Ormai prossimi all’Ottavo Centenario della morte di S. Francesco d’Assisi (1226-2026) Il Cantico desidera iniziare un percorso alla riscoperta del grande dono della spiritualità francescana, riportando al cuore la grazia di un Santo che è di tutti per i valori comuni e fondativi che rappresenta, come la pace, la fraternità, l’amore per i deboli e gli oppressi, la custodia del creato, la giustizia sociale.
L’inizio di questo cammino non poteva che essere dato dalla “Lettera a tutti i fedeli” con la quale S. Francesco a tutti propone la possibilità di vivere la via della penitenza sotto l’azione dello Spirito Santo, divenendo “sposi, fratelli e madri” del nostro Signore Gesù Cristo.

Nel nome del Signore. Tutti coloro che amano il Signore con tutto il cuore, l’anima e la mente, con tutta la forza e amano i loro prossimi come se stessi, e hanno in odio i loro corpi con i loro vizi e peccati, e ricevono il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, e fanno frutti degni di penitenza. Oh, come sono beati e benedetti quelli e quelle, quando fanno tali cose e perseverano in esse, perché riposerà su di essi lo Spirito del Signore, e farà presso di loro la sua abitazione e dimora, e sono figli del Padre celeste del quale compiono le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo sposi quando l’anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo per virtù di Spirito Santo. Siamo suoi fratelli quando facciamo la volontà del Padre che è nei cieli. Siamo madri, quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza, lo generiamo attraverso le opere sante che devono splendere agli altri in esempio.
Oh, come è glorioso, santo e grande avere in cielo un Padre!
Oh, come è santo, fonte di consolazione, bello e ammirabile avere un tale Sposo! Oh, come è santo e come è caro, piacevole, umile, pacifico, dolce, amabile e desiderabile sopra ogni cosa avere un tale fratello e un tale figlio, il Signore nostro Gesù Cristo…

UN PERCORSO DI FELICITÀ
Quando S. Francesco scrive la “Lettera a tutti fedeli” ha già le stigmate impresse nel suo corpo.
Eppure il tono della lettera è improntato a una forza e a una letizia tutt’altro che fiacche e deboli. Al contrario l’uso sovrabbondante degli aggettivi e delle interiezioni, risuona come l’esplosione della grandezza dell’uomo e della consapevolezza della sua dignità. Questi aggettivi (glorioso, grande, santo, bello, ammirabile, caro, piacevole…) richiamano il coinvolgimento dell’interiorità, non sono vuota risonanza. Esprimono esultanza, ammirazione di fronte alla dignità dell’uomo. Sono aggettivi energetici che esprimono forza, non passività.
L’aggettivo “beati” esprime un cammino di felicità che inizia fin d’ora (“sono beati” e “sono Figli del Padre celeste”…) e che si compirà nella vita eterna (“Riposerà su di essi lo Spirito del Signore”).
L’esultanza dello spirito espressa in questi aggettivi indica il coinvolgimento esistenziale di S. Francesco che qui vive la pienezza dell’esistenza, il senso pieno della vita.
Fin dall’inizio questa lettera è una lettera programmatica di spiritualità e di vita.

DESTINATARI 
A chi è rivolta questa Lettera? Il titolo dice: “a tutti i fedeli”. Proprio con la parola “tutti” la Lettera inizia. Ma se procediamo nella lettura troviamo che la Lettera non è rivolta a qualunque uomo o donna cristiani ma a quelli e quelle che “amano il Signore con tutto il cuore, tutta l’anima e la mente e amano i loro prossimi come se stessi”.
S. Francesco pone Cristo al centro della sua vita e vuole che coloro che lo seguono facciano altrettanto senza mezze misure, ma con la totalità di se stessi. Il Vangelo è vissuto e proposto come radicalità di vita alla sequela di Cristo.
Questi fedeli si caratterizzano innanzitutto come degli innamorati (“tutti coloro che amano il Signore”) e, come tali, vogliono donare interamente se stessi a Colui che amano per ringraziarlo di avere loro donato il suo amore. E come ogni innamorato, anch’essi vogliono vivere la vita come un debito inesauribile d’amore. Se finisse questo senso di debito finirebbe l’amore. Dunque la lettera coinvolge tutto l’esistere dei destinatari così come ha coinvolto tutto l’esistere del Santo di Assisi che ha posto Cristo al centro della sua vita.

