Il Cantico

Luoghi in cui poter vivere la fede

img128 (2)Martedì, 19 marzo, festa di San Giuseppe, il professor Paolo Rizzi, docente di politica economica all’Università Cattolica di Piacenza e alla Bicocca di Milano, è venuto a Torino a proporci la riflessione sulla dimensione sociale quale parte integrante della nostra fede.
La Fraternità Francescana “Frate Jacopa” da tempo dedica approfondimenti al tema che costituisce l’argomento di questo incontro, per cercare di mettere in campo un’azione di stampo francescano, volta alla “cura”, a servizio del bene comune. Abbiamo quindi proposto di inserire la riflessione sulla giustizia, l’economia e la politica nel calendario degli incontri formativi che la Parrocchia di S. Bernardino attua nel periodo quaresimale, per una crescita di informazione e di intenti.
Emmanuel Carrère ebbe a scrivere: “Perchè un pensiero mi comunichi qualcosa, bisogna che sia espresso da una voce… e che io sappia come quel pensiero si è fatto strada nell’uomo che ho di fronte”.
Il professor Rizzi è uomo che si dedica quotidianamente a far riflettere i giovani su giustizia ed economia in relazione alla qualità della vita, a prospettive di sviluppo equo e sostenibile, di mondialità consapevole, intrecciando cultura e spiritualità cristiana a fondamento del suo lavoro.
Egli da qualche tempo segue la nostra Fraternità Nazionale negli incontri estivi di formazione, aperti a tutti, che ogni anno si svolgono sulle Dolomiti, a Bellamonte, tra le foreste degli abeti di risonanza del parco di Paneveggio. È stato perciò naturale rivolgersi a lui, certi che avrebbe potuto, con le sue parole, dare senso e sostanza all’argomento e, con il suo modo di porsi, suscitare interazione nel dibattito e far scaturire motivazioni all’azione.
Ai numerosi partecipanti egli presenta subito il tema della giustizia, declinato nelle sue tre dimensioni significative: di riconoscimento (della propria identità e diritti, che si completa nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo), di distribuzione (delle risorse in modo equo, che ricerca l’ugaglianza) e di riparazione (delle ingiustizie che una parte dell’umanità arreca all’altra parte, attraverso depredazioni e sfruttamento di uomini, terre, materie prime…)
I dati sulle disuguaglianze (ricchezza di pochi a scompenso di molti, distribuzione del reddito, sia tra gli stati del mondo che all’interno delle singole nazioni, mortalità infantile, acquisto di giocattoli…) inducono a ragionare insieme, ad esempio, sulla disparità di retribuzione del lavoro, sul divario degli stipendi, anche in relazione alla difficoltà della quantificazione del merito…
Ad introduzione della sua conversazione il professore aveva mostrato due documenti: un’iscrizione caldea e la “Quadragesimo anno” del 1931.
3800 anni prima di Cristo si trova inciso: “Siamo precipitati in tempi orribili. Il mondo è diventato troppo decadente e malvagio. La politica è sempre più corrotta. I giovani non rispettano i loro genitori”.
Nel 1931 Papa Pio XI scrive: “Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento”.
Le cose difficili, complicate, ci sono sempre state, ma dobbiamo riconoscere nella storia un cammino continuo di crescita positiva, seppure non lineare; tutti i dati economici, sanità, salute, politica, democrazia, ce lo confermano. E tuttavia il nostro mondo globalizzato ci pone davanti a scenari di disuguaglianze sempre più inquietanti.
Per noi credenti il senso positivo ha un significato profondo: la storia di un cammino verso il Regno.
Vengono riportate alla nostra memoria le affermazioni contenute nei Vangeli sulla giustizia e le ricchezze, e il modo con cui sono espresse.
A partire dal discorso delle Beatitudini, che indicano la possibilità di essere felici, saziati per chi ha “fame e sete di giustizia” e per i “perseguitati per la giustizia”, ecco la “nuova via”, il paradosso cristiano del porgere l’altra guancia: “Vi dico di non opporvi al malvagio …” “Da’ a chi ti chiede …”.
La visione della giustizia è stravolta, e anche quella dell’economia: dare un prestito senza chiedere indietro … guardare gli uccelli del cielo … “Nessuno può servire due padroni”, “Non accumulate tesori sulla terra…”.
La frase: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” suscita in tutti un silenzio meditativo e il professore invita il nostro parroco, padre Raffaele, ad aiutarci nella comprensione.
La Chiesa, nel corso degli anni, ha espresso la Dottrina Sociale, attraverso le Encicliche e il Concilio: patrimonio meraviglioso, storia di riflessioni, di messaggi, di approfondimenti della componente socio-relazionale della vita umana, che dobbiamo conoscere per riconsiderarne la portata.
Il professore si sofferma in particolare sulla “Laudato si’” che sviluppa le interconnessioni, nel bene e nel male, tra pace, giustizia e salvaguardia della casa comune, il Creato.
“Il bene comune richiede la pace sociale, vale a dire la stabilità e la sicurezza”: le ingiustizie distributive generano molte forme di violenza.
Della “Caritas in Veritate” è presentata la premessa: “La giustizia anzitutto” e la formulazione: “La carità eccede la giustizia, la giustizia è inseparabile dalla carità… La giustizia è la prima via della carità, la misura minore di essa.”; oltre la giustizia, a completamento, è la logica del dono e del perdono; la carità anche nelle relazioni umane manifesta l’amore di Dio.
Espressione del Concilio sono le indicazioni, a volte inattuate, della “Gaudium et Spes” di cui viene portata all’attenzione in particolare la frase: “Nulla vi è di genuinamente umano che non trovi spazio nel cuore dell’uomo” e l’invito ad “essere cittadini nel mondo, non del mondo”, che ricalca lo scritto greco, del secondo secolo, indirizzato a Diogneto per illustrare la condizione dei “cristiani” del suo tempo.
