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A partire dall’età antica fino all’età moderna, il campo d’azione dell’uomo coincideva con il suo campo d’esperienza. L’uomo moderno dominava, sì, la natura, ma inserendosi in essa. Interveniva sulla natura attraverso i suoi sensi anche se allargati e potenziati dagli strumenti della tecnica, i quali, però, “non erano tali da trasformare tutte le situazioni al di là dell’ambito di ciò che l’uomo può abbracciare con l’organizzazione dei suoi sensi” (R. Guardini, La fine dell’epoca moderna, Morcelliana 1984, p. 68).

Ora l’uomo attraverso le sue conoscenze scientifiche sa assai di più di quello che può vedere o immaginare (pensiamo alla conoscenza dei corpi celesti raggiunta attraverso gli studi astronomici, fisici), ma i suoi rapporti con la natura “diventano indiretti, passano attraverso l’intermediario del calcolo e degli apparecchi” (ibidem, p. 69). Diventano “astratti e formali”. Guardini chiama “non umano” l’uomo quando il suo campo esperienziale “è superato dal campo della sua conoscenza e della sua azione” (R. Guardini, La fine dell’epoca moderna. Il potere, Morcelliana 1984, p. 70).

Pensiamo all’uomo che sgancia la bomba atomica: gli basta premere un bottone, ma non partecipa coi suoi sensi agli effetti devastanti sulla popolazione inerme delle città colpite. Pensiamo soprattutto alle tecnologie applicate ai primordi della vita umana o al suo finire. Manca l’esperienza dell’evento e, con essa, si assottiglia fino a scomparire, il senso di responsabilità, di partecipazione all’atto. La natura diviene estranea perché lontana, non più accessibile oggetto d’esperienza. E come vi è l’uomo non umano, così vi è una “natura non naturale” poiché non ha più un’immediata evidenza e chiarezza; non è più quella realtà esteriore che l’uomo vedeva attorno a sé e con cui stabiliva relazioni. Essa viene colta solo attraverso un metodo matematico-sperimentale sempre più esatto.

Ma questo rapporto di estraneità con la natura non è senza conseguenze per l’uomo che diviene congegno anonimo ordinato alla forma funzionale della macchina. Oggi l’uomo non dissimula più il criterio dell’utilità e del benessere quale orientamento della tecnica, come faceva nell’età moderna, ma dichiaratamente è proteso al dominio nel senso estremo del termine, fino ad arrivare a destrutturare la natura, la materia. Benedetto XVI mette in guardia dal pericolo della “tecnicizzazione” della natura, in cui si cade se si considera la natura come “un insieme di semplici dati di fatto”, “frutto del caso o del determinismo evolutivo” e solo come “materia di cui disporre a nostro piacimento” per un uso di essa “strumentale” e “arbitrario” (CV 48).

Lucia Baldo

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