Il Cantico

Bellamonte, 26-29 agosto 2019

Sintesi dei lavori

Nell’ambito del Meeting di Fraternità a Bellamonte si è tenuto anche quest’anno il Convegno nazionale della Fraternità Francescana Frate Jacopa ormai alla sua 7° edizione, con il Patrocinio del Comune di Predazzo, nello straordinario paesaggio dolomitico, un paesaggio che ora porta il segno delle ferite inferte alla terra e che già ci immette nel vivo del tema proposto “Prendersi cura del creato”, un prendersi cura necessario a 360 gradi perché “tutto è connesso” come ci ricorda Laudato Si’.
Argia Passoni, presidente FFFJ, dopo aver ringraziato per l’accoglienza sia della comunità civile che della comunità ecclesiale, ha introdotto i lavori sottolineando come l’azione del prendersi cura sia carica della potenzialità di custodire l’umano e il futuro. C’è una valenza particolare nell’azione del prendersi cura in questo nostro tempo, in cui siamo immersi in una modalità di vita sempre più volta a dare sicurezza attraverso la chiusura in se stessi, in sostanza attraverso l’esclusione dell’altro. Il prendersi cura si connette invece profondamente alla passione per l’essere umano e la creazione. La radice della cura parte dal fatto che l’essere umano è fragile e vulnerabile. Non è nella possibilità di vivere da se stesso, per se stesso: è da altri e per altri. Dunque la cura opera per la rigenerazione dei legami tra gli uomini e dei legami con l’ambiente. Ha bisogno di custodire tutto ciò che è indispensabile alla vita umana e al futuro della vita, senza scarti. Non ha bisogno di luoghi di estraniazione, di chiusure, al contrario ha bisogno di luoghi comunitari, in cui crescere in un esercizio di ospitalità vicendevole, di accoglienza l’uno dell’altro, imparando la interdipendenza e la reciprocità fondamentali per la vita.
image--015Tutto questo – ha proseguito Passoni – acquista una concretezza straordinaria se il prendersi cura ha come finalità il creato: il prendersi cura della nostra casa comune che va a fuoco. E ci chiede di uscire dalla cecità, dall’indifferenza complice, dall’individualismo dissennato e accaparratore. Siamo davanti a evidenze molto forti sul piano della manifestazione dei fenomeni e degli apporti scientifici, eppure non sembra esserci una adeguata consapevolezza di ciò che è in gioco, perché procedendo cosi, non ci sarà futuro. Ed è paradossale che la nostra vita pubblica sia disseminata da mille paure, ma non dalla più grave. Eppure gli effetti sugli ecosistemi sono tali che sono a repentaglio le risorse fondamentali, acqua, terra, aria, energia; siamo orami vicini alla rottura del ciclo alimentare. L’insensibilità assieme all’arroganza predatrice continua tanto che il presidente del Brasile arriva a dichiarare che l’Amazzonia riguarda solo il Brasile, quando stanno bruciando i polmoni del mondo intero. E il grido dei poveri si unisce inesorabilmente al grido della terra devastata. Nulla come l’ambiente infatti è sistemico, interdipendente, globalizzato.
“Tutto è interconnesso”. E la specifica connessione con l’uomo è quella della famiglia creaturale, come aveva ben compreso S. Francesco. Laudato Si’ ci indica la via del cambiamento profondo da mettere in atto: dal sentire la natura come materia inerte, da dominare e estrarre senza limite alcuno, al sentirla come casa, con tutto ciò che riguarda il riconoscere il dono che in essa il Creatore manifesta; un dono da accogliere e far fruttificare per ogni uomo e per ogni generazione secondo il metodo dell’ecologia integrale. Abbiamo una grande responsabilità: abbiamo un solo mondo e questo mondo è stato affidato a noi. Nessuno può stare alla finestra. Tutti dobbiamo concorrere al cambiamento di rotta, con vigilanza, a partire da conversioni personali e comunitarie. Il Convegno, con l’aiuto di autorevoli esperti, – ha concluso Passoni – vuole porsi a servizio di questo alto compito aprendo squarci sulla complessità di questo grande tema per illuminare aspetti che possono mobilitarci ad una operosità più significativa, corale e condivisa, e a prenderci cura del creato con cuore di famiglia.

