Il Cantico

capitolofonti043. Tra meraviglia, fraternità, responsabilità
Tra il 1963 e il 1978, nell’arco temporale del pontificato di Paolo VI, in Occidente si è andata affermando una nuova consapevolezza riguardante il rapporto di interdipendenza tra il mondo naturale e la società umana. Questo valore costituisce un’indubbia koiné della cultura contemporanea da cui può muovere una complessiva trasformazione delle concezioni e degli stili di vita dominanti. A più riprese, papa Montini ha sottolineato la sua particolare sensibilità per il tema in parola. Emblematico è per diversi aspetti il contributo offerto da Paolo VI alla formazione di una coscienza ecologica attraverso la gratitudine per le meraviglie del creato e le esigenze dello sviluppo. Di là da ogni intento esaustivo, mi propongo di richiamare soltanto alcuni testi, ed in particolare il Pensiero alla morte, redatto tra il 1965 e il 1966 e il messaggio alla Conferenza di Stoccolma sull’ambiente (1972). “Questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità” [9]. Così Paolo VI nello scritto Pensiero alla morte ritrae la meraviglia del creato. “Assale il rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti” di questa scena “affascinante e misteriosa che è un riverbero, un riflesso della prima ed unica Luce”.

L’ammirazione credente per le risorse naturali accompagna il Santo Padre nel confidente abbandono alla Provvidenza, di fronte al pensiero del “grande passaggio”. È, questa dimensione dell’incanto di fronte alla creazione, un’icona della gratitudine per la vita ricevuta in dono. Paolo VI esprime, in un atto di riconoscenza al Padre Celeste, il suo “felice stupore” per l’avvenimento della vita, per il “quadro” che circonda l’umano, “panorama” incantevole dell’amore di Dio. Nella sua articolazione, il testo aiuta a comprendere l’esigenza educativa della coscienza alla responsabilità, che chiama in causa l’agire personale e i temi essenziali della vita. In questo ambito è da collocare l’interesse cruciale per la meraviglia delle bellezze naturali. Le Laudes Creaturarum di S. Francesco d’Assisi, per quanto in questo testo di Papa Montini non vengano manifestamente richiamate, ne costituiscono un riferimento implicito, che conviene considerare per comprendere appieno il contesto della gratitudine per il creato, per così dire, in memento mori. La fraternità cosmica che contraddistingue il Cantico, inaugurata dal verso “Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature”, avvia un’interpretazione ascetico- spirituale della fede che implica un particolare rapporto di reciprocità tra il credente e le cose.

Le Laudes, composte nella sofferenza e di fronte alla morte [10], esprimono “una profonda ed entusiasta aderenza al mondo, alla stessa materia (…), un sì allo splendore dell’universo, un’affermazione del valore degli esseri e delle cose” [11]. La meraviglia davanti all’opera di Dio richiede di essere compresa nella prospettiva della comunione con gli esseri viventi. Nell’esortazione a considerare fratelli il Sole, il Vento, il Fuoco, l’“aere et nubilo et sereno et onne tempo” e sorelle l’Acqua, la Luna, le Stelle c’è un appello educativo a cui si è invitati a rispondere, entrando in comunione con il creato, senza cedere ad una fruizione e ad una conoscenza meramente strumentali delle risorse naturali. L’afflato contemplativo che contrassegna il Cantico può essere accostato a quello che ispira Paolo VI nel Pensiero alla morte. Con i versi dedicati a “sora nostra madre Terra” che “produce diversi fructi con coloriti fiori et herba” si conclude quella parte del Cantico dove S. Francesco eleva la propria lode a Dio a motivo della comunità fraterna del creato e ringrazia l’Altissimo in compagnia delle creature, perciò non soltanto per la loro presenza ma con loro [12]. La dimensione lato sensu affettiva del vissuto che la spiritualità del Pensiero alla morte, come del Cantico, tiene in così grande considerazione non può essere sottovalutata. Interpretare l’anelito alla trascendenza che contrassegna tali testi implica accostarsi alla possibilità di dire l’ambiente, riconoscendo: la necessità della demistificazione degli stereotipi e delle consuetudini strumentali; la ricerca di un’autenticità espressiva che testimoni efficacemente i contenuti della fraternità cosmica; il valore della creatività personale e del vissuto emotivo/affettivo, connesso con l’esperienza religiosa nella molteplicità degli aspetti che la compongono.

