Il Cantico

Lode a Dio

16/09/2019

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Graziella Baldo

Chi può dare lode a Dio?
Nel Cantico S. Francesco loda il Signore per le creature che nel loro essere e nel loro agire ne rivelano la presenza.
Ma c’è un’eccezione!
L’uomo si fa inno di lode al Creatore quando è capace di perdonare e di sostenere infermità e tribolazione in pace. Queste capacità rivelano la presenza in lui dell’amore di Dio, la conversione allo spirito di Cristo che seppe perdonare i suoi persecutori e si offrì in sacrificio.
Chi sa testimoniare l’amore di Dio dà lode a Dio.
Nella V Ammonizione si ribadisce la differenza tra l’uomo e le altre creature che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la sua natura. Esse servono e obbediscono al loro Creatore meglio dell’uomo, perché non crocifiggono il Figlio, mentre l’uomo lo crocifisse e ancora lo crocifigge dilettandosi “nei vizi e nei peccati” (FF 154) cioè lasciandosi animare dallo spirito della carne che non vuole rinunciare a se stesso.
Dunque l’uomo di che può gloriarsi? Come può la sua vita essere un canto di lode al Creatore se crocifigge il Figlio?
Invece di crocifiggerlo possiamo gloriarci se siamo come pecore del Signore che lo vogliono seguire per rinnegare se stesse, cioè lo spirito della carne, e vogliono essere salvate da Lui portando il suo “giogo soave” e il suo “peso leggero” (FF 185).
Sosteniamo in pace la tribolazione quando assumiamo la sua santa croce. E ce ne vantiamo davanti a Dio, perché sappiamo che “la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5, 3-5).
Solo così l’uomo nel suo essere e nel suo agire rivela la presenza di Dio e può dargli lode e gloria. Il santo grazie all’unione con Cristo, principe della pace, ha un cuore pacificato ed “esce da sé nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore” (GE 147).
Innalza il suo inno di lode a Dio soltanto l’uomo che “nella sua libertà, si realizza come immagine e similitudine di Cristo, amando come Lui ama, perdonando cioè per amor suo, e sopportando le tribolazioni, accogliendole in pace, come il Cristo-uomo le ha accolte” (V.C. Bigi, Il Cantico delle creature di Francesco d’Assisi, Ed. Porziuncola, 1993, p. 96).

Perdono e tribolazione
Nel Cantico il perdono è complementare alla tribolazione. Questo accostamento fa pensare alle sofferenze inflitte dai nemici. Chi vuole seguire le orme di Cristo ama i propri nemici e fa loro del bene (cfr. FF 56) o prega per loro (cfr. FF 104). “Sono dunque nostri amici coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, e li dobbiamo amare molto poiché in virtù di ciò che ci fanno, abbiamo la vita eterna” (FF 56).
Questo tema ci ricorda l’esperienza vissuta dallo stesso S. Francesco che subì il rifiuto dei suoi frati quando bussò ad un convento e non gli fu aperta la porta. Egli non si turbò mantenendo quella pace interiore che viene definita come “vera letizia” (FF 278), stato in cui si può trovare solo chi ha in sé la presenza dell’amore di Cristo.

“Infirmitate” e ricompensa
L’episodio della vera letizia non significa che S. Francesco amasse la sofferenza per se stessa. Ce lo conferma il racconto di una notte angosciosa in cui il Santo implora un soccorso per le sue infermità. Gli risponde una voce che gli offre in dono, come compenso, un immenso e prezioso tesoro dicendogli: “Fratello, rallegrati e sii lieto in mezzo alle tue infermità e tribolazioni: d’ora in avanti vivi in pace, come se tu fossi già nel mio regno!” (FF 1799). La sicurezza del regno dà al Santo la letizia che “si fa canto di lode al Tu Altissimo: beati coloro che sostengono in pace infermità e tribolazioni, perché saranno «incoronati», cioè possederanno il «regno», l’immenso e prezioso tesoro, offerto in dono come compenso alle sofferenze e tribolazioni dal Tu Altissimo” (V.C. Bigi, ibidem, p.94).
Nella comunione con l’Altissimo, onnipotente, bon Signore, che lo ha chiamato “fratello”, S. Francesco trova il modo di vivere nella pace. 

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