LA FAMIGLIA E L’ECOLOGIA INTEGRALE L’ampia e articolata riflessione di S.E. Mons. Mario Toso (Vescovo di Faenza-Modigliana), volta a evidenziare la famiglia come peculiare soggetto del prendersi cura, ha aperto il Convegno mettendo in relazione la famiglia e l’ecologia integrale, specificamente rapportandosi alla famiglia cristiana, compresa già del resto nella Carta Costituzionale.
Dal suo essere “con” ed essere “per” la famiglia è dotata di una innata soggettività generatrice a livello biologico, civile, economico, amministrativo, civico, oltreche religioso ed ecologico. La soggettività comunionale, nascendo dall’amore e crescendo nell’amore, costituisce un capitale sociale utile alla salvaguardia e custodia dell’ambiente (relazioni di fiducia, di “pro essere”, di rispetto di regole indispensabili ad una cittadinanza ecologica) – ha sottolineato il Vescovo –. Come società generativa la famiglia concorre a costituire la società civile e concorre ad esprimere progetti organizzativi, strutture e condizioni che rispondono alle necessità relazionali nei confronti dell’ambiente. Considerando l’aspetto educativo, un grande dono può venire dalle famiglie che vivono una vera etica del dono e della gratuità. In quanto tale la famiglia è un fattore decisivo per la qualità della vita, per l’ecologia integrale, per costituire dei “noi” accoglienti, conviviali, sinergici, recuperando i livelli dell’equilibrio ecologico: interiore con se stessi, solidale con gli altri e con tutti gli esseri viventi e spirituale nel rapporto con Dio.
La famiglia – oltre a contributi specifici che provengono in tante parti del mondo dalla famiglia rurale – come struttura etica può offrire un grande aiuto a coltivare l’ecologia della vita quotidiana, offrendo un di più di ecologia culturale, la dimensione religiosa, le buone pratiche insostituibili. La famiglia, curando la ricchezza del valore simbolico, come struttura capace di dono, generativa di vita, è generativa anche di un popolo. Famiglie che prendono coscienza del loro ministero ecologico e si organizzano insieme con riferimento alla politica ecologica, diventano fulcro di una democrazia partecipata e partecipativa,
Imbevuti di una cultura consumistica, materialistica, secondo uno stile compulsivo di predazione – ha proseguito Mons. Toso – possiamo trovare nella struttura della famiglia una fucina di radicale trasformazione della qualità della vita di tutto il tessuto sociale, un efficace antidoto rispetto allo sfruttamento delle risorse, ai comportamenti illegali, animando in una sinergia tra famiglie una cultura di sviluppo sostenibile, una identità legata alla partecipazione dei beni comuni e ancorata ai territori. Tutto questo è possibile se c’è una forte tensione morale e religiosa. Abbiamo una vocazione alla custodia del creato. Convocati dal nostro Creatore e Padre siamo chiamati ad un discernimento in campo ecologico reso fortificato dall’esperienza della fede. Gli stili di vita sono fondamentali, ma se vogliamo costruire abitudini che siano atteggiamenti virtuosi e non atteggiamenti meccanici, occorre offrire le motivazioni alte della nostra fede, altrimenti non ci saranno radici profonde per poter andare contro corrente.

