dove il cambiamento è la conversione operata in noi dalla buona notizia e dall’incontro che ciascuno può realizzare con Cristo. Rispetto al quale il comunicatore può essere ‘facilitatore’, ‘presentatore’ (chi introduce qualcuno a qualcun altro, appunto); forse anche un po’ ‘custode’ che si preoccupa che le porte siano sempre aperte, e che tutti si sentano accolti e invitati ad entrare. Più in generale, il comunicatore può prima di tutto testimoniare e raccontare i modi del proprio incontro, sperando di poter divenire ‘contagioso’. Tenendo conto che oggi nessun sapere passa fuori dalla relazione2 .
Oggi, ad esempio, non si può ritenere la rete una ‘moda passeggera’, se non al prezzo di lasciare questo ambiente, così importante per tanti, completamente sguarnito della proposta cristiana che invece siamo chiamati ad annunciare fin agli estremi confini della terra, senza scoraggiarci ma anche senza rinunciare, né arroccarci su prassi ormai inefficaci; e sapendo di operare in un contesto difficile, avendo anche degli errori da scontare. Fatiche e insuccessi delle prassi ecclesiali rischiano di scavare un fossato tra i giovani e la Chiesa. Anche nella fede c’è bassa natalità.
Il punto di partenza dell’evangelizzazione oggi non può essere l’universale, ma il presente come occasione di cogliere la presenza di Dio e come orizzonte della nostra prassi. Lo scriveva già Guardini: “Dovevo chiedermi non solo che cosa vale sempre, ma anche che cosa è vivo oggi. (…) Infatti le scelte di oggi portano molto lontano: si risvegliano nuove forze, nascono nuovi comportamenti, pur ancora incerti, ancora senza nome. Molto dipende da quale nome verrà imprevedibilmente scritto nel presente. Questi nostri tentativi vorrebbero cooperare perché nel presente fosse scritto il nome di Gesù’.
In che modo la nuova evangelizzazione può favorire questa ‘iscrizione del nome’? Si può immaginare un orizzonte con quattro centri di attenzione3.
Il primo, preliminare, riguarda la conversione: come si evince dall’etimologia, il termine indica insieme l’atto e l’effetto del capovolgimento, del cambiamento di direzione. La conversione non è solo interiore, ma è di tutto l’essere umano. Una espressione molto fortunata di Newman sostiene che: “Vivere significa cambiare ed essere perfetti significa aver cambiato spesso”. È tratta dal suo studio sullo sviluppo della dottrina, un testo scritto a ridosso della sua conversione al cattolicesimo, nel 1845. Ed è stata per lui un riferimento e per tutta la vita una caratteristica del suo pensiero. All’età di 15 anni era stato affascinato dalla frase: ”La crescita è l’unica prova della vita”. Parecchio tempo dopo, le teorie di Darwin non lo turbarono, come invece accadde a molti suoi contemporanei.
Il secondo ‘fuoco’ di attenzione riguarda il rapporto con Dio: la liturgia è simbolica proprio perché ci mette in relazione, anzi in contatto con l’alterità che più ci costituisce, e che trova corrispondenza dentro di noi. Il simbolo apre sempre ad altro, con cui è intimamente e necessariamente connesso (si potrebbe aprire un capitolo su come la linguistica contemporanea abbia insistito nel voler definire il simbolo come ‘segno arbitrario’, ma non ce n’è il tempo). La crisi liturgica è una crisi simbolica, e la nostra è un’epoca idolatrica perché rifiuta l’elemento di alterità che il simbolo porta con sé. Rieducare al simbolico significa riconoscere che noi siamo simboli, fatti a immagine e somiglianza di Dio, e che con Lui formiamo una unità inscindibile. La catechesi oggi deve essere decostruzione degli idoli (e qui gli spunti certo non mancano) e riscoperta della dimensione simbolica delle nostre vite; nella gioiosa gratitudine, e non nel sentimento di perdita di autonomia. La fede realizza una vera ‘realtà aumentata’, riconoscendoci in connessione costante col nostro creatore.penjpeg