PENITENZA
Ma che cosa fanno i destinatari della Lettera per ringraziare Cristo che ha donato loro la beatitudine? Il programma della loro vita è fare penitenza. E per poter essere penitenti essi “ricevono il corpo il sangue del Signore nostro Gesù Cristo”. Infatti senza l’Eucaristia non si potrebbe fare penitenza perché l’Eucaristia è l’Amore che si dona umilmente e totalmente e ci chiede di fare altrettanto per poterci introdurre nella natura divina senza la quale nessuno potrebbe realizzare in pienezza la propria natura umana. E fare questo richiede sacrificio, rinunce e un percorso in salita che prende il nome di penitenza.
I destinatari della Lettera sono innanzitutto dei penitenti, non come lo erano i Flagellanti che si colpivano con il flagello per farsi del male. In S. Francesco la penitenza è vista nella sua positività. Infatti la Lettera a tutti i fedeli parla di una penitenza che produce frutti, non che distrugge. La penitenza è fatta da atti d’amore con i quali si risponde all’Amore ricevuto che si è donato per primo e che ci ha resi capaci di amare.
La penitenza cristiana è una risposta d’amore ad altri atti d’amore. Questa penitenza non consiste nella macerazione delle doti naturali, ma nella loro valorizzazione.
Non riguarda l’esecuzione di norme, ma un rapporto personale con il Dio trinitario: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Essa è la pienezza dell’umano che si esprime nella letizia e non nell’afflizione e nella disperazione propria di chi non crede nella possibilità di poter essere perdonato.
Certo permane nella parola “penitenza” un aspetto di incompiutezza, poiché la penitenza intesa come amore prevede un processo di crescita che richiede un continuo superamento di se stessi e dei propri limiti. E questo superamento si può ottenere solo attraverso una lotta con se stessi per divenire sempre più immagine e similitudine di Cristo. L’amore rende simili. Per divenire simili a Cristo occorre convertirsi. La conversione è proprio il voler convergere verso l’immagine e la similitudine di Cristo, lasciando fuori tutto ciò che è altro nella propria vita.
Per questo S. Francesco dice che i penitenti “hanno in odio il loro corpo con i vizi e peccati”, in quanto il corpo non deve essere asservito al proprio egoismo, piacere, orgoglio, ma deve essere educato a superare i propri limiti e a pentirsi dei propri peccati per diventare immagine del corpo di Colui che è Amore assoluto e similitudine del suo Spirito. Allora da questo ‘convergere’ verso l’immagine e la similitudine di Cristo, scaturisce l’esultanza e la beatitudine espresse nel linguaggio di S. Francesco. Ed essendo un linguaggio d’amore, è un linguaggio che riscopre il significato originario dei legami familiari, poiché la famiglia è la prima cellula dell’amore.
Egli chiama i penitenti “figli del Padre celeste”, “sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo”. Sono sposi in quanto l’anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo per virtù dello Spirito Santo. Sono fratelli quando fanno la volontà del Padre celeste. Sono madri quando lo generano attraverso le opere sante. Perché si chiamano sante? Perché sono compiute con il coinvolgimento della propria soggettività e si pongono sul piano esistenziale, non di una pura e semplice oggettività considerata in se stessa.
Ma, a differenza dei legami familiari umani che non ammettono simultaneità, in quanto l’uno esclude l’altro (non posso essere contemporaneamente sposa e figlia o madre o sorella della stessa persona), invece l’amore spirituale è totale nella simultaneità perché assomma tutti i vincoli familiari: per grazia divina noi diventiamo fratelli, sposi e madri del Signore Gesù Cristo, essendo anche figli del Padre celeste.

AUTORE
S. Francesco è l’autore della Lettera. Con le stigmate impresse nel suo corpo malato e sofferente, egli non può viaggiare e allora decide di scrivere lettere. La sua premura di fratello è tale che egli non si vuole isolare, ma cerca sempre di essere in comunione con i fratelli dei quali si sente responsabile.
Infatti egli li sollecita ad accogliere benignamente con divino amore le “fragranti parole del Signore nostro Gesù Cristo”, che sono le parole della sua lettera.
E incalza: “… coloro che non sanno leggere, se le facciano leggere spesso, e le imparino a memoria, mettendole in pratica santamente sino alla fine, poiché sono spirito e vita”. Si sente il peso del senso di responsabilità che egli avverte fino in fondo, fino al punto di ammonire: “E coloro che non faranno questo, dovranno renderne ragione nel giorno del giudizio, davanti al tribunale del Signore nostro Gesù Cristo”. Sono parole vibranti di carità e di speranza, tipiche del linguaggio profetico. S. Francesco si pone come profeta. Sa che Dio parla attraverso le sue parole e sa che dall’attuazione di queste parole dipende la salvezza di coloro che il Signore gli ha affidato e che egli ama come Cristo ama le sue pecore che Egli custodisce. È un linguaggio di spiritualità e di vita, perché riguarda il senso del vivere.

Lucia Baldo