“QUANTE SONO LE TUE OPERE SIGNORE” - COLTIVARE LA BIODIVERSITÀ

Nel mondo occidentale non ci sentiamo parte del creato, ma lo percepiamo come qualcosa di estraneo, con un atteggiamento di dominio. Abbiamo dimenticato il testo biblico. Questa dimenticanza fa sì che continuiamo a percepirci come altro dal creato. La prima conversione da fare – ha esordito l’Arcivescovo di Trento, Mons. Lauro Tisi – è comprendere che noi apparteniamo al creato. Custodendolo, custodiamo noi stessi. Al di fuori di questo potremo fare solo esortazioni morali. Dobbiamo passare da un custodia del creato portata avanti in chiave esortativa, ad una prospettiva diversa. Dobbiamo tutelare il creato non come qualcosa che si aggiunge a noi, ma come qualcosa che ci appartiene nel profondo.
Il nostro argomentare è figlio del nostro sperimentare, della nostra fisicità, delle nostre relazioni. Il pensiero va incarnato. Dio ci ha parlato con la corporeità. La fede ebraico cristiana ha la dimensione esperienziale di un popolo e poi in Gesù Cristo sappiamo che non c’è alternativa alla dimensione concreta.image--017
Anche l’etica deve trovare nuovi fondamenti che non siamo quelli kantiani del dovere per il dovere. Essa riflette sulle esperienze relazionali creaturali in cui scopriamo cos’è il meglio per noi. L’etica ci dà il codice dell’umano. Contemplando la creazione balza agli occhi la diversità, mentre oggi stiamo andando nella direzione dell’omologazione. La globalizzazione tende ad eliminare la diversità. Eliminiamo la diversità per far prevalere una declinazione monocorde della vita.
La biodiversità, elemento caratterizzante della creazione, può diventare una provocazione per scoprire la gioia di essere dentro la realtà come parte e non come il tutto. La parte è vita, mentre il tutto è morte. La parte chiama l’altro, diventa vocazione, risposta, appello. Lo si scopre abitando il creato. Essere parte è espressione di forza, essere tutto è debolezza. Abbiamo anche la possibilità di scoprire la bellezza del Dio cristiano, Padre, Figlio e Spirito Santo, che è famiglia. Il percorso della custodia del creato – ha proseguito il Vescovo Tisi – può diventare uno straordinario strumento per la nostra ecologia relazionale e per scoprire la bellezza di parole che non hanno la risposta del suono sordo dell’eco, ma che hanno la forza di allearsi con altre. Il black out comunicativo in cui siamo è dovuto al fatto che, percependoci come il tutto, diventiamo come l’eco un monotono che stanca e distrugge. Creando spazio alle altre parole diventiamo parola che parla.
Un’altra provocazione è l’accettazione di una parola che confligge con la mia. Bisogna abitare la posizione diversa, stare dentro la conflittualità e non avere orrore della parola in conflitto con la mia, ma in cui abita un frammento di verità. Abbiamo bisogno della ricchezza dell’altra parola. Abbiamo bisogno di scoprire che l’altro è la mia opportunità e che senza l’altro non sono neanch’io. La biodiversità ci porta alla conversione che fa scoprire che, abitando la vita, si ha un’opportunità per uscire dalla solitudine e conoscere la vita.

