Il Cantico

Incontro a S. Maria Goretti con Francesco Sala e Patrizia Panini
(Bologna 24 gennaio 2013)

La Fraternità Francescana Frate Jacopa e la Parrocchia S Maria Goretti, nell’ambito della VI° Decennale Eucaristica e della Giornata della Vita, hanno organizzato un incontro rivolto in particolare modo ai giovani della parrocchia e alle famiglie. Francesco Sala, medico di base, ha presentato una riflessione sul modo di gestire la relazione con il paziente basato sulla centralità e il rispetto della persona, in questo ambito particolarmente fragile perché malata. Questo tipo di rapporto si potrebbe definire “ paternalista”, e questa definizione chiarisce bene il concetto di responsabilità e di cura. Le nuove tendenze del mondo medico stanno andando in senso esattamente contrario, si tende a fare prevalere un rapporto “tecnicista” e distaccato, quasi da prestatore d’opera, il malato viene “spezzettato” e si perde la sua dimensione di persona unica e in qualche modo irripetibile. Il medico si distacca emotivamente dall’ammalato e delega ad altri specialisti la cura, sempre più specialistica e anche il dialogo con il paziente è ridotto all’essenziale.

generareQuesto tipo di relazione diventa arida, se ne intacca il rapporto di fiducia, va invece riscoperta una dimensione che in qualche modo appartiene al passato che è quella della responsabilità. Il rispetto della vita, la sua difesa non può passare che da questo tipo di relazione: quella dell’ascolto, del rispetto di tutte fragilità. Patrizia Panini Sala, direttrice del Centro di Consulenza per le famiglie della Diocesi di Modena, ha presentato una riflessione molto interessante sul tema dell’accoglienza e della tolleranza nell’ambito delle relazioni familiari. Partendo dalla sua esperienza quotidiana di psicologa, ha presentato diversi casi paradigmatici per spiegare come a volte il concetto di tolleranza sia molto travisato. Spesso si fa coincidere l’idea di tolleranza con quella di sopportazione, questo atteggiamento solo in superficie fa accettare l’altro, in realtà lo considera un estraneo, quasi un nemico che con la sua diversità ci confonde e ci manda in crisi. Solo un profondo cammino di ridimensionamento del nostro “ego” ci può fare vedere l’altro nella sua vera dimensione che è quella della ricchezza, una pluralità di aspetti caratterizzati dalla diversità. Solo se diversi possiamo crescere insieme, altrimenti si diventa omologati e uguali.

La diversità va considerata una ricchezza e non un ostacolo, un’opportunità, un frutto dello spirito. Il primo impulso è quello di evitare le differenze, quasi di assoggettare l’altro per renderlo simile a noi, questo atteggiamento non è da persona adulta, è un comportamento immaturo. Solo l’adulto che non ha paura del confronto sa porsi in modo “ accogliente” verso chi non è uguale a lui; sa accogliere e gestire le differenze anche tra maschile e femminile, e quindi all’interno della coppia, fa arricchire la relazione tra le persone, porta una componente di stupore e di meraviglia che fa crescere le singole componenti. “Tollerare” quindi in senso ampio e maturo vuol dire lasciare che l’altro ci cambi in meglio, vuol dire essere aperti a dimensioni nuove sia delle nostre rassicuranti abitudini, sia del nostro stile di vita. Anche il rapporto con i nostri figli deve essere orientato al rispetto della diversità e della libertà individuale. Dobbiamo accettare che sono “ altro da noi”, osservarli, a volte anche ammirarli, a volte sforzarci di capirli, ma comunque sempre rispettare la loro caratteristica di essere unici e irripetibili.

A cura di Rita Montante

Print FriendlyStampa questa pagina o salva un PDF
Did you like this? Share it:
Share

4 Comments for this entry

  • teresa says:

    credo molto nell’educazione intergenerazionale,anche se ammetto ,in alcuni casi diventa proprio difficile.E’ vero che ogni confronto porta ad una crescita e soprattutto quanto il confronto e’ fatto tra un giovane ed un anziano.Ho sempre avuto molto rispetto per le persone anziane e soprattutto quando esse sono i tuoi genitori.Non per questo mi trovo a vivere un’esperienza, quasi da reclusa ,per accudirli, in quanto entrambi invalidi, e vi assicuro che le parole non bastano per spiegare la situazione che mi trovo a vivere.

  • Lucia says:

    Ci sono situazioni familiari oggettivamente difficili da gestire. Eppure ci sono esempi come quello di Benedetta Bianchi Porro che, in preda a una devastante malattia, disse:”Dio non poteva darmi una vita migliore di questa”.
    Se vissuta con fede l’esperienza più dolorosa può divenire fonte di santità e di salvezza.
    Anche senza arrivare così in alto, ogni vita spesa per prendersi cura dell’altro, è una vita spesa non invano. Di questo tutti facciamo quotidianamente esperienza.

  • rita says:

    Le esperienze di difficoltà e dolore ,sopratutto all’interno della famiglia, possono diventare in un’ottica di fede dei germi di speranza per il futuro anche per chi oserva dall’esterno.
    Sono testimonianze silenziose di fedeltà e forza che non passano inosservate soprattutto agli occhi del Signore.

  • admin says:

    Concordo con te cara Rita, queste sono vere testimonianze e anche vere opere di evangelizzazione. La coerenza, la fede e l’accettazione del volere di Dio, anche se a volte può essere poco comprensibile per noi, è davvero la chiave per aprire tutti i cuori, anche quelli più chiusi.
    Invece ritengo poco fruttuose le parole, che partono dall’uomo e non sempre sono opera dello Spirito Santo. Si rischia di perdere tempo ed ottenere l’effetto contrario, preferisco i fatti alle semplici parole.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*