Il Cantico

Meditazione di Don Stefano Culiersi

Pubblichiamo la prima parte della Meditazione di Don Stefano Culiersi, parroco di S. Maria Annunziata di Fossolo e assistente FFFJ, che ha costituito l’avvio in Bologna del cammino di formazione 2017-2018 della Fraternità Francescana Frate Jacopa dedicato al tema “Seminare speranza nella città degli uomini”. La seconda parte, che approfondisce i punti “vita eterna” e “città degli uomini”, sarà pubblicata nel prossimo numero del Cantico.

«Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele» (Lc 24, 21)

Queste sono le parole rassegnate e sconsolanti dei discepoli di Emmaus, con cui essi pongono la parola fine al loro discepolato. Il Maestro li ha delusi, perché quello che si aspettavano non si è verificato. Quella delusione riassume le delusioni dei discepoli di tutti i tempi, per quelle aspettative cui il Signore non sembra corrispondere.
img160Ci consola però sapere che in ogni nostra delusione il Signore ci “insegue”: ci raggiunge, ci affianca e con straordinaria pazienza scalda nuovamente un cuore freddo, perché arda di rinnovata speranza.
Dal racconto di Luca si ha l’impressione che i discepoli non abbiano sbagliato a sperare nel Signore, piuttosto che abbiano investito il loro Maestro di attese improprie. Vogliamo allora seguire il loro itinerario e purificare anche noi la nostra speranza, perché nella speranza si compie la nostra salvezza.
“Salvati nella speranza” è una espressione paolina1, che è diventata il titolo di una enciclica di Benedetto XVI. In essa il papa si è impegnato a cogliere la potenza della speranza cristiana, come luogo presente di un futuro ancora invisibile, ma non per questo inaffidabile o inutile. La nostra speranza è allora già attiva e insieme bisognosa di un compimento non ancora pienamente visibile. Con l’aiuto di questo magistero e l’esempio dei discepoli di Emmaus, cerchiamo di camminare anche noi nella via della speranza.