IL BOSCO FERITO

Il Sindaco di Predazzo, Dott.ssa Maria Bosin, ha testimoniato cosa ha significato per il suo Comune la tempesta Vaia, come questa situazione è stata vissuta e come si sta lavorando per riportare i territori colpiti ad una sorta di normalità. Prima del 29 ottobre – ha esordito – avevamo avuto segnalazioni di un’allerta arancione che annunciava importanti precipitazioni; il pericolo riguardava soprattutto la tenuta della diga di Fortebuso. Per fortuna non si è fatto male nessuno, ma la difficoltà era anche prendere le decisioni più giuste in quei momenti drammatici. Poi il vero problema si è rivelato il vento. Alle prime luci dell’alba abbiamo visto che quello che era successo era molto al di là delle nostre previsioni. Dopo lo smarrimento iniziale si è innescata una serie di reazioni positive: diverse persone hanno offerto il loro aiuto. Questo sostegno ci ha dato la forza di affrontare situazioni fino a quel momento impensabili.
image--016Secondo i dati forniti dal Comune è a terra il legname corrispondente al numero di piante che si tagliano in vent’anni (a questi dati bisognerebbe aggiungere quelli della Magnifica Comunità e della Regola Feudale). I danni che si dovranno affrontare ammontano a 5 milioni di euro. Pensiamo – ha proseguito la Dott.ssa Bosin – di effettuare la maggior parte del lavoro entro due anni, ma per completare l’opera occorreranno molti anni e l’intervento di ditte anche straniere. Nei giorni successivi alla tempesta abbiamo incontrato la popolazione per condividere le preoccupazioni di tutti. Poi in prossimità della stagione estiva ci siamo chiesti quale sarebbe stata la percezione da parte degli ospiti. Nel merito i Comuni di Predazzo e Ziano insieme alla Magnifica Comunità di Fiemme hanno pensato al progetto “Piantala” il cui logo, ideato dalla scultrice Federica Cavallin, simboleggia un tronco tagliato che lei ha assimilato alla ferita provocata dalla tempesta, cucita da un filo verde che rappresenta la linfa, la natura, ma anche il lavoro degli uomini per risanare le ferite in una prospettiva di futuro. Il progetto è stato articolato in più momenti, che prendono nome da parole del gergo dei boscaioli: Abàuf è il grido prolungato da valle verso monte che comanda l’interruzione del lavoro per permettere ai boscaioli sottostanti di lavorare in sicurezza. Indica una sospensione temporale, un vuoto,un attimo di sensibilità verso l’altro. Per fare senza distruggere. La parola Eràus (fuori) è un grido di avvertimento prima che cada una pianta per far sì che i boscaioli si mettano al riparo. Con la tempesta Vaia la natura ci ha avvertito perché mettiamo al sicuro il nostro territorio. Infine Flèo è il grido di pericolo più forte durante il periodo di Abàuf. Il progetto “Piantala” prevede una serie di eventi per dirci di ponderare le nostre azioni e farci riflettere sui nostri comportamenti, perché amiamo il nostro territorio ed è qui che vogliamo restare. “Piantala” vuol dire ripiantare il nostro bosco, ma anche smetterla di assumere atteggiamenti poco responsabili e poco rispettosi dell’ambiente. Piuttosto piantiamo una pianta, ossigeno per la vita.

LA FAMIGLIA RISORSA DEL TERRITORIO PER LA COMUNITÀ

Nel mondo globale e interconnesso la competitività dei territori dipenderà sempre più dalla loro capacità di affrontare la concorrenza del mercato valorizzando il capitale sociale e il protagonismo delle famiglie che lo abitano – ha affermato Luciano Malfer, Direttore dell’Agenzia per la Famiglia di Trento –. La competitività del territorio è determinata dall’azione combinata di un mix di fattori essenziali: comunità, imprese, famiglie, istituzioni, coesione sociale, benessere, competenze scientifiche, cultura e ambiente. Tutti concorrono a determinare il prodotto finale, tutti sono indispensabili e strettamente interconnessi, il che significa che la bassa performance di uno di essi pregiudica inesorabilmente il risultato finale azzerando gli sforzi fatti. Dall’altra parte la qualità della vita è determinata da ciò che il territorio offre in termini di infrastrutture, buona amministrazione, istruzione, welfare, sicurezza, qualità ambientale, offerta culturale e opportunità per i cittadini. Accanto ai fattori economici la qualità della vita rappresenta una componente importante dell’attrattività di un territorio perché richiama individui e imprese generando capitale per lo sviluppo.image--018
Le famiglie hanno la responsabilità di esercitare il principio della sussidiarietà. Esse infatti non devono viversi come amministrati, utenti o clienti, nella posizione passiva di meri destinatari dell’intervento dei pubblici poteri, ma considerarsi soggetti responsabili di una amministrazione condivisa. operando un’assunzione di responsabilità verso la creazione di beni comuni. Le famiglie che si collocano in questi contesti sono famiglie messe nella condizione di trasformare le proprie abilità in capabilities, che si realizzano nel loro caso nella capacità di operare scelte, pensare traiettorie di vita, generare un progetto familiare. La realizzazione della famiglia – ha proseguito Malfer – come quella dell’individuo, è una realizzazione contestuale dove gli esseri sociali prosperano in relazione (in contrapposizione all’autorealizzazione slegata dai rapporti con la collettività). Le famiglie hanno la responsabilità di educare le nuove generazioni ai legami, non considerandoli vincoli disfunzionali alle libertà individuali, immaginando un futuro che non è individualismo ma connessioni e reti. Le famiglie esercitano funzioni rilevanti per la società (educativa, generativa, ammortizzatore sociale ed economico). Per promuovere questa preziosità è nata da alcuni anni l’Agenzia Trentina per la Famiglia, che esprime, attraverso passi concordati con i territori, l’attenzione alla famiglia non come problema ma come essenziale risorsa, generatrice di capitale sociale strategico.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI E LA BIODIVERSITÀ

