Il Cantico

S. Em.za Card. Velasio De Paolis

IN CAMMINO VERSO IL CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE

Per coltivare la pienezza dell’umano nelle condizioni esistenziali attuali è fondamentale ritornare alle radici della fede. L’incontro nazionale della Fraternità Francescana Frate Jacopa (Roma, 24-26 aprile 2015) in preparazione al Convegno Ecclesiale di Firenze ha inteso riportare al cuore la centralità dell’opera di Dio rivolta alla salvezza dell’umano, attraverso la riflessione biblica “L’uomo nuovo in Cristo Gesù secondo giustizia e santità” (Ef 4,24), proposta da S.Em. il Card. Velasio De Paolis, a cui ha fatto seguito, a cura di P. José Antonio Merino (Pontificia Università Antonianum), l’apporto della teologia francescana che nella proposta della fraternità esprime la custodia per la dignità di ogni uomo.
Momenti assembleari della Cooperativa Sociale Frate Jacopa e della Fraternità Francescana Frate Jacopa hanno completato l’incontro, ulteriormente arricchito dalla relazione di Mons. Antonio Interguglielmi (Dir.Uff. Aggregazioni Laicali Diocesi di Roma) sul tema “Lo Statuto espressione dell’ecclesialità dell’associazione e attuazione del principio di sussidiarietà del Concilio Vaticano II”. Il Convegno si è concluso con la partecipazione al Regina Coeli in Piazza S. Pietro.
Di seguito pubblichiamo l’intensa relazione del Card. De Paolis

QUALE NUOVO UMANESIMO?
Ci stiamo preparando a una riflessione approfondita sul tema “Il nuovo umanesimo” e già le parole sono equivoche. Oggi viviamo una cultura che ha le radici cristiane, ma non è più cristiana, quindi il linguaggio stesso diventa ambiguo. Tutti quei termini che sono fondamentali nella visione cristiana della vita, in realtà sono quasi tutti distorti, a cominciare dalla concezione dell’uomo e della dignità della persona.
velasioI connotati che si riferiscono alla persona – l’intelligenza, la libertà, la coscienza – sono termini che ci sono familiari e sono diventati patrimonio dell’umanità proprio con l’avvento del cristianesimo, però oggi il cristianesimo come dimensione visibile, sociale, ha minore incidenza. Di qui la difficoltà di capirci: usiamo le stesse parole ma i significati sono molto diversi. Ed è all’interno della grande transizione che stiamo vivendo che noi dobbiamo saper cogliere la realtà del “nuovo umanesimo”.
Ma quale nuovo umanesimo possiamo inventarci noi, se l’umanesimo è nato con nostro Signore Gesù Cristo? Quale umanesimo nuovo possiamo noi costruire se Gesù è l’uomo nuovo? Ed è nuovo chi si inserisce nel mistero di Gesù. Cos’è la novità di cui noi parliamo? E riguardo alla novità noi siamo in un ambiente culturale che ci fa veramente perdere la direzione. Il mondo di oggi, per esempio, continua a interpellare la Chiesa perché si adatti alle novità, ma queste spesso sono mondo vecchio. Quando sentiamo S. Paolo che parla dell’uomo vecchio e dell’uomo nuovo, nella descrizione dell’uomo vecchio noi troviamo molto della cultura di oggi.
Sarebbe interessante, come punto di partenza – io lo accenno appena – dare uno sguardo sul mondo pagano prima dell’arrivo del mondo cristiano, e sul mondo ebraico prima della venuta di nostro Signore Gesù Cristo, perché la novità di Gesù si può cogliere solo all’interno del confronto. Cosa ha portato Gesù rispetto al mondo pagano e al mondo ebraico?
La sua novità può cedere il passo a un’altra novità che non sia la sua? S. Paolo dice che col Signore è venuta una nuova creazione. La Scrittura ci parla della creazione dell’uomo nella prima pagina del Libro della Genesi e poi S. Paolo ritorna a parlare della creazione con la venuta di Gesù Cristo e tutto quello che c’era prima, in qualche modo, è vecchio.
Anche la prima creazione è una realtà vecchia. La novità è venuta con Gesù e questo è il titolo che noi abbiamo proposto alla nostra riflessione, prendendo dalla Lettera agli Efesini 4,23: “Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”. S. Paolo parla di santità della verità, santità vera. E vuole indicarci che noi dobbiamo cercare di cogliere il senso preciso delle parole.
Il Convegno Ecclesiale Nazionale è intitolato “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Le parole “nuovo umanesimo” oggi a che cosa ci rinviano? Abbiamo un altro nuovo umanesimo diverso da quello di Gesù Cristo?
Il cristiano dei primi secoli era consapevole della novità che Gesù ha portato. C’è un libro del V secolo “Terapia dei morbi pagani” (terapia delle malattie dello spirito che erano tipiche del mondo pagano), il cui autore si domanda che cos’era l’uomo prima di Gesù Cristo.