1. Speranza, esperienza performativa e non informativa2.
I discepoli di Emmaus credevano possibile un riscatto e una liberazione per il loro popolo: «la liberazione di Israele» (Lc 24,21). Hanno seguito per qualche tempo ascoltando, camminando, e compromettendosi insieme con Gesù di Nazaret, perché era “profeta potente in parole ed in opere” (Lc 24,19). I segni compiuti, le voci che giravano su di lui, il rapporto con le autorità lasciava presagire alle loro menti imbevute di profezie che da lui potevano aspettarsi quello che desideravano.
Come può una speranza, e quindi qualcosa che ancora non esiste, suscitare questo cammino dietro ad una persona? È proprio della fede il generare una speranza capace di mettere in moto la vita3.
Essi “credono” che Gesù sia il Messia, chiamato a risollevare le sorti di Israele, e per questo la loro fede diventa capace di produrre scelte, decisioni, ecc. In questo senso è una esperienza performativa e non solo informativa.
La speranza vera è sempre performativa. Proprio l’attesa dell’evento che io mi aspetto diventa il seme che fa germogliare tutta una serie di azioni, di posizioni… in una parola diremmo che come calamita attira la mia vita e la mette in moto verso l’evento atteso.img162
La speranza è potente, perché sposta tutta una esistenza, le dà direzione, senza ancora che gli eventi si siano prodotti. Il futuro, che non si è ancora presentato, già però si annuncia, e getta la sua influenza sul presente, determinandolo, cambiandolo.
I discepoli hanno sperato nella liberazione di Israele ad opera di un Messia vincente, e per questa speranza hanno messo in campo le loro esistenze e si sono coinvolti.
Non erano i soli. Ci raccontano gli evangelisti che le attese di tutto il gruppo dei discepoli erano decisamente forti e avevano la percezione di un imminente trionfo. Qualcuno forse credeva di fare una “marcia su Gerusalemme” (Cf Mt 20,20 ss.), perché venisse riconosciuto a Gesù un qualche esercizio di potere…
Quando gli eventi si sono palesati e sono diventati quelli drammatici della morte del maestro, essi hanno visto che la “porta” verso cui si erano indirizzati era in realtà aperta su di un baratro. Non restava che tornare indietro, con il carico di delusioni e di facili recriminazioni circa la responsabilità di avere compromesso la vita per tanto tempo dietro una chimera. La delusione è così cocente che chi ancora alimenta speranze di una sopravvivenza del maestro è considerato matto, visionario (Cf Lc 24,11).
La speranza è performativa anche quando è inaffidabile, perché ha lanciato l’esistenza del credente a tutta velocità verso un baratro. Ma quanto hanno vissuto in maniera esaltante, finché è durato! Non è forse l’atteggiamento di tanti, quello di consegnarsi a speranze inaffidabili che però creano un tempo limitato di euforia, di frenesia, da cavalcare finché dura con ancora più determinazione perché si sa che deve finire e sarà smentito?
Cleopa e socio hanno vissuto una ebrezza di essere con Gesù, bella finché è durata, fino all’acclamazione all’ingresso in Gerusalemme, dove sembrava ormai fatta.
Fede e Speranza mettono in gioco la dimensione del tempo del discepolo. La fede sembra concentrarsi sul presente, su ciò che è credibile, meglio ancora sulla persona autorevole e affidabile che promette. La sua presenza è accolta adesso, mentre la sua promessa apre allora ad una speranza possibile, traccia un itinerario che ha come fondamento lui solo, la sua capacità di mantenere la sua parola. Se la fede crede oggi a colui che parla e la speranza anticipa l’evento futuro ancora invisibile, entrambe hanno bisogno della memoria, di uno sguardo al passato, al già compiuto per sostenersi.
Fanno così i profeti, come il Deutero Isaia, quando deve giustificare la speranza del ritorno dalla schiavitù e la credibilità di un Dio che promette una cosa così incredibile, e lo fa invitando a ricordare il passato, la Creazione anzitutto e l’Esodo dall’Egitto. Chi ha già fatto questi prodigi, creando dal nulla e liberando dalla fossa, ancora può compiere questa meraviglia insperata. È credibile chi si propone, perché l’ha già fatto; è accettabile la sua promessa perché ha già dimostrato di essere capace di questo.