Tutti i giorni la stampa riporta notizie legate al cambiamento climatico, ha sottolineato la Dott.ssa Silvia Vaghi (Ricercatrice e consulente di sostenibilità ambientale). E ne mettono in evidenza le conseguenze: si sono diffuse malattie prima inesistenti; stiamo assistendo allo scioglimento dei ghiacci fino all’estinzione dei ghiacciai; si sono avuti incendi nelle zone più fredde del pianeta; si è indebolita fortemente la capacità dell’Amazzonia di contrastare il cambiamento climatico; alcune aree del pianeta sono invivibili, determinando così una migrazione ancora più forte; le api stressate hanno avviato l’effetto domino sull’impollinazione dei fiori, sulla produzione dei frutti, con le conseguenze immaginabili.
image--021Occorre sfatare luoghi comuni che possono costituire degli alibi. C’è differenza tra clima e tempo meteorologico: il clima è l’insieme degli eventi metereologici su un periodo lungo circa trent’anni. Il clima è sempre cambiato nel tempo in quanto dipende anche da fattori naturali. Però oggi c’è un’alta velocità di mutamento mai riscontrata nel passato! Si sta verificando l’effetto serra, in sé un fenomeno positivo (se non ci fosse avremmo la temperatura di -18°), ma che negli ultimi 150 anni ha avuto un’impennata, tale da produrre squilibri enormi, ormai riconosciuta dalla comunità scientifica.
Le istituzioni politiche stanno cominciando a prendere coscienza della necessità di agire. È stata costituita una Convenzione internazionale che propone le politiche per contrastare il cambiamento climatico, ma sappiamo quanto tutto questo stia procedendo lentamente per la mancata adesione tra l’altro di importanti paesi produttori di inquinamento.
Dal quadro problematico sui cambiamenti climatici la Dott.ssa Vaghi è passata ad evidenziare alcuni tipi di interazione con la biodiversità. La biodiversità è la variabilità genetica di specie e di ecosistemi. Basti  pensare che nessuno ha ancora potuto determinare il numero di specie presenti in natura: si va dai 3 milioni ai 30 milioni di specie. E l’Italia è un paese particolarmente ricco di biodiversità. I cambiamenti climatici producono effetti negativi sulla biodiversità, riducendone le potenzialità. E c’è una modifica delle interazioni tra le specie stesse, con cambiamenti che riguardano l’intero ecosistema fino ad arrivare all’estinzione di alcune specie. L’incremento dei tassi di estinzione è dovuto agli impatti umani (antropocene), in cui è l’uomo a dettare le condizioni, non più la natura.
La biodiversità va conservata anche perché ha un ruolo nell’adattamento al cambiamento climatico. Essa può dare un contributo alla mitigazione dell’effetto serra ed essere importante nell’adattamento al cambiamento stesso. Per esempio le foreste possono assorbire una parte di carbonio che fa aumentare la temperatura.
Le politiche per l’adattamento possono basarsi sugli eco-sistemi. Per esempio si può ripristinare la connettività tra le aree naturali per evitare di avere piccole aree protette slegate tra loro. La biodiversità non è un accessorio, ma ha un ruolo strettamente legato alla nostra vita. La perdita di biodiversità mette in gioco la sopravvivenza umana. Il problema non è salvare il pianeta che comunque andrà avanti. La specie umana è a rischio!