Insieme si prova a delineare occasioni e modi di impegno immediato: dai piccoli gesti quotidiani di cura, alla ricerca di azioni personali, o in gruppo, per individuare e percorrere strade valide a costruire un mondo migliore, partendo forse con lo sguardo “strabico” di quando si guarda molto da vicino, per allargare la visuale all’impegno nel quartiere, nel Comune…, all’informazione corretta sulle necessità e i tentativi di soluzione dei problemi nel mondo, all’azione di volontariato, ONG, Cooperative sociali…
Ci vengono presentate alcune regole della “chiamata” all’impegno politico, espressa da Dossetti, con il riferimento alla cautela, alla gratuità, a non considerarlo una “professione”, e il “decalogo” di don Sturzo, oggi ignorato, quasi fosse inattuabile; ci sembra profetico in modo particolare il “…rifiuto delle proposte che tendano all’inosservanza della legge per un presunto vantaggio politico”, “Prometti poco e ciò che prometti realizza”, “Non disdegnare il parere delle donne che si interessano alla politica. Esse vedono le cose da punti di vista concreti, che possono sfuggire agli uomini”.
A conclusione si legge la “Lettera a Diogneto”, già prima citata: i cristiani “… vivono nella loro patria come forestieri … testimoniano un modo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale … dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo… obbediscono alle leggi e con la loro vita superano le leggi… l’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo.” La discussione che si snoda al termine dell’esposizione del professor Rizzi dimostra il vivo interesse con cui da tutti è stata seguita e determina ulteriore interazione con il relatore e nel gruppo.
Viene subito citato l’articolo appena apparso sul settimanale regionale di vita cattolica “La voce e il tempo”, che ci interroga tutti e fa discutere: il parroco di Verzuolo ha chiesto “a chiunque si candidi, per la libertà di tutti, di sospendere i preziosi servizi nella liturgia”.
Si evidenzia che la catechesi della Chiesa negli ultimi anni ha evitato di educare i cattolici ad essere “popolo”, mentre la Scrittura tutta parla di “popolo” che, se non opera insieme, non si salva.
Altri invece ritengono che la Chiesa si debba occupare dell’anima, di rendere “ricco” spiritualmente chi si accosta a lei.
Si solleva anche il timore di quello che veniva chiamato il “collateralismo”.
I cristiani debbono fare politica avendo come riferimento il Vangelo nel parlare e operare sul concreto; se la realtà di oggi presenta la difficoltà di esprimere la propria azione in un partito, forse è più facile cercare singoli politici che dimostrino di poter concretizzare il Vangelo nella società.img130
Il professore si volge direttamente ai giovani presenti affinchè indichino i motivi per cui la parrocchia non risponde a ciò che cercano: cose concrete, che possano esprimersi in azioni reali; alcuni trovano questa richiesta soddisfatta dal gruppo Scout che propone lettura del territorio, impegno verso obiettivi individuati di volta in volta come rilevanti per la società, campi di servizio… dichiarano che l’essere spesso lontani dalla politica e il non accettare la responsabilità di una candidatura non vuol dire rinuncia all’azione né alla sensibilizzazione verso il sociale.
Altri giovani lamentano una mancanza di preparazione per cui prenderebbero in considerazione la possibilità di partecipare ad una qualche forma di scuola di politica.
Altri dichiarano indifferenza e disinteresse per la politica in generale.
La “saggezza dell’anziano” racconta le passate esperienze e le differenze di esercizio dell’impegno politico se praticato attraverso la parrocchia, che legittimava solo il partito della Democrazia Cristiana, o se inseriti in gruppi “laici”, come gli Scout.
Senza negare o sopprimere quanto avvenuto in tempi passati, ora si dovrebbe ri-prendere il cammino, almeno con la testimonianza, la sollecitazione e lo studio della Dottrina Sociale: se i cristiani si tengono lontani e si tolgono dalla politica si toglie quel “sale” importante che deve portare al “bene comune”; possiamo reimparare a declinare la dimensione sociale della nostra fede.
L’esercizio politico fa parte della vita e non va scartato.
Attraverso un altro intervento viene rimarcata la necessità dell’ascolto dei giovani, in particolare di quelli che ora hanno trovato modo di far sentire la loro voce nelle manifestazioni del “Venerdì per il Futuro”, per far riportare al primo punto dell’agenda politica la salvezza dell’ambiente.
Qualche partecipante ha con passione ricordato che il diritto di ogni creatura a nascere è il primo a dover essere salvaguardato, impegnandosi nella battaglia contro l’aborto. Si riflette insieme: la vita, diritto insito nella persona a partire dal concepimento, si sviluppa in interdipendenza, interconnessione con tutto il “sistema vita”, retto dalla logica dell’armonia relazionale, con Dio, con gli uomini, con il creato.
Vista l’ora tarda è imperativo chiudere l’incontro e il professor Rizzi ci lascia con le parole “leggère” di un canto di Giorgio Gaber: “L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene, è avere gli altri dentro di sé.” La nostra parola “carità”contiene in sé l’“aver caro”.
La nostra azione politica dovrebbe superare la relazione inoperosa di singoli nella folla indistinta e sfociare in un “essere in comune” che all’appropriazione oppone il dono, la condivisione, la ricerca del “bene comune”.
Nel motto della nazione francese sta la parola “fraternità”, unita a libertà e uguaglianza: avverte che al di là della legge deve sgorgare il “senso” dell’essere comunità umana.
Il “Padre nostro” pregato tutti insieme è il “senso sonoro” che dalla sala gremita di san Bernardino deborda verso l’alto.