capitolofonti054. La svolta ecologica, tra linguaggio e testimonianza educativa
Non v’è ambito del sapere, oggi che possa ignorare i mutamenti profondi dettati dalla svolta ecologica nell’ambito dei processi culturali, delle attività produttive e degli stili di consumo o eludere l’attuale sensibilità dell’opinione pubblica per le problematiche riguardanti il rispetto e la custodia del creato. Di fronte allo straordinario patrimonio delle risorse naturali e ai sorprendenti risultati della ricerca scientifica e tecnologica, la pedagogia dell’ambiente [13] ha al suo centro la dignità e la promozione di tutto l’uomo e di ogni uomo. Come rileva Benedetto XVI nella lettera enciclica Caritas in Veritate, “c’è bisogno non di un’etica qualunque ma di un’etica amica della persona che risponda alle sue esigenze morali più profonde” [14]. Una riflessione pedagogica che si proponga di avvalorare la dimensione ambientale nell’impegno educativo rintraccia nella poetica religiosa di Paolo VI l’esaltazione del rispetto per tutte le creature alla luce di una peculiare sensibilità linguistica. Per Dire Dio nella problematicità dell’agire quotidiano, Il pensiero sulla morte fa ricorso a quella che potrebbe essere definita un’ermeneutica “ambientalmente incarnata”, attuando la ricerca di nuovo linguaggio.

Così come, del resto, Francesco d’Assisi che offre un contributo estetico-letterario alla cultura volgare, nella convinta coltivazione del rapporto con Dio [15], per rendere “dicibile” la letizia e comprensibile la gratitudine per l’“Altissimu, onnipotente, bon Signore” [16]. L’uso del volgare nelle Laudes creaturarum assume certo una rilevanza che può apparire, a prima vista, incomparabile con la “lingua” di Paolo VI nella prospettiva indicata in questo paragrafo. Eppure, a ben riflettere, la sensibilità e l’intensità con cui Papa Montini elabora il Suo linguaggio epistolare e “ufficiale” per affrontare le molteplici sfide scientifico-culturali e socioeconomiche che segnano gli anni di pontificato, designano uno stile e un irreprimibile anelito comunicativo. E come S. Francesco adotta un’altra lingua, il volgare, al fine di partecipare in modo più diretto il senso della propria fraternità ambientale, Paolo VI, con coraggio e profezia, conduce la teoresi teologica a confrontarsi con cambiamenti epocali nel segno della Populorum Progressio e dell’Humanae Vitae. La lingua usata dalle classi popolari e della nuova borghesia artigianale e mercantile conferisce al Cantico un’immediatezza che trasgredisce i canoni della letteratura colta dell’epoca e inaugura una nuova visione del mondo che sollecita la possibilità di una riflessione e di un impegno educativi responsabilmente connotati.

La lingua di Paolo VI dà uno statuto “ecclesiologico” all’educazione a contemplare le bellezze naturali, coniugando la spiritualità della creazione con una “visione eucaristica”, capace di abbracciare la vita personale e sociale. La Chiesa, nel solco tracciato da Paolo VI, annuncia la promozione umana e la necessità di una “conversione ecologica”. Nel Messaggio alla conferenza di Stoccolma sull’ambiente del 1972, Papa Montini richiama il dovere gravissimo di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla. “La preoccupazione di preservare e migliorare il contesto naturale, come la nobile ambizione di sollecitare la cooperazione mondiale in favore di questo bene necessario a tutti, rispondono a imperativi profondamente sentiti dagli uomini del nostro tempo [17]”. Il Messaggio argomenta dei modelli socioeconomici dominanti. Compie un’analisi pertinente sull’ambivalenza della nozione e della realtà di progresso nel corso della civiltà umana, e marca l’interesse della Chiesa a comprendere la natura dei cambiamenti e l’attualità del dibattito sull’ambiente naturale. Paolo VI, distanziandosi da interpretazioni ecologistiche in voga, non vagheggia un mondo preindustriale né propone il mito di un improbabile, arcadico ritorno al passato. La formazione di una coscienza educativa in relazione ai problemi dell’ambiente non può avvenire in modo “naturalistico”.