2. L’errore di Cleopa e socio
I discepoli hanno visto per qualche tempo cose prodigiose compiute da Gesù. Egli ha risuscitato morti, mondato lebbrosi, insegnato con autorità, dimostrando che Dio era con lui… perché allora si è dimostrato inaffidabile e le loro attese sono crollate?
Essi condividevano le attese e le speranze di tanti, anche di autorevoli personaggi evangelici. Mi piace ricordare, anche per la costruzione dell’opera lucana, le prime figure cariche di speranza che incontriamo: Simeone ed Anna. Essi sono anziani, prossimi alla fine e ancora privi di un compimento alle loro attese. L’evangelista formula la loro speranza collegando insieme Gesù con Israele/Gerusalemme.
– Simeone “aspettava il conforto (paraklesis) di Israele” (Lc 2,25).
– Anna annunciava Gesù a quanti “aspettavano la redenzione (lytrousin) di Gerusalemme” (Lc 2,38). A me pare evidente il desiderio di Luca di fare inclusione tra le speranze di questi due anziani e quelle dei due discepoli, che sperano la “liberazione (lytrousthai) di Israele”. Se poi le mettiamo in relazione con altre espressioni del tutto simili negli Atti degli Apostoli, vediamo un intento narrativo in Luca molto suggestivo. Il grande campione della speranza diventa allora Paolo, che proprio “a causa della speranza di Israele si trova in catene” in Roma (Cf At 28,20).
Questa speranza è legata alla risurrezione di Cristo, che è promessa della risurrezione di Israele stesso: per avere “coltivato questa speranza egli si trova in giudizio” (Cf At 23,6).
Simeone ed Anna, Paolo… essi pure hanno sperato e il Vangelo ci insegna a vederli non come illusi perdenti. Essi hanno sperato come i discepoli di Emmaus in Gesù di Nazaret, come Messia, plenipotenziario di Dio.
Hanno la memoria degli eventi straordinari narrati nel Vangelo e per questo la capacità di sperare nella liberazione del popolo. Ma il Maestro è caduto vittima della stessa oppressione che schiaccia Israele, sia nel senso più immediato (il potere occupante di Roma, il peso religioso dei farisei) sia nel senso più ampio del termine (la ribellione, il male, la morte).
Colui che doveva compiere la gloria del suo popolo, la luce delle genti, l’affrancamento di Gerusalemme, è caduto in maniera ingloriosa, oscura, umiliante.
La correzione che Gesù fa della speranza dei suoi discepoli sembra proprio ruotare attorno al Messianismo, a quell’idea eroica e vincente di colui che deve liberare imprigionando gli schiavisti, dare vita uccidendo i carnefici, glorificare umiliando i prepotenti. I profeti (il passato), su cui i discepoli hanno nutrito la loro fede (presente) e dato fondamento alla loro speranza (futuro), acquistano un significato nuovo nella esegesi di Gesù risorto. Non parlano più di messianismo trionfante, e mentre svelano che “per la gloria era necessaria la passione e morte del Messia” (Lc 24,26), denunciano come stolti e pigri di cuore chi si è perso dietro false illusioni (Lc 24,25).
Ancora dopo gli eventi pasquali, i discepoli continuano a mostrare una certa impazienza per il regno di Israele che deve costituirsi (Cf At 1,6), forse perché risuona ancora nelle loro orecchie la promessa di sedere in trono come un antico giudice di Israele (Lc 22,30)! Continua a dirci Luca che l’errore dei discepoli non è di avere “puntato sul cavallo sbagliato”, come se Gesù non fosse il vero e unico Messia di Dio, piuttosto che essi devono leggere negli eventi pasquali non un incidente di percorso risolto brillantemente dal Cristo, ma l’evento fondante della loro speranza. È il nucleo originario della loro fede, ormai, con la professione che il crocifisso è risorto, e Dio ha proclamato Signore proprio quel Gesù che gli uomini hanno rigettato (At 2,36).