CHI È L’UOMO?
Il mondo pagano, visto nell’apice della sua cultura – il mondo greco, il mondo romano – cosa ha saputo dire dell’uomo? Il mondo pagano ha detto molto del mondo, dell’impero, ma dell’uomo ha saputo dire poco, perché aveva una concezione del mondo immanente. Non ha saputo dire nulla sulla fine dell’uomo e di conseguenza, che cosa poteva dire dell’inizio dell’uomo e della sua vita? Infatti tutta la cultura pagana è permeata da scetticismo, da una certa amarezza, perché in questa cultura ciò che conta è il mondo visibile.sandro roriign
Ma contemplando il mondo visibile, fermandoci ad esso, cosa possiamo dire dell’uomo? Cosa c’è al termine del suo cammino? C’è la morte. E quando noi contempliamo l’uomo in questa prospettiva, come si fa a essere lieti? Anche noi in qualche modo, che stiamo rivivendo il mondo pagano, nonostante tutte le nostre conquiste siamo fondamentalmente pessimisti, perché se nella nostra cultura domina, come dominava nel mondo pagano, la mentalità secolarizzata, immanentista, che cosa ci attende?
Si domandavano gli antichi: valeva la pena nascere se poi tutto termina così? Rispondevano che non valeva la pena nascere perché se la vita non ha nessuna prospettiva e tutto termina con la morte, tutto viene sepolto e ciò che abbiamo fatto, le sofferenze che abbiamo dovuto affrontare, non hanno senso.
Il mondo pagano non ha saputo dire nulla della vita e l’autore di questo libro cita tanti grandi uomini di quel tempo, i grandi filosofi greci che sono ancora insuperabili. Questi grandi filosofi non hanno saputo dire nulla sulla vita. E l’autore, che aveva davanti la comunità cristiana, diceva: domandiamo al ciabattino, al sarto, alla donna di casa, qual è il senso della nostra vita, e ci daranno le risposte.
Sono in definitiva le risposte che troviamo nel catechismo di S. Pio X. Esiste Dio, anzitutto? E chi è Dio? Mistero trinitario d’amore. E chi è l’uomo? L’uomo è l’essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. Qual è il senso della sua vita? Amare Dio, conoscerlo, servirlo e goderlo poi nell’altra vita.
C’è la prospettiva che rompe l’orizzonte dell’immanentismo, della secolarizzazione; c’è la prospettiva della trascendenza che amplia l’orizzonte della visione dell’uomo e ci permette di spaziare in questo orizzonte immenso.

LA LUCE DELLA FEDE
È molto diffusa l’idea che la fede sia oscurantismo. Siccome la nostra ragione umana, si dice, è una luce ma che illumina poco, quando siamo nelle difficoltà, ci tuffiamo nella fede che è oscurità. Il Papa, fin dal titolo dell’Enciclica Lumen Fidei, non parla di tenebre della fede, di oscurità, ma di luce della fede.
La fede non è il mondo dell’oscurità, è il mondo della luce. Nel primo capitolo lo stesso Papa cita Nietzsche che aveva la concezione della fede come rifugio per le persone che hanno paura della vita e preferiscono inabissarsi nell’oscurità della fede, per cui anche tutto il cristianesimo è stato chiamato oscurantista.
Dice il Papa: “Proviamo a vedere cosa noi con la nostra ragione riusciamo a vedere”. Il mondo pagano, che cosa è riuscito a vedere con la luce della ragione? E cosa ci dicono i sapientoni di oggi? Oggi domina una visione secolarizzata, per la quale nasciamo per caso, poi tutto termina con la morte, e il tempo che intercorre tra la nascita e la morte è senza senso.
È questa la grande luce che ci viene? Apriamo l’orizzonte della fede e l’orizzonte diventa amplissimo: il mistero di Dio, il mistero della nostra vita, il senso della nostra vita, orizzonti sconfinati, dove noi ci sentiamo quasi accecati, ma non dalla tenebra, bensì dallo splendore della luce.
scuola pace aprileNoi oggi ci ritroviamo quasi nella stessa condizione del mondo pagano. S. Paolo, quando scrive le sue lettere, continua a ripetere: eravate nelle tenebre quando eravate pagani, ora siete venuti alla luce. Il Battesimo una volta si chiamava “illuminazione”, perché ci dà la fede; e ancora oggi quando siamo battezzati si consegna la candela, simbolo della fede, che poi nel tempo pasquale accendiamo al Cero pasquale, che è Cristo risorto.
Dunque abbiamo bisogno della luce della fede. Il mondo moderno ha voluto rifiutare la fede come nemica della ragione e si è chiamato illuminista, ha spento una luce per far brillare di più quella della ragione. La Chiesa continua a difendere la ragione perché senza ragione non abbiamo più nessuno strumento. Oggi la Chiesa, accusata di essere oscurantista, deve difendere la ragione perché gli uomini non credono più ad essa, non credono più alla verità, negano che ci sia una verità morale, una verità conoscitiva. Spegnere la luce più grande, quella della fede, significa anche ridurre la luce della ragione a un lumicino che non ci permette di capire di più.
Noi oggi siamo al termine di un lungo cammino, il cammino che abbiamo chiamato “l’epoca moderna”. E qual è la caratteristica tipica dell’epoca moderna? I pagani, tutto sommato, avevano un certo barlume verso una qualche conoscenza superiore. Per esempio Platone nel suo dialogo con Socrate parla della zattera che abbiamo per attraversare il mare della vita. Noi siamo chiamati ad attraversare il mare della vita, la nostra vita è come passare da una sponda all’altra del mare.
Qual è la zattera che ci permette di attraversare il mare? La nostra ragione, la quale alle volte ci illumina, dà risposte sensate che ci rassicurano, altre volte le dà piuttosto balbettanti e altre volte invece non sa dirci nulla. Platone si domandava che cosa fare. Dobbiamo usare la ragione perché è l’unico strumento, l’unica zattera che abbiamo, se siamo immersi nel mare e abbiamo solo quel pezzo di legno che ci viene incontro.
La ragione è l’unica tavola di salvataggio, dobbiamo prenderla e cercare di arrivare con essa all’altra riva. Però ci viene da invocare anche una luce più grande, un mezzo salvifico più grande. Diceva Platone: a meno che non piaccia a qualche divinità di venirci incontro e di illuminarci. Ed è la grande luce che ci è venuta con nostro Signore Gesù Cristo.