Al proposito rileva R. Cousinet alla metà del secolo scorso che se anche facessimo vivere il bambino più a lungo possibile in campagna, magari portando fuori città tutte le scuole “la natura è oggi, assai più che ai tempi di Rousseau, come snaturata (dé-naturée)” [18]. Il Messaggio alla conferenza di Stoccolma sull’ambiente contiene la consapevolezza della portata globale delle problematiche ecologiche, della centralità dello sviluppo umano, della solidarietà internazionale richiesta per risolvere le principali questioni in agenda. Redatto in occasione della conferenza internazionale delle Nazioni Unite sull’ambiente, il documento del 1972 è letto all’assemblea il 5 giugno, prima giornata dei lavori. Intitolato Le preoccupazioni ecologiche e le esigenze del reale sviluppo, il messaggio prefigura in nuce l’elaborazione compiuta dal magistero e dalla dottrina sociale sul tema della custodia del creato nei decenni successivi. Emblematici gli interrogativi posti: “La nostra civiltà, tentata di impiegare le sue prodigiose realizzazioni per il dominio dispotico dell’umano, saprà scoprire in tempo la via di una vera crescita materiale, di una saggia moderazione nell’uso delle risorse alimentari, di una reale povertà di spirito per operare una conversione urgente e indispensabile ? (…) Come non evocare l’esempio imperituro di san Francesco d’Assisi e non menzionare i grandi ordini contemplativi cristiani, che offrono una testimonianza vivente di armonia interiore guadagnata nel quadro di una comunione fiduciosa nei ritmi e nelle leggi della natura ?” [19]. E se l’uomo è la prima e la vera ricchezza della terra, l’ambiente – milieu ambiant – è patrimonio dell’umanità Tanto in uno scritto autobiografico, come il Pensiero alla morte, dove prevale il carattere spirituale, quanto in un testo ufficiale come il Messaggio alla conferenza di Stoccolma sull’ambiente, emerge la sensibilità di Papa Montini per la prospettiva dell’educazione al rispetto e alla custodia del creato che implica la volontà di riscoprire la natura come interlocutrice e partner della formazione umana.

5. Stili di vita per la custodia del creato
La meraviglia dettata dallo spettacolo della vita e delle cose che l’uomo contempla e interroga può diventare di nuovo una fonte del sapere e una forma del rapporto tra comunità umana ed ambiente. Lo stupore per la multiforme varietà e l’affascinante bellezza della natura, lungi dal rappresentare un reperto archeologico che richiama l’origine del pensiero, ancor oggi può suscitare una problematizzazione radicale della crisi ecologica e del primato dell’uomo nel mondo. Nella prospettiva di indicare alcuni elementi sintetici sul tema Camminare nella fede. Stili di vita per un nuovo vivere insieme, di seguito richiamerò taluni plessi concettuali emblematici, senza alcuna pretesa di esaustività. Alla diffusa preoccupazione per la crisi ecologica, la Chiesa è chiamata a rispondere anche favorendo l’affermarsi di una consapevolezza educativa ermeneutica e progettuale. In termini generali, essa implica alcune irrinunciabili prospettive di riferimento.