3. Speranza e tribolazione
La connessione tra la speranza e la Pasqua rende questa virtù parente stretta della tribolazione, o meglio strettamente connessa all’esperienza della tribolazione.
img164In un momento di tensione tra la comunità cristiana e la sinagoga prima e la società romana poi, il tema della tribolazione diventa prezioso per la vita dei credenti e le speranze sono messe alla prova dagli insuccessi e dalle ingiustizie, a cui una comunità perseguitata deve andare incontro. Così gli scritti del nuovo testamento conoscono e svelano una correlazione tra la virtù della speranza e la prova.
Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato4.
Il credente ha fede in Gesù Cristo. Per questo riconoscimento di lui, della sua missione, della sua correlazione al Padre, il credente è allora reso giusto e trova accesso alla grazia di Dio. Il dono di Dio che la fede gli ha permesso (e non le opere della legge), è quella effusione dello Spirito di Dio che gli apre il cuore alla speranza.
E quanto più i casi della vita gli procurano tribolazioni, tanto più queste gli alimentano la sua speranza, invece di sottrargliela. A differenza dei discepoli di Emmaus e della loro delusione, Paolo professa che nella tribolazione la speranza aumenta. Certo è dono di grazia, frutto dell’amore di Dio che palpita nel cuore, ma rimane questo legame singolare tra la tribolazione e la speranza.
Nella concatenazione di eventi, Rm 5 ci dice che la tribolazione porta con sé il premio della pazienza, che è la capacità di resistere sotto i colpi (ypomonè); Colui che sa resistere sotto i colpi è uno che è stato provato (dokimè), affidabile come qualcosa che ha resistito allo “stresstest”, alla valutazione sotto pressione. Chi ha resistito con pazienza alla tribolazione è capace di speranza, perché continua a guardare al futuro, mentre attorno a sé le condizioni gli direbbero invece di non avere più prospettive. La speranza emerge proprio quando essa è stata messa in discussione, si qualifica in tutta la sua bellezza proprio perché purificata dalle smentite, in analogia con la fede che, al pari dell’oro, quando è provata al fuoco si presenta in tutta la sua purezza e bellezza. La speranza non delude se è poggiata sull’esperienza dell’amore di Dio, memoria di quanto ha fatto per noi e conferma presente nello Spirito, che rende attuale le cose.
Io ravviso in questo itinerario una parentela stretta con la Pasqua di Cristo, con la tribolazione e la prova del Messia, con la sua fiducia nel Padre e la speranza della vita, perché “non lascerà che il suo Santo veda la corruzione” (Cfr. Sal 15). La Pasqua di morte e di risurrezione, si compie anche nella vita del credente, il quale a sua volta è partecipe delle tribolazioni e delle prove alla stregua del Maestro5. La speranza del discepolo non è di scampare le tribolazioni. La speranza è invece la risorsa delle tribolazioni.
Quanto è diverso il nostro atteggiamento, più vicino ai discepoli di Emmaus e alla loro fuga dalla tribolazione che non affine alla Pasqua di Cristo. Anche Pietro va in questa direzione
Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi6.
La tribolazione per la fede non deve spaventare il discepolo. È forse una garanzia di essere nel solco del maestro. Ma questa partecipazione alla sua Pasqua è occasione per raccontare la speranza che ci sostiene. Essa è quella non di scampare la prova, o di uscirne indenni, ma quella della risurrezione dei morti che è già del Signore Gesù. In particolare Pietro proclama un esito positivo dalla tribolazione nella evangelizzazione, in analogia con il Cristo. Come egli, per la passione e la morte, ha potuto annunciare il vangelo nella regione della morte dove le anime attendevano dai tempi di Noè di ascoltare il Vangelo della risurrezione, così anche adesso ai discepoli viene data la possibilità di professare il cuore della loro speranza al mondo, proprio perché messa alla prova ed emersa in piena luce dalla tribolazione7. Pietro consegna l’efficacia di questo annuncio del Vangelo nella tribolazione alla mitezza e alla pace, ad una affabilità che la persecuzione vorrebbe negare, e che invece deve stupire sulle labbra dei discepoli messi alla prova. Anche questa gentilezza è una immagine pasquale, perché è Cristo che soffrendo ci ha lasciato l’esempio della sua mitezza, perché appunto “ne seguiamo le orme”8. 

1 Rm 8,24.
2 «La fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita? È essa per noi «performativa » – un messaggio che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto «informazione» che, nel frattempo, abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni più recenti?» (SS 10).
3 «Speranza», di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole «fede» e «speranza» sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla «pienezza della fede» (10,22) la «immutabile professione della speranza» (10,23). Anche quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione – della loro speranza (cfr 3,15), «speranza» è l’equivalente di « fede » (SS 2).
4 «Nell’undicesimo capitolo dellaLettera agli Ebrei (v.1) si trova una sorta di definizione della fede che intreccia strettamente questa virtù con la speranza. Intorno alla parola centrale di questa frase si è creata fin dalla Riforma una disputa tra gli esegeti, nella quale sembra riaprirsi oggi la via per una interpretazione comune. Per il momento lascio questa parola centrale non tradotta. La frase dunque suona così: «La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono». Per i Padri e per i teologi del Medioevo era chiaro che la parola greca hypostasis era da tradurre in latino con il termine substantia. La traduzione latina del testo, nata nella Chiesa antica, dice quindi: «Est autem fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium» – la fede è la «sostanza» delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono. […] La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una «prova» delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro «non-ancora». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future» (SS 7).
5 Rm 5,1-5.
6 Gv 15,20. 7 1 Pt 3,14-15.
8 «16Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, 18perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. 19E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, 20che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua» (1Pt 3,16-20).

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