IL CRISTIANESIMO HA APERTO L’ORIZZONTE DELLA VITA
Perché il cristianesimo ha avuto al suo apparire nel mondo questo successo strepitoso benché annunciasse un Messia crocifisso, morto, condannato?
Perché ha aperto l’orizzonte della vita, ha parlato della vita eterna, ha aperto all’uomo un senso pieno della sua esistenza, certamente poi vissuta anche nella fraternità, nella carità. È stata la luce che il cristianesimo ha portato al mondo, con nostro Signore Gesù Cristo.
Poi gli uomini forse si sono un po’ stancati. Alle volte si parla del Medioevo come di un periodo di oscurantismo, ma questa è un’invenzione degli illuministi per i quali la fede era rifugio delle persone che non vogliono vedere e quindi, rinunciando alla razionalità, brancolano nelle tenebre. S. Pietro, scrivendo ai primi cristiani, diceva che la fede deve avere un linguaggio razionale, nel senso che la fede non ci porta nelle tenebre ma si inserisce nella razionalità per portare oltre la stessa ragione e far capire che la fede è risposta non a desideri irrazionali, ma alla dignità dell’uomo.
Riguardo al tempo moderno, un famoso filosofo e teologo russo Solov’ev diceva che l’epoca moderna è un po’ come la parabola del figliol prodigo. Se noi ci domandiamo perché il figlio più giovane era andato via di casa, la risposta non c’è perché da quello che risulta dalla parabola il padre era un buon padre di famiglia, tanto è vero che aveva sempre pensato al ritorno del figlio. Qui troviamo un po’ lo specchio della vita dell’uomo che ama le novità. sc pac 2
Il Medioevo aveva centrato la visione della vita sul mistero di Dio, perché il mistero di Dio illuminava anche il mistero dell’uomo. Con la venuta di Gesù Cristo noi abbiamo approfondito la conoscenza di Dio, perché Gesù ci ha parlato del mistero di Dio.
Quale conoscenza di Dio potevano avere i filosofi antichi? Ma anche la fede ebraica che pure aveva il monoteismo, contemplava Dio nella solitudine di se stesso. Gesù ci ha parlato di Dio come comunità d’amore, mistero della Trinità. E nel mistero della Trinità ha contemplato anche se stesso e tutti noi, figli nel Figlio, con un ideale di vita, che è eternità, eterna comunione con Dio per sempre e nella fraternità. Tutto è stato trasformato col mistero di Dio.
Con l’epoca moderna si è spostata l’attenzione, quasi l’uomo fosse stanco di parlare di Dio e volesse parlare di se stesso. È la rivoluzione cosiddetta copernicana: il Medioevo metteva al centro Dio, l’evo moderno ha messo al centro l’uomo. Certo non ha inteso negare Dio ma, avendo messo al centro l’uomo, ha quasi dimenticato di contemplare il mistero di Dio e di vedere il mistero dell’uomo nel mistero di Dio e man mano che ha proceduto avanti nella storia ha finito per dimenticare Dio e addirittura per negarlo. Si è visto – diceva Giovanni Paolo II nell’Enciclica sullo Spirito Santo – Dio come un nemico.

LA TENTAZIONE DELL’UOMO: L’AUTONOMIA
Nel testo biblico il diavolo dice a Eva: perché non mangi il frutto? Eva risponde: il Signore ci ha detto di non mangiarlo. E il diavolo soggiunge: Dio vi ha proibito di mangiarlo perché voi siete uomini e Lui è Dio; ma provate a mangiarlo e diventerete come Dio.
La tentazione di non considerarsi più una creatura ma di mettersi al posto del Creatore, ha pervaso tutto l’evo moderno. Un filosofo protestante, Grozio, diceva una frase che viene spesso ripetuta anche oggi, cioè che noi possiamo vivere “etiamsi Deus non daretur”. C’è Dio, non c’è Dio? Anche se Dio c’è, non ci interessa perché noi con la nostra ragione possiamo dare le risposte a tutta la realtà. Anzi, si è detto che la religione ha portato le guerre, le lotte fratricide, motivi di contesa; invece nella ragione siamo tutti affratellati e attraverso essa noi possiamo risolvere i nostri problemi.
Ma sappiamo come sono andate le cose. Pensiamo al tempo della rivoluzione francese, dove l’Illuminismo ha avuto il suo massimo splendore: è stata proclamata la liberté, la fraternité e l’egalité; finalmente l’uomo si è sentito se stesso, autonomo, liberato dal peso della religione.
Non abbiamo finito di gridare tutto questo che ha cominciato a funzionare la ghigliottina. Abbiamo proseguito poi col trionfo della scienza: non si può dire che la scienza non abbia portato progressi, però la scienza da sola che cosa ci sta dando oggi? Ricondurre tutto solo a scienza e tecnica uccide l’uomo. Il trionfo della scienza minaccia la morte dell’uomo. C’è stato un filosofo che diceva che in nessun tempo come nel secolo scorso, il Novecento, l’uomo ha saputo poco di se stesso. Ritorniamo al mondo pagano: cosa sa dire l’uomo dell’uomo?
L’uomo si interessa a manipolare il mondo, ma nella nuova creazione del mondo dove non c’è nessun limite e si vuol gareggiare a creare l’uomo migliore di quello che la natura offre, la natura non ha senso perché l’uomo ha manipolato tutto. Papa Ratzinger, criticando la frase di Grozio – Viviamo come se Dio non ci fosse perché Dio non ci è più necessario – ebbe a dire: “Proviamo a dire il contrario, proviamo a vivere come se Dio ci fosse, sarebbe molto più vero, anzi è la verità”.
Vivere come se Dio non ci fosse è una falsificazione della verità ed essendo una falsificazione non poteva che portarci fuori strada.
Proviamo a vivere come se Dio ci fosse perché c’è e allora ritroviamo la nostra strada. Noi oggi siamo in questa realtà. Abbiamo un’umanità nuova o un’umanità vecchia? Cerchiamo un umanesimo nuovo o un umanesimo vecchio?