capitolofonti06a) La meraviglia per la vita della Terra, non di meno della riprovazione per le violazioni recate al suo ecosistema, pone in termini fondamentali le finalità di un’educazione alla custodia del creato, all’articolata interpretazione del rapporto d’interdipendenza tra il mondo naturale e la società umana. Alla luce delle considerazioni compiute, la progettazione di percorsi educativi sollecitata dal mistero dell’universo naturale – di cui l’essere umano è parte – costituisce ben altro che la mera applicazione di procedure formative standardizzate. La progettazione in parola ha da interrogare società civile e comunità ecclesiale sulle esigenze di un reale sviluppo umano. Nell’ambito dell’attuale pluralità dei quadri antropologici di riferimento, è irrinunciabile una scelta ben precisa riguardo al tema della sostenibilità socioambientale e della crescita durevole.

b) Nota P. Roveda che “da un lato non c’è pace tra gli uomini senza la pace con la natura, in quanto regnerebbe l’ingiustizia e l’egoismo nel godere dei beni della terra”; dall’altro è ugualmente vero che non c’è pace con la natura senza pace tra gli uomini, in quanto “la prima esige decisioni economiche, sociali, etiche e politiche condivise, concordate in spirito di responsabile solidarietà” [20]. Del resto, la presenza della guerra, con le micidiali armi chimiche, batteriologiche e atomiche, si trasforma in un evento catastrofico anche per la natura, oltre che per l’umanità di oggi e di domani. E’ senza dubbio rilevante che un’educazione alla pace costituisca il cuore di qualsivoglia sviluppo tra ecologia umana ed ecologia dell’ambiente.

c) Per quanto interessante, non rientra nell’economia del presente contributo la disamina dell’evoluzione dottrinale sui temi ecologici. Considero tuttavia indispensabile citare il Messaggio di Papa Benedetto XVI per la 43° Giornata Mondiale della pace 2010, Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato, che prefigura un’articolata pluralità del significato di custodia del creato. In modo emblematico, il titolo designa una sintesi concettuale che chiama in causa molteplici nuclei tematici – il diritto planetario alla cittadinanza per lo sviluppo umano, la ricerca scientifica per la tutela dell’ambiente, la complessità della governance geopolitica – riconducibili a diversi livelli del discorso – lo stile di vita personale e sociale, i modelli e le scelte economiche, le policies della formazione e del lavoro, dell’integrazione e della famiglia.

d) I verbi coltivare e custodire, già presenti in alcuni testi di Paolo VI, sono certo legati alle scienze della terra e affondano le loro radici etimologiche nella consistenza delle risorse naturali. I sostantivi pace e creato richiamano in modo efficace la possibilità di garantire il benessere sin qui raggiunto, ampliandone il grado di coinvolgimento dei popoli, all’interno di un orizzonte comunque sostenibile. Il valore glocale dei problemi, ovvero al contempo globale e locale, incontra la responsabilità di ciascuno e delle comunità che contribuiamo a costruire di fronte alle generazioni future.

e) “Conversione è nozione certamente complessa, ma solo apparentemente estranea ai temi sviluppati” nel dibattito odierno riguardo all’ambiente. “Essa ci sollecita infatti alla necessità di una trasformazione sia del contesto sociale, sia e soprattutto delle coscienze e dei comportamenti individuali” [21]. Il messaggio augurale di Benedetto XVI dianzi richiamato sollecita a considerare l’apporto delle scienze (biologiche, economiche, fisico-naturali, giuridiche, pedagogiche, politiche, psicosociali, ecc.) nella prospettiva di “allargare i confini della ragione” per affrontare le questioni dell’ambiente e dello sviluppo.

f) La sfida educativa, da più parti intesa come banco di prova fondamentale per la complessiva tenuta morale delle società odierne, si coniuga con il dovere di custodire il creato come bene collettivo. “I doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano ai doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri” [22]. Dall’amore pieno di verità, caritas in veritate, procede l’autentico sviluppo umano, chiesto con le braccia alzate verso Dio come un dono di pace e di verità per rendere più degna dell’uomo la vita della famiglia umana sulla terra.

