Il Cantico

Siamo sicuri?

16/03/2019

Dall’incontro sul Decreto Sicurezza con Mons. Giancarlo Perego, Mons. Mario Toso
e l’Avvocato Maurizio Veglio

img162 (1)«Questa legge non dovrebbe chiamarsi Decreto sicurezza perché non tutela persone e non costruisce le condizioni per tutelare dignità umana. Sembra un testo che arriva in un paese che è diverso dal paese reale, e quando questo avviene non è legge, ma fantasia o ideologia. Dove sono le parole, indicate anche dal Papa, come ‘accoglienza’, ‘tutela’, ‘inclusione’?». Sono parole molto forti quelle di Mons. Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara e ex direttore della Fondazione Migrantes. Proprio la parola ‘sicurezza’ era al centro della riflessione dell’incontro “Siamo sicuri” organizzata dalla diocesi di Faenza-Modigliana al complesso ex Salesiani, presente il vescovo locale Mario Toso.
Sulla base di numerose storie di successo, Mons. Perego ha illustrato quelle che per lui sono le basi per garantire una sicurezza effettiva e non apparente: il lavoro, la famiglia, la scuola; attraverso una progettualità che non sia assistenziale ma che anzi, punta proprio sull’impegno della persona accolta. «Il primo elemento su cui puntare è avere lavoratori non sfruttati ma che anzi, garantiscano allo Stato il proprio contributo. In tanti settori, dall’agricoltura al sociale, c’è bisogno di manodopera, a volte anche qualificata, che al momento solo i migranti riescono a garantire. Poi c’è il tema famiglia: in Italia il ricongiungimento famigliare avviene in media in otto o nove anni; siamo i peggiori in tutta Europa, quando sappiamo benissimo che la famiglia rappresenta un aspetto positivo per garantire sicurezza. Nel Decreto sicurezza non c’è una riga a tutela della vita e nulla per contrastare l’abbandono scolastico. Un ragazzo che non va a scuola entra in un circolo di delinquenza, mentre sono da incentivare borse di studio e promozione del servizio civile per farli sentire parte della comunità».
«La nostra sicurezza non passa dall’avere un centro di permanenza dove umiliamo le persone – conclude Perego – ma attraverso l’accompagnare queste persone ad inserirsi in un territorio. Tutto questo manca, mentre invece in passato e ancora oggi sono numerose le storie positive di un’accoglienza diffusa: mettere 150 migranti in grandi centri nello stesso quartiere non crea un impatto positivo né per chi è accolto né per chi accoglie».
Ad aprire la serata le parole di Mons. Mario Toso, vescovo della diocesi: «Questo incontro, dal taglio pastorale, non vuole rimanere nel campo dell’astratto – ha spiegato – ma vuole indicare anche delle strategie di azioni concrete. I politici – prosegue Toso – hanno il compito di armonizzare con ‘prudenza’, nel senso più nobile di questa parola, la richiesta dei diritti di chi è accolto e di chi accoglie, e da questa prospettiva vogliamo leggere gli effetti che porterà questo Decreto».
Dal corretto uso dei termini all’azione concreta di cittadini che si riconoscono nei valori della Costituzione: questi i passaggi chiave indicati dai relatori sulla base di quanto indicato precedentemente da Mons. Toso. Insurrezione linguistica, disobbedienza civile, promozione di un’accoglienza diffusa: azioni concrete per non restare nel limbo della superficialità imposto dal flusso dei media. img161 (2)
«Usare in maniera consapevole il lessico è fondamentale quando si parla di questo tema – ha spiegato l’avvocato Maurizio Veglio –. Oggi infatti siamo tutti chiamati a un’insurrezione lessicale, cambiando i concetti distorti che ormai alcune parole contengono come ‘clandestino’ o ‘migrante’, associati ad altre parole come ‘criminale’. In questo senso, per me sarebbe preferibile chiamarlo ‘Decreto umiliazione’ per come verranno lesi i diritti di migliaia di persone. Stiamo infatti umiliando giuridicamente persone che non vogliono stare in Italia e le vogliamo punire per essere capitate qui. Chi viene trovato senza passaporto ora subirà una detenzione amministrativa in assenza di reato: una persona viene così privata della propria libertà giuridica solo perché non ha passaporto e questo trattenimento può prolungarsi nei centri di permanenza per rimpatrio fino a sette mesi, dove subiscono una vera mortificazione della dignità umana».
Maurizio Veglio ha poi esposto una cronistoria del fenomeno migratorio degli ultimi anni, focalizzandosi in particolare sugli aspetti giuridici. Il vero punto di svolta non è avvenuto però con la legge 132/2018, il cosiddetto ‘Decreto sicurezza’, ma con il precedente Decreto Minniti. «Si sente spesso usare slogan che parlano di un’Italia invasa – prosegue Veglio – ma l’Italia per la maggior parte di questi migranti è solo una terra di transito, non di arrivo, e molti di loro vorrebbero in realtà lasciare l’Italia il prima possibile, cosa che ora sarà ancora più difficile fare. L’Italia è un paese che demograficamente ed economicamente invecchia e si impoverisce. Questa legge è dunque una risposta a una domanda mai posta e creerà delle persone in balìa della malavita». «Non si parla poi molto – conclude Veglio – del rapporto con Paesi a controllo preventivo, come Turchia e Libia, a cui come Ue diamo miliardi di euro.
In particolare il 2 febbraio 2017 Minniti ha sottoscritto un accordo che definirei agghiacciante con il governo di Tripoli per arginare il flusso di migranti irregolari. La Libia è un paese diviso il cui stato di diritto è sostituito dalla regola delle armi e dove sono insediati veri e propri campi di detenzione illegali. L’uso delle parole in questo caso è importante: Minniti parla di ‘migranti irregolari’, l’essere umano in quanto tale, e non il ‘flusso’, diventa dunque un soggetto illegittimo. È una politica che crea un genere umano a numero chiuso».

Fonti: Il Piccolo e Buon Senso Faenza

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