* * *

RISCOPRIRE LA VERITÀ SULL’UOMO
Noi abbiamo bisogno di riscoprire la verità sull’uomo. La verità sull’uomo per noi è il compito del vero umanesimo. Non è un nuovo umanesimo, ma il vero umanesimo ad essere in pericolo.
Oggi siamo in piena crisi antropologica. Basta considerare la crisi della famiglia. Quando diciamo crisi della famiglia, rendiamoci conto che stiamo parlando della crisi della società; non è una crisi economica semplicemente. Se noi pensiamo che la società ha come cellula originaria la famiglia, ci rendiamo conto della gravità delle due affermazioni: se la società è malata, ne segue che la famiglia è in crisi; se la famiglia è in crisi, la crisi si riflette sulla società e noi siamo nella crisi della visione antropologica.
caireNella storia ci sono state delle crisi ma abbiamo cercato di convivere lo stesso perché anche se non avevamo la stessa fede in pienezza o se non avevamo gli accordi su tutte le cose, però sui principi fondamentali della convivenza eravamo d’accordo e la società ha potuto continuare a svolgere il suo compito e il suo ruolo. Oggi è in crisi l’uomo. Chi è l’uomo oggi? Qual è l’umanesimo che va riscoperto?
Noi abbiamo preso come riferimento per questo incontro le parole della Lettera agli Efesini (4,24): “Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”. Si possono leggere a questo proposito altri testi. S. Paolo scrivendo ai Corinzi diceva: “Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza ad immagine del suo Creatore”. Uomo vecchio, uomo nuovo. Ma qual è il modello di questo uomo nuovo? L’immagine del Creatore. L’uomo nuovo è il disegno di Dio sull’uomo, creato secondo Dio. L’uomo vecchio è il vecchio Adamo, primo uomo. L’uomo nuovo è Gesù Cristo e dobbiamo rinnovarci secondo Gesù Cristo. È questa realtà che noi dobbiamo contemplare.

L’UOMO NUOVO
Entriamo nel tema dell’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità. Il Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes tratta dell’uomo e della sua attività e si domanda chi sia l’uomo (GS 12). Dell’uomo vengono date definizioni estreme, chi lo esalta fino a farne un dio e chi lo demonizza fino a farne il demonio. Ed è vero: se noi guardiamo l’uomo troviamo delle persone che ci fanno pensare più al diavolo che alla bontà.
Pensiamo ai dittatori, come Hitler, Stalin, grandi criminali della storia. Adesso troviamo altri uomini che distruggono e uccidono senza nessuna perplessità.
Chi è l’uomo? Se noi definiamo l’uomo in base a queste immagini abbiamo poco da consolarci: l’uomo è l’animale più cattivo del mondo. In un dramma di Shakespeare, a un certo punto Riccardo Cuor di Leone viene rimproverato dalla madre che dice: “Anche le bestie hanno un sentimento di pietà” e lui risponde: “Io appunto perché non sono una bestia non ho quel sentimento”.
L’uomo quando è bestia è più bestia delle bestie perché usa la sua ragione, la sua grandezza al servizio della bestialità. Però gli uomini non sono tutti così, per fortuna, e contempliamo nella storia uomini grandi che hanno illuminato il mondo per la loro santità, la loro bontà, la loro generosità; abbiamo i martiri che hanno fatto l’offerta della loro vita; contempliamo dei santi, come S. Francesco d’Assisi e tanti altri.
L’uomo chi è? È S. Francesco o è Stalin? L’uomo non è né S. Francesco né Stalin. L’uomo può essere Stalin e può essere S. Francesco, perché ha in sé gli elementi per diventare l’uno e l’altro. È quell’uomo di cui parla S. Paolo e di cui facciamo anche noi l’esperienza ogni giorno nella lotta dentro di noi tra il bene e il male. Se facciamo trionfare il bene diventiamo S. Francesco, se trionfa il male diventiamo criminali.
Bene e male sono dentro l’uomo, ma il male non è nel disegno di Dio sull’uomo. L’uomo che fa il bene agisce secondo la verità, l’uomo che fa il male segue l’istinto perverso. Allora la verità non è nell’uomo Stalin, ma nell’uomo S. Francesco che segue il progetto di Dio sull’uomo.