g) L’ambiente come nuova questione sociale oggi abbisogna di pensiero e azione per un umanesimo che permetta la scoperta e la realizzazione della fraternità. L’apertura alla vita, centro del vero sviluppo, è la risposta più appropriata al relativismo culturale, così come l’obiettivo dell’accesso al lavoro esige oggi un’approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini. L’appello – Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato – è, per forma e contenuti, nel solco tracciato da Paolo VI con l’istituzione della giornata della pace, il primo gennaio 1968 e con la sua celebrazione annuale, sollecitata dai successori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

h) All’inizio del terzo millennio la Terra rivela la fragilità estrema, e compromessa, del suo ecosistema: l’idea di uno sviluppo illimitato ed arbitrario, tipica di un certo positivismo socioeconomico ed utilitarista, ha legittimato quei dissesti ecologici della cui gravità nessuno osa dubitare. Il rispetto per l’ambiente ha da essere stimato come un “valore” connesso con l’idea di formazione, prima di rappresentare un atteggiamento pragmatico suggerito dalla gravità del degrado. Questa coscienza intenzionale deve condurre a elaborare un modo di essere nel mondo [23] diverso da quello caratteristico della cultura dominante nei confronti del pianeta.

i) Paolo VI nel sottolineare la responsabilità della Chiesa nei confronti del creato ha messo solide basi alla successiva costruzione della dottrina sociale in ordine alla questione ambientale, teorizzando la forte interrelazione che c’è tra la lotta al degrado ambientale e la promozione dello sviluppo umano integrale. La disamina riguardante gli attuali modelli di sviluppo implica la riscoperta di valori antropologici che possano rappresentare fondamenti per un futuro migliore per tutti: rilevante, in proposito, è un’educazione consapevole a stili di vita improntati alla sobrietà e alla solidarietà. In questa luce, la crisi ecologica assume il significato di opportunità di discernimento e nuova progettualità. Esercitare un governo responsabile della creazione, custodendola e coltivandola, implica elaborare curricoli formativi appropriati e educare ad una responsabilità che si proietti nello spazio e nel tempo, in modo intra e intergenerazionale.

* Docente di Pedagogia, Direttore ASA, Università Cattolica di Brescia

[1] PAOLO VI, Populorum Progressio, 1967, n. 14.

[2] L.J. LEBRET, “Dynamique concréte du développement”, in AA. VV., Economie et Humanisme, Seuil, Paris 1961, p. 28.

[3] Cfr. G. M. BERTIN, Ragione proteiforme e demonismo educativo, La Nuova Italia, Firenze 1987, p. IX.

[4] All’interpretazione del sentimento demonico-esistenziale e alle sue componenti nietzscheane, simboleggiate dalla volontà di donare e dall’amore per il lontano, G.M. BERTIN dedica un capitolo dell’opera Progresso sociale o trasformazione esistenziale, antinomia pedagogica, Liguori, Napoli 1981, pp. 136-182. Si veda inoltre ID., Nietzsche. L’inattuale, idea pedagogica, La Nuova Italia, Firenze 1977.

[5] GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus, 1991, n. 37.

[6] L. ORNAGHI, Prefazione, in P. MALAVASI (a cura di), L’impresa della sostenibilità. Tra pedagogia dell’ambiente e responsabilità sociale, Vita e Pensiero, Milano 2007, p. VIII.

[7] Cfr. P. MALAVASI – R. ZOBOLI (eds.), Rio+20. The future we want. Lectures, Vita e Pensiero, 2012.

[8] PAOLO VI, L.E. Populorum Progressio, 1967, n. 14.

[9] PAOLO VI, Pensiero alla morte. Testamento. Omelia nel XV anniversario dell’Incoronazione, Brescia-Roma, Istituto Paolo VI – Edizioni Studium, 1988, pp. 24-25.