LA CURA DEL CREATO E LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Il Prof. Paolo Rizzi (Economista, Università Cattolica di Piacenza) ha prospettato la cura dello sviluppo sostenibile come la bussola per ripensare il futuro. Ripensarlo nella bellezza, nella custodia, nell’equilibrio per accogliere il dono del creato ed esprimere la risposta attraverso la passione per la creazione tutta con misericordia, nella giustizia, nella fedeltà, riparando gli squilibri relazionali ed economici. La sostenibilità richiede l’equilibrio tra economia, società, ambiente. Se l’umanità deve sopravvivere la felicità e l’equilibrio interiore sono di importanza fondamentale. Un mondo interdipendente non significa solo capire che le conseguenze degli stili di vita consumistici colpiscono tutti, ma fare in modo che le soluzioni siano proposte da una prospettiva globale e non solo in difesa degli interessi di qualche paese.image--022
“L’interdipendenza ci obbliga a pensare ad un solo mondo, a un progetto comune. E per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita ad un sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno per la società”. Gli Obiettivi che per lo sviluppo sostenibile la Comunità internazionale si è data da alcuni anni rappresentano le vie che mettono insieme economia, società, ambiente. E per la prima volta si evidenzia un passaggio significativo da obiettivi puramente economici e materiali a dimensioni ecologiche e relazionali (in Italia rappresentato dal Bes, benessere equo e sostenibile). L’occuparsi dello sviluppo sostenibile significa anche chiedersi come rendere appetibile lo stile di vita ecologico. Occorre unire il bene e il bello: deve essere bello fare una vita sobria! Bisogna coltivare il nostro giardino, fare del mondo il nostro giardino, metafora del vivere in armonia. Per liberare la nostra umanità difendere e diffondere la bellezza nelle sue varie forme diventa un impegno civico, politico, nel senso di responsabilità individuale e collettiva.

QUALE ETICA PER L’AMBIENTE? CONVERSIONE ECOLOGICA PER NUOVI STILI DI VITA PERSONALI E SOCIALI

L’etica non è un insieme di regole imposte. È il frutto del vivere umano dentro le relazioni che ci rendono veramente uomini, poiché la nostra umanità è relazionale – ha esordito Don Bruno Bignami (Direttore Ufficio Cei per la pastorale sociale e del lavoro). La famiglia è la dimensione più immediata della relazionalità del nostro vivere. Anche la biodiversità o la sostenibilità sono relazionali. Dio ha creato “secondo la sua specie” ogni realtà dentro ad una logica di pluralità, che ci rimanda alla ricchezza del suo amore.
image--023Al contrario ci affidiamo alla tecnica nell’illusione di possedere tutto, mentre non sappiamo rispondere alle domande più profonde. Qual è il senso della nostra vita? Perché il rapporto con la creazione è così vitale e costitutivo? È necessario considerare una teologia, cioè una riflessione sul nostro rapporto col Creatore. “Noi non siamo Dio, la creazione ci precede” e ci è stata data. L’etica vuole custodire un equilibrio che ci è dato, ma che potrebbe saltare a causa dell’antropocene, cioè dell’impatto dell’uomo sulla terra. Allora come custodire la nostra esistenza e la custodia del progetto su di noi? La “Laudato si’” ci consegna una riflessione discriminante. È sensato il contrasto tra i ritmi della natura e la velocizzazione umana che ci divora? Siamo tutti stanchi, stressati, impoveriti da relazioni che non ci soddisfano perché non le curiamo.
Cerchiamo di rimediare regalando possibilità di consumare e non riusciamo a regalare agli altri il nostro tempo. “Abitare” non indica solo un luogo, uno spazio da occupare, ma indica la condizione in cui ci si trova, È una questione relazionale. C’è il mito di essere padroni a casa propria. Invece noi possiamo abitare la terra solo accorgendoci della presenza degli altri, delle altre specie. La biodiversità ce lo suggerisce. Questa casa non è un luogo in cui io mi chiudo. La casa è un luogo relazionale. Dentro la relazione si porta frutto.
Il nostro rapporto con la creazione ha bisogno di assumere uno sguardo contemplativo. La prima cosa da pensare è “chi voglio essere” e non “che cosa voglio fare“. Invece oggi abbiamo una mentalità utilitaristica che valorizza solo ciò che serve e riduce tutto a oggetto. Ma la realtà ha un valore simbolico! Il creato non è un problema da risolvere, ma “un mistero gaudioso da contemplare”. Dobbiamo costruire un equilibrio, sapere qual è il limite e quando parliamo di stili di vita, si tratta di sfide che ci riguardano tutti; non è solo un problema individuale ma un problema di scelte condivise da una comunità a tutti i livelli: parrocchiale, condominiale, familiare, di quartiere…
Bisogna superare l’antropocentrismo dispotico come dice “Laudato si’”, che non mette in discussione il ruolo dell’uomo ma il modello dell’uomo. La questione etica – ha ribadito Don Bignami – è antropologica: vogliamo l’uomo che custodisce, che vive in relazione o l’uomo ab-solutus, cioè sciolto dalle relazioni? Vogliamo la cultura della cura o la cultura dello scarto? Che cosa Dio ci sta chiedendo? Quale umanità vogliamo essere?
image--024Occorre imparare a costruire comunità sostenibili, che operino in linea con la questione relazionale. Abbiamo bisogno di famiglie che strutturano la loro vita in questa direzione. Abbiamo bisogno di far leva sulle nostre capacità positive creando i presupposti perché possa esserci una rigenerazione. Indispensabile è dunque un discernimento comunitario e permanente nella comunità cristiana per alimentare la possibilità di andare contro corrente e apprendere ad interagire in modo fecondo con la comunità civile.