L’UOMO IMMAGINE DI DIO
L’uomo originariamente, ci dice la Scrittura, è immagine di Dio e qui c’è la bellezza e la grandezza dell’uomo. Basterebbe richiamare le prime pagine della Scrittura sulla creazione. Dio crea il mondo, la luce,le acque e la terra, l’armonia tra di esse; crea le stelle, la luna, le erbe, gli animali, il mondo in cui l’uomo possa vivere, e poi, il sesto giorno crea l’uomo, ma per l’uomo Dio non dice “Nasca l’uomo”, “Venga l’uomo” come per le altre creature, ma dice una frase molto bella: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Questo significa che l’uomo partecipa di ciò che è peculiare alla realtà divina: la bellezza, la bontà, la vita. L’uomo è immagine di Dio. In questa espressione noi possiamo cogliere due aspetti che devono essere tenuti sempre presenti. L’immagine è specchiata, o meglio l’immagine è la riproduzione che rimanda ad un originale.
Non è un originale, è una copia. Se è una copia, non è autonoma, assoluta, ma suppone l’esistenza dell’originale. E qual è l’originale? È Dio. Quando diciamo “immagine di Dio”, annotava Pascal, noi esprimiamo la grandezza dell’uomo. L’uomo non è Dio ma partecipa della grandezza di Dio.sc pac 3
L’uomo però è immagine; se diciamo “immagine”, diciamo anche il limite dell’uomo; egli non è autonomo, esiste perché c’è l’originale che è Dio stesso.
Esprimiamo la grandezza dell’uomo che è al vertice della creazione, ma anche il limite dell’uomo, perché è creatura.
La Scrittura nelle prime due pagine ci fa vedere la bellezza della creazione: Dio vide che tutto era buono. Dio crea poi anche la donna a sua immagine. È da sottolineare che Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza “maschio e femmina lo creò”. L’immagine di Dio sono l’uno e l’altra, sono di pari dignità ma non hanno la stessa funzione, lo stesso compito. Perché? Perché l’uomo era preso a immagine di Dio perfino nella continuazione della creazione del mondo.
Il mondo era affidato all’uomo perché lo dominasse e nello stesso tempo l’uomo diventa collaboratore di Dio anche nel dono della vita. L’uomo e la donna continueranno l’opera creativa di Dio, di essere fatti “a immagine e somiglianza di Dio”. C’è un versetto nella Scrittura molto bello che dice in modo antropomorfico che Dio alla sera scendeva all’aria vespertina a conversare con l’uomo.
L’abbiamo chiamato “paradiso terrestre”. E la Scrittura dice che questo era bene. Dio ha voluto solo il bello, il buono, il bene e la vita per la vita dell’uomo. Solo che l’uomo doveva decidere di se stesso.

LA LIBERTÀ DELL’UOMO
La libertà dell’uomo, una cosa grandiosa! Questa libertà dove l’uomo si realizza nel bene o può essere operatore di malvagità è il grande rischio, ma è la grandezza dell’uomo. Dio ha avuto fiducia della libertà dell’uomo ed è venuto il momento della scelta: la prima grande scelta dell’uomo… l’albero della conoscenza del bene e del male. Cos’è l’albero della conoscenza del bene e del male? L’albero della vita. Tu puoi dominare tutto, puoi fare tutto – e la Chiesa anche qui rivendica la libertà dell’uomo su tutto il creato –.
Un solo limite ha posto Dio creatore: non toccare il frutto della conoscenza del bene e del male. Non è l’uomo che può stabilire ciò che è bene e ciò che è male, per il resto può far tutto. Invece la tentazione è stata proprio questa: “Non è vero che morirete se toccherete l’albero della conoscenza del bene e del male, anzi sarete come Dio”. Ecco il grande rischio, l’autonomia assoluta: dimenticare di essere immagine e mettersi al posto di Dio. Qui entra il male nel mondo, per l’invidia del diavolo – dice la Scrittura – è entrato il peccato ed è venuta la morte. L’uomo creato da Dio perché stesse in comunione con Lui, si ribella a Dio e non ha più la fonte della vita, entra la morte, con le conseguenze su tutto il creato. Il rapporto sponsale viene inquinato, il rapporto paterno e materno sono deturpati, i fratelli non si riconoscono più, si uccidono e il mondo diventa il luogo dove la sofferenza e il male imperversano. Ecco l’uomo.

DIO INTERVIENE NELLA STORIA
Quando pensiamo all’uomo, dobbiamo riflettere a partire dalla prima pagina della creazione. Però quest’uomo non è abbandonato a se stesso, perché la morte non è la parola finale. Dio interviene nella storia, cioè si prende cura di quest’uomo che ha paura e si nasconde. “Dove sei?”, chiede Dio. C’è stato un famoso rabbino che ha commentato: “Ma come, Dio non sapeva dov’era l’uomo”?
interguCerto Dio sapeva dov’era l’uomo, era l’uomo che non sapeva più dov’era. “Dove sei?”: ti sei perduto nei meandri della storia, della vita. La vita dell’uomo è legata a Dio, se l’uomo dimentica Dio, lo rifiuta, non ha più nessuna direzione, nessun orientamento; è perduto, se la misericordia di Dio non interviene nella storia.
All’inizio della Sacra Scrittura abbiamo questa grande promessa: “Porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua discendenza e la discendenza di essa ed essa ti schiaccerà il capo”. La prima tappa della storia è terminata, la tappa più bella, quella della creazione, del paradiso. Adesso comincia la seconda tappa: quella dell’intervento di Dio per recuperare l’uomo. Allora la storia diventa storia della salvezza. Una storia fatta da chi? Tante volte pensiamo che la storia sia fatta semplicemente dagli uomini, ma se fossero solo gli uomini a fare la storia, sarebbe una storia senza senso.
Se noi rimaniamo sempre nel campo dell’immanentismo, della chiusura, l’uomo da solo non vale nulla; l’uomo che si riconosce ad immagine di Dio ha la grandezza di Dio, l’uomo che voglia mettersi al posto di Dio scimmiotta Dio e rovina tutto.
La storia si recupera attraverso la collaborazione tra Dio e l’uomo. La storia del popolo ebraico segna la seconda tappa. Questa seconda tappa è importante, perché Dio ristabilisce un rapporto con un popolo, con una missione, affinché il mondo possa ritrovare Dio. C’è bisogno di un cammino lungo, che è percorso da Abramo e dal suo popolo che vale poco a livello militare, politico, culturale, ma che ha la fede monoteista.
La sua è una missione grandiosa: essere scelto da Dio per riportare l’umanità alla fede nell’unico Dio. E nasce la promessa di un Messia. Tutta l’umanità in qualche modo aveva l’idea di un salvatore. Se la storia è storia della salvezza, è anche attesa di un salvatore che verrà. E questa storia è particolarmente vissuta dal popolo ebraico e trova il suo punto culminante nel patto dell’Alleanza sigillato sul monte Sinai.
Cosa avviene ai piedi del monte Sinai? Dio chiede: “Vuoi essere il mio popolo?”. La risposta è: “Sì, vogliamo essere il popolo di Dio”. Si fa sacrificio, si sigilla l’Alleanza tra Dio e il suo popolo, ma prima di fare quest’Alleanza, Dio dà la legge. “Sei pronto a osservare la legge?” – dice Dio –. “Sì, vogliamo osservare la legge”. L’uomo, creatura di Dio, può rimanere nel disegno di Dio solo se rimane nella sua volontà. E poi vengono promulgati i dieci comandamenti che sono volontà divina.
Se l’uomo scappa da Dio, rifiuta la legge divina, non è più nulla e muore. Il patto con Adamo viene da Dio ripreso con Abramo e viene data anche la legge. Qui c’è un momento molto delicato: il popolo accetta la legge, sa che la legge è necessaria, però fa un’esperienza disastrosa, perché appena Mosè va sulla montagna e ritarda a scendere, costruisce il vitello d’oro. L’uomo si vuole creare i propri idoli, vuole le sicurezze: questa è la vera tentazione.