* * *

A chiusura desidero inserire nella relazione la fotografia raccontata di un luogo caro alla nostra fraternità “Frate Jacopa”e il “concerto-preghiera” nella foresta dei violini a Paneveggio” (www.provinciadicremona. it – il concerto preghiera).

Maria Rosa Caire

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Nella “foresta che suona” del Parco di Paneveggio, gli alberi erano là, insieme e uno ad uno, non una folla, ma una vasta comunità ordinata.
Tutto questo non c’è più.Il “maltempo”, nella notte tra ottobre e novembre 2018 ha raso al suolo migliaia di alberi.
I boscaioli del parco e la Magnifica Comunità della Val di Fiemme sono al lavoro.
Paolo Kovac, responsabile tecnico di una parte del parco ha detto: “Tra 40 anni, se tutto andrà bene, riavremo un bosco giovanile, ma prima di riavere i tronchi pronti per gli strumenti musicali ci vorranno due secoli”.
Alle ore 11 dell’11° giorno dell’11° mese dell’anno 2018 l’orchestra di violoncelli guidata da Mario Brunello suonava l’aria sulla quarta corda di J. S. Bach tra i tronchi caduti al suolo nella foresta violata di Paneveggio.
Alle ore 11 dell’11° giorno dell’11° mese dell’anno 1918 finiva la guerra e le foreste ricominciarono a crescere sul corpo di 36 milioni di caduti, tra civili e militari.

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