CONCLUSIONI

A più voci è stato detto che è necessario un cambiamento profondo nel rapporto con il nostro pianeta terra, passando dal concetto di “cosa inerme” da sfruttare e depredare a nostro piacere, ad un rapporto con una realtà vivente, componente la nostra famiglia (fratello, sorella e madre secondo il linguaggio di S. Francesco) da custodire e rispettare. Si tratta – ha affermato l’Assistente P. Lorenzo Di Giuseppe – di una conversione radicale nell’accoglienza del disegno di Dio Creatore, unica fonte di tutto il creato e che nell’unico amore ci ha generati come unica famiglia, variegata ma tutta connessa.
È stato ricordato che l’uomo è chiamato a partecipare alla creazione, con un compito specifico: prendersi cura di tutto il creato, essere nel creato voce di benedizione e di lode al Creatore. Per formare e conservare l’attitudine a prendersi cura del creato ha un ruolo insostituibile la famiglia dove l’uomo matura la sua dimensione comunionale, relazionale, sociale. È perciò fondamentale riscoprire la vocazione e la missione della famiglia nel piano creaturale di Dio.
La distruzione dell’ambiente, la depredazione della terra è anche depredazione della società che la abita. La natura non è “qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati”. Basta ricordare le immagini delle popolazioni indigene, private di tutto, che fuggono davanti alle fiamme che avanzano nei roghi dell’Amazzonia.
Papa Francesco, fin dall’inizio del suo ministero petrino, ha indicato la cura del creato come pietra fondamentale dell’etica cristiana e oggi come urgente chiamata per ogni uomo perché risvegli la sua responsabilità affinché il pianeta continui ad essere vivibile per noi e per le generazioni future. Il compito del prendersi cura si individua come vera e propria missione.
L’ecologia integrale, come è stato evidenziato – ha concluso P. Lorenzo – non può essere assunta come una moda passeggera: abbiamo bisogno di riscoprirne le motivazioni profonde che fanno parte del conservarci nella nostra umanità e che abbiamo il compito di condividere alla luce della Laudato Si’.
Accogliamo l’indicazione a vivere in punta di piedi, in umiltà, nell’assunzione di quella sobrietà liberante che rende possibile la comunione e l’operare per il bene  dell’unica famiglia umana e creaturale. Incarnare nuovi stili di vita personali e sociali è la via per riconoscere il dono del Creatore e rendere grazie.

Col rendimento di grazie nell’Eucarestia, presieduta da don Bruno Bignami, si è concluso il Convegno, innalzando al Signore la richiesta di perdono per le infedeltà rispetto alla custodia del creato, con la preghiera per la conversione ecologica da porre in atto e con l’invocazione di benedizione affinché lo Spirito guidi il nostro operare e l’operare della società per onorare lo statuto creaturale voluto per amore.

A cura della Redazione

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