L’UOMO CERCA SICUREZZE
Quali sono le nostre sicurezze? L’uomo d’oggi è assillato dalle sicurezze. Ma è possibile creare una società di sicurezze umane basate solo sulla legge? Meno fede abbiamo, meno verità abbiamo, più cerchiamo le sicurezze umane e più queste sicurezze umane vengono meno e le paure aumentano. L’uomo ha bisogno di ritrovarsi nella verità di se stesso e la verità di se stesso è il rapporto con Dio Creatore.
L’uomo è creato secondo Dio. Ma quest’uomo che fa l’esperienza di promettere a Dio la fedeltà alla legge e non la mantiene, che uomo è? È il vecchio Adamo.
Ormai sono passati secoli e secoli ma il vecchio Adamo ha imperversato nel mondo attraverso tutto il male che il mondo ha conosciuto. E anche il popolo ebraico è figlio di Adamo e fa l’esperienza dell’incapacità di osservare le leggi. Qual è il motivo profondo? È che l’uomo cerca se stesso, non si apre, e invece di trovare la fonte della sua sicurezza nell’immagine del Creatore, la vuole trovare in se stesso.
Ecco il dramma dell’uomo peccatore: si allontana sempre da Dio. Pensa Dio come un nemico. Ecco la cultura moderna, la cultura che abbiamo sentito tante volte: la religione è alienazione dell’uomo, cioè se io colloco il senso della mia vita in Dio sono un alienato. Oggi ci dicono che la società si costruisce da sola, lo stesso ONU ci dice che la religione è alienazione, motivo di conflitto, perciò bisogna togliere la religione per vivere in pace.
I crimini che l’umanità ha commesso nel corso della storia li ha fatti in nome della religione? Sì, c’è stato purtroppo anche qualche periodo dove la religione è stata motivo di contesa; ma le vere stragi non sono state fatte in nome della religione, bensì nel nome dell’uomo, del superuomo, delle ideologie, delle ideologizzazioni.
Dunque abbiamo bisogno di riscoprire quest’uomo. L’uomo deve riscoprire se stesso. La ragione profonda è che l’uomo che idolatra se stesso e si assolutizza è fuori dalla verità, è nella menzogna e nella tenebra.

CAMBIARE IL CUORE
C’è bisogno che l’uomo ritrovi se stesso. E trova se stesso quando converte il cuore. Finché noi continuiamo a pensare che Dio sia nemico, noi non osserveremo mai la legge di Dio. Solo quando noi ci convinceremo che la legge di Dio è una legge di amore che vuole la nostra salvezza e il nostro bene, allora convertiremo il cuore e scopriremo che l’osservanza della legge di Dio è anche la felicità dell’uomo.
Ma questo chi lo fa? Nella Bibbia si parla dei profeti e si parla della nuova ed eterna alleanza. Ricordate i profeti Geremia, Ezechiele, Isaia che celebriamo particolarmente nel tempo della Pasqua. È necessario rinnovare il cuore.
Se noi non cambiamo il cuore dell’uomo siamo sempre il vecchio uomo. E dal vecchio uomo possono venire solo i frutti del vecchio Adamo. Ed ecco allora che si compie la storia della salvezza. Finalmente quella promessa di Dio all’inizio dell’intera umanità si realizza. sc pac 4
Ascoltiamo S. Paolo nella Lettera ai Galati: “Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattarci dalla legge e essere figli di Dio”. Ecco il compimento della storia della salvezza annunciato nella pienezza del tempo.
Anzitutto andrebbe messo bene in luce il cambiamento del senso del tempo. Noi abbiamo un modo di contare il tempo che suppone la concezione circolare, perché è la natura che è circolare. La natura ha quattro stagioni, la pianta fiorisce, porta i frutti, poi cadono le foglie, arriva l’inverno e così non c’è mai novità, c’è sempre ripetizione. Invece la storia umana, che è collaborazione tra Dio e l’uomo, è una storia lineare, dal vecchio Adamo ci porta al nuovo Adamo che è Cristo Gesù.