Il terzo centro di attenzione riguarda la figura del mediatore perfetto, che è Gesù: come fare concretamente a vivere il paradosso di una presenza piena e di un distacco che rende liberi ce lo ha insegnato Gesù, che non ci chiede nulla che prima non abbia fatto per noi, e che ci ha mostrato come via, verità e vita possano e debbano costituire una unità. Che è dinamica, originale, in continuo cambiamento così come lo sono le circostanze, i contesti e le fasi della vita, ma che riesce a mantener uno ‘stile’. Stile non è sinonimo di glamour, di look o di apparenza alla moda e quindi variabile, ma, al contrario, indica una profondità (per metonimia, lo stilo da strumento appuntito indica il solco, la traccia indelebile che consente di lasciare; dallo stile procede l’azione: stilare significa infatti procedere, praticare).
Il comunicatore, a fronte di tanto bisogno e richieste di amicizia, magari anche su Facebook, può mettere in connessione col ‘profilo’ di Gesù, aiutare a diventare suoi amici. Un’amicizia fonte di straordinaria libertà e forza, come sintetizzato dalle bellissime parole di Giovanni: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda’ (Gv 15, 15-16).
E, infine, il tema della vita eterna. Una delle ‘accuse’ che vengono rivolte ai cattolici, e che rende poco attraente il messaggio per le giovani generazioni ‘olistiche’, è il (presunto) dualismo: anima contro corpo, sacrificio contro pienezza, vita eterna contro vita su questa terra. Questo luogo comune, nel clima di pregiudizio e ‘nescienza’ diffusa che abbiamo descritto, non è facile da smontare. Ma la sua natura ideologica è veramente subdola, perché capovolge la verità: se c’è un messaggio antidualista oggi è proprio quello cattolico, che si fonda sul l’incarnazione, ovvero sull’unità nella differenza.
Questo vale anche per la nostra vita: non dobbiamo mortificarci e soffrire sperando di avere un giorno una ricompensa. Siamo invece chiamati a una pienezza (dove il sacrificio è la capacità di rendere sacra, e non di mutilare la nostra umanità) che si realizza già su questa terra. La vita eterna non è un’altra vita, ma comincia su questa terra. Aiutare a sperimentare la pienezza e la bellezza di dimensioni che la nostra cultura ingiustamente e ideologicamente presenta come mortificanti (il servizio, la vicinanza agli ultimi, agli anziani, ai malati, la non rimozione della morte dal nostro orizzonte esistenziale) è una via per assaporare e apprezzare il gusto di una pienezza sempre da raggiungere, e proprio per questo oggetto di un desiderio che tiene in movimento e rafforza nel percorso intrapreso. Mantenere viva la scintilla di questo desiderio è un compito, delicato e prezioso, del catechista e di ogni educatore.
Lo scriveva anche Guardini in un testo del 1923, che costituisce una replica profetica allo spot che abbiamo visto in apertura: “Educatori molto seri hanno indicato il fatto che per la formazione dell’uomo d’oggi non bastano il mero dire, lo spiegare intellettuale, l’organizzare formale. Che gli organi del guardare, del fare, del dar forma devono essere risvegliati e coinvolti entro il processo formativo; che l’aspetto musicale è più di una mera decorazione; che la comunione significa altra cosa da uno stare a sedere insieme, ma è invece solidarietà nell’atto dell’esistenza”.
L’opera recente di Mariapia Veladiano, “Il tempo è un dio breve” è una prova convincente di cosa significhi oggi tener desta la domanda su ciò che conta. Si tratta di un romanzo certo, non di un saggio, ma proprio per questo riesce a calamitare chi si ritrova nella storia che viene dipanandosi sotto lo sguardo attento del lettore. Si legge con vivo interesse, non soltanto per la validità letteraria, ma anche perché ci sottrae alla banalità degli stereotipi di certa narrativa, ci conduce in alto e ci offre il gusto del discorrere sulle domande radicali e sui problemi che ci assillano. La protagonista del romanzo Ildegarda, che è segnata da amori e dolori sempre imprevisti ad un certo punto dice: “L’ordine è una forma d’ amore. Tutto mi sembra una forma d’ amore. È l’amore che ci dà forma”.

Mons. Domenico Pompili,
Vice Segretario CEI, Direttore UCS

2 Cfr. A. Spadaro, Intervista a Papa Francesco, in CivCatt 2013 III, 462: “La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato” .
3 A. Spadaro, Intervista a Papa Francesco, in CivCatt 2013 III, 464: “L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta poi che vengono le conseguenze morali”.

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