[10] T. LOMBARDI, Storia del francescanesimo, Padova, Edizioni Messaggero, 1980, p.78: “Francesco ebbe una particolare predilezione per Santa Chiara e per le sue compagne di S.Damiano. Ivi compose il suo Cantico di frate sole (…) Era l’anno 1225. Soffriva molto perché, oltre alle stimmate, era afflitto da quasi completa cecità. Tra quelle sofferenze compose il Cantico. Nel 1226, prima di morire, vi aggiunse le ultime due strofe che trattano del ‘perdono’ e di ‘sorella morte’”.

[11]AA.VV., Dizionario francescano, Padova, Ed. Messaggero, 1983, p. 123: “E’ unendosi agli esseri e alle cose di questo mondo che Francesco vuole dire la lode dell’Altissimo. In questo sta precisamente l’originalità del suo cantico. Quanti mistici, inebriandosi del loro slancio interiore si sono collocati al di sopra della creazione materiale con un superbo sdegno, ed hanno creduto di poter esaltare Dio proclamando l’insignificanza delle cose ?”.

[12] G. CONTINI, Letteratura italiana delle origini, p. 3: “Francesco avrebbe voluto che fra Pacifico, nella vita secolare chiamato rex versuum, si facesse coi confratelli ‘giullare di Dio’ e andasse attorno a dirigere l’esecuzione delle Laudes. La cui interpretazione grammaticale oscilla fra due poli fondamentali: il per di molti versetti come causale, dunque lode resa a Dio in quanto creatore; il per come segno d’agente (‘da’), dunque lode resa dalle creature (…) Il cantico è contesto, in modo assai personale, di ricordi dei salmi CXLVIII-CL e del ‘Cantico dei tre fanciulli’ nella fornace (dal Libro di Daniele), oltre che di altri luoghi scritturali”.

[13] Cfr. P. MALAVASI (a cura di), Progettazione educativa sostenibile. la pedagogia dell’ambiente per lo sviluppo umano integrale, Milano, EDUCatt, 2010.

[14] BENEDETTO XVI, Caritas in Veritate, 2009, n. 45.

[15] L’alta spiritualità espressa dal linguaggio di S.Francesco, osserva L. LAVELLE, Quatre Saints, Albin Michel, Paris 1951, p. 80, fa comprendere che “Dio non è più nascosto dietro il mondo”, non è affatto colui che maledice la creatura. “Il mondo diventa il volto di Dio” per colui che sa riconoscerne il disegno d’amore.

[16] Per le citazioni delle Laudes creaturarum, nonché per un’essenziale introduzione critica, si veda G. CONTINI, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, Firenze 1970, pp. 3- 5; per la traduzione in lingua italiana corrente, cfr. il testo critico stabilito da V. BRANCA e recepito nelle Fonti francescane, Movimento francescano, Assisi 1977, p. 178. Una classica panoramica del dibattito riguardante il Cantico delle creature è quella di S. RUGGERI, “Materiali per uno studio sul ‘Cantico delle creature’”, in Accademie e Biblioteche d’Italia, 1975, XLIII, pp. 60-102.

[17] PAOLO VI, Messaggio alla conferenza di Stoccolma sull’ambiente, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. X – 1972, , Tipografia poliglotta, Città del Vaticano 1973, p. 606.

[18] R. COUSINET, L’éducation nouvelle, Delachaux et Niestlé, Neuchâtel 1950, p. 135.

[19] PAOLO VI, Messaggio alla conferenza di Stoccolma sull’ambiente, pp. 608-609.

[20] P. ROVEDA, “Tra aggressività, violenza e altruismo”, in Pedagogia e Vita, 2001, 2, p. 59.

[21] L. ORNAGHI, Introduzione in P. MALAVASI (a cura di), L’impresa della sostenibilità, Vita e Pensiero, Mi 2007, p. VII.

[22] BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 2009, n. 51.

[23] Rimando, al riguardo, alla trattazione svolta in P. MALAVASI, L’impegno ontologico della pedagogia. In dialogo con Paul Ricoeur, La Scuola, Brescia 1998, pp. 124-234.

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