NUOVO ADAMO È CRISTO GESÙ
“Quando venne la pienezza del tempo”: il tempo si riempie della presenza di Dio. Se Dio entra nel tempo ecco che rompe questa circolarità micidiale e apre l’orizzonte verso una meta: la pienezza del tempo. Dio mandò suo Figlio, nato sotto la legge, per riscattarci dalla legge e adottarci a figli. Notate queste parole: nato sotto la legge per riscattarci dalla legge. Qual è questa esperienza? Che la legge doveva essere osservata perché è la legge di Dio ed è la legge anche del bene dell’uomo. Se noi non osserviamo la legge moriamo. Però non siamo capaci di osservarla; allora noi restiamo nella morte.
Gesù si sottopone alla legge per riscattarci dalla legge. La legge, da quando l’uomo ha peccato, reclama la giustizia. Dobbiamo ritornare a osservare la legge di Dio perché senza di essa noi siamo destinati a morire e di questo l’uomo ha fatto esperienza. Gesù viene e Lui, che è innocente, entra sotto la legge, che è un castigo; Lui innocente si fa peccato per noi, cioè si mette al posto nostro.
Entra Lui stesso nel mondo e, entrando nel mondo, assume su di sé la nostra umanità. Questa povera umanità che scendeva da Adamo era un’umanità peccatrice, incapace di poter salvare se stessa e tanto meno gli altri. Gesù, Figlio di Dio, assume la nostra umanità e viene a rappresentare tutti gli uomini. Come Adamo è il primo uomo che ha portato il male nel mondo e con la sua responsabilità ha coinvolto tutti noi, così adesso abbiamo un uomo nuovo: Gesù è l’uomo nuovo che entra nel mondo, il Figlio di Dio che assume la nostra umanità, fa l’offerta della propria vita perché nasca il mondo nuovo, la nuova creazione. E questa realtà nuova ha creato veramente il mondo nuovo, l’uomo nuovo.

CRISTO GESÙ CI DONA UNO SPIRITO NUOVO
Quando rileggiamo nella prima pagina della Genesi che Dio ha creato l’uomo a sua immagine, la lettura acquista una dimensione nuova: l’uomo nuovo è Gesù, Figlio di Dio fatto uomo. Non siamo più discendenti da Adamo, ma siamo discendenti da nostro Signore Gesù Cristo. Noi dobbiamo essere uomini nuovi, dobbiamo rivestirci dell’uomo nuovo. Chi è l’uomo vecchio? L’uomo vecchio appunto è Adamo, l’uomo della prima creazione, che non ha risposto al disegno di Dio e ha portato nel mondo la morte e l’incapacità di osservare la legge di Dio, l’uomo peccatore, che produce solo frutti di morte.
E noi ci inseriamo invece nell’uomo nuovo che è Cristo Gesù, che è venuto a portarci uno spirito nuovo. Con Gesù, che ha assunto la nostra umanità, noi siamo stati obbidienti a Dio e il mondo è ritornato all’obbedienza. Gesù, pieno di Spirito Santo, ha creato il mondo nuovo attraverso la sua Pasqua, il dono della sua vita e ha dato il suo Spirito a tutti noi. Consideriamo ciò che dice S. Paolo: Gesù è l’uomo nuovo pieno di Spirito Santo che ha fatto dono a noi dello Spirito Santo per il quale noi diventiamo uomini nuovi.
Cosa vuol dire uomini nuovi? Riconoscere di essere peccatori ma di essere salvati in Cristo. La salvezza ce l’ha portata Gesù Cristo, una salvezza che non è puramente esteriore, è dono della vita nuova, dono della vita dei figli di Dio, figli nel Figlio; e siamo tutti chiamati ad essere ad immagine di nostro Signore Gesù Cristo, l’uomo nuovo, con lo spirito nuovo, ad essere nuove creature che sono capaci di vivere nell’amore e nella donazione di sé, un cammino nuovo.
Il cammino nuovo che noi siamo chiamati a percorrere è la nostra realtà divina di cristiani. La fede ci dice che Cristo ci ha salvato, ci ha fatto dono dello Spirito, che Dio è nostro Padre e noi siamo fratelli gli uni degli altri. Dove realizziamo questa realtà nuova? Nel Battesimo.

L’UOMO NUOVO DAL BATTESIMO
Nel Battesimo noi riceviamo lo Spirito Santo. Il Battesimo ci immerge, dice S. Paolo, nella morte di Cristo e nella sua gloriosa resurrezione. Quando Gesù è entrato nelle acque del Battesimo, ha voluto dirci che Lui è nostro fratello, è entrato nelle acque per confessarsi peccatore al nostro posto, cancellare il peccato e far morire i frutti dell’uomo vecchio.
L’uomo vecchio era Adamo che, dopo che si è ribellato a Dio, non è stato più capace di adorarlo, non è stato più capace di vivere nella fraternità e nell’amore, non è stato più capace di contemplare la creazione secondo Dio e di osservare i comandamenti. L’uomo nuovo è l’uomo che esce dalle acque battesimali come Gesù è uscito dal cammino della morte, è risorto. Lui, angelusGesù, è l’uomo nuovo che è creato secondo Dio nella santità.
Quando noi celebriamo la gloriosa resurrezione del Signore, noi parliamo dell’uomo nuovo Gesù, che è entrato nel cammino della morte, però ha vinto la morte perché ha avuto la potenza, l’azione dello Spirito Santo di Dio. L’uomo nuovo non ha vissuto in opposizione a Dio ma ha vissuto obbediente ai suoi comandamento; l’uomo nuovo ha vissuto in comunione con Dio e con i fratelli; l’uomo nuovo è entrato nel cammino della morte liberamente e perciò ne è uscito glorioso e trionfante. È il primogenito, dice S. Paolo, tra i molti fratelli.
Siamo chiamati a vedere le cose in modo rovesciato: non è più ad Adamo che noi dobbiamo fare riferimento, non siamo più figli di Adamo, Adamo non è il primo uomo, è l’uomo vecchio che è degenerato. Il primo uomo è Gesù, perché Dio ci ha fatto nascere nel mistero di Gesù e noi siamo chiamati a essere a immagine di nostro Signore Gesù Cristo e a vivere secondo lo Spirito Santo di Dio. L’uomo vecchio è l’uomo che si abbandona alle proprie voglie, al proprio istinto del male; l’uomo nuovo è quello che imita nostro Signore Gesù Cristo.

GESÙ CI INSEGNA LA DIGNITÀ DELL’UOMO
Il cristiano per sapere chi è l’uomo, chi contempla? Qual è il modello dell’uomo? Il modello dell’uomo per il cristiano è Gesù. Durante il tempo di Natale sentiamo dire che Gesù è entrato nel mondo per insegnarci a vivere come creature umane.
Era necessario ci fosse un uomo che vivesse bene la sua dignità umana. L’uomo nuovo Gesù è venuto per insegnarci a vivere come figli di Dio. Noi siamo cristiani perché riconosciamo Gesù come nostro fratello, come nostro Messia Salvatore, come nostro Dio e, sul modello suo, riconosciamo tutta la nostra grandezza.
Questo nostro modello è quel Gesù che noi troviamo nel Vangelo, Gesù che si china sulla sofferenza, che chiama a penitenza, che vive la sua vita di piena obbedienza al Padre, che vive la sua vita come dono di amore a tutti, che risorge glorioso e trionfante per dirci che anche noi risorgeremo gloriosi e trionfanti.
La gloriosa resurrezione del Signore non è il semplice ritorno alla vita vecchia. Nel Vangelo noi troviamo che Gesù ha fatto risorgere delle persone (la bambina di Giairo, il figlio della vedova, Lazzaro) ma questa non è la vera risurrezione, è un ritorno alla vita antica, e la vita antica porta in sé il germe della morte per cui quelli che sono risorti per intervento di Cristo, sono morti poi. Ma quelli che risorgono, perché sono entrati nel cammino di Gesù, risorgono come è risorto Gesù, cioè non sono più soggetti alle leggi del tempo. S. Paolo ci fa vedere Gesù risorto.
Ci dice: è risorto il Signore e nella sua risurrezione noi contempliamo quello che saremo, Lui è il primogenito, il primo di una grande fila di uomini e dietro di Lui passeremo anche noi e allora avremo la pienezza della vita, la bellezza, la luce, la forza, non saremo soggetti al tempo… Il problema è la pienezza della vita, la Pasqua, la resurrezione del Signore.

GESÙ È L’UOMO NUOVO
Noi abbiamo Gesù glorioso, dobbiamo modellarci su di Lui, dobbiamo essere nuovi come era nuovo Gesù, dell’eterna novità che è la novità di Dio. Ciò che invecchia è la morte; siamo persone che dobbiamo uccidere in noi tutti i germi di morte. Finché siamo in cammino portiamo i germi di morte, dobbiamo accettare questi germi di morte e dobbiamo seppellire la morte. Ecco qui il dramma che è la bellezza del tema pasquale: Gesù morendo ha ucciso la morte.
C’è il tempo, lo scandalo della croce. Noi dobbiamo morire alla morte, morire è necessario adesso perché abbiamo rifiutato di essere immagine di Dio e ci siamo messi nella condizione di morte. E per superare la morte dobbiamo accettare la condanna di morte per vivere la vita nuova, dove non ci sono più i fermenti di morte. S. Paolo dice: siete morti all’uomo vecchio. Col Battesimo abbiamo detto morte a tutte le cose vecchie di Adamo. Dice S. Paolo: mi lascio crocifiggere con Cristo per morire all’uomo vecchio. La sofferenza fa parte della nostra umanità per far morire tutti questi germi di morte e perché nasca l’uomo nuovo, la creatura nuova nella giustizia e nella santità vera e nella pienezza della felicità. Finché noi siamo nel tempo, non illudiamoci, non abbiamo il paradiso, pace e felicità; è il destino dell’uomo vecchio che si mette al posto di Dio e pensa di trovare la felicità con la pratica delle cose vecchie. Ma le cose vecchie non hanno nessuna possibilità. Del resto l’uomo d’oggi dice che tutto muore con la morte e che la vita è senza senso. È l’uomo vecchio che stiamo proclamando.
Abbiamo bisogno dell’uomo nuovo, ma l’uomo nuovo è l’inserimento nel mistero di nostro Signore Gesù Cristo. Non c’è nessun’altra novità se non quella novità divina a cui la morte non è accessibile. Dunque proponiamo questo uomo nuovo che è Cristo Gesù e nell’uomo nuovo troviamo veramente il senso della storia, la pienezza della vita, della felicità. Concludiamo con S. Francesco: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”. Possiamo cantare già ora. La morte non ha nessun potere su di noi perché ci trova preparati come apertura alla vita eterna.

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