Scuola di Pace, Frate Jacopa , Roma 3-5 gennaio 2014

lembojpegPREMESSA
E’ necessario trovare i modi perché tutti possano beneficiare dei frutti della terra, non soltanto per evitare che si allarghi il divario fra chi più ha e chi deve accontentarsi delle briciole, ma anche e soprattutto per una esigenza di giustizia e di equità rispetto ad ogni essere umano” (Discorso di Papa Francesco alla FAO giugno 2013).
A partire da questo richiamo ed in preparazione dell’evento internazionale di EXPO 2015, che ha al centro il tema “Nutrire il pianeta, energia per tutti”, la Chiesa italiana attraverso la Caritas internazionale si appresta a lanciare, nel corso del 2014, una campagna a sostegno del “diritto al cibo” finalizzata a richiedere ai Governi di impegnarsi per garantire il diritto al cibo attraverso leggi nazionali e a livello del “cosa fare”, la campagna invita i credenti ad aprire occhi, orecchie e cuore per capire le conseguenze della fame nel mondo ed evitare gli sprechi.
Questo percorso chiama in causa anche la vostra comunità rispetto alla identificazione del cosa è possibile fare per promuovere il diritto al cibo per tutti.
Il mio contributo rispetto al vostro percorso è finalizzato a richiamare l’evoluzione dell’approccio rispetto al diritto al cibo, perché credo possa aiutare a capire meglio che cosa è necessario ed è possibile fare oggi.

1. IL DIRITTO AL CIBO, DIRITTO UMANO UNIVERSALE
Cibo
è stato tradizionalmente sinonimo di fame, di carestia. La fame è stata spesso concepita come un fatalità a cui si può porre rimedio con comportamenti caritatevoli come l’elemosina.
La concezione dell’accesso al cibo come diritto è una visione recente che ha preso il via dopo la seconda guerra mondiale con la Dichiarazione dei Diritti umani che ha consentito di passare dalla “fraternità caritatevole alla responsabilità della vita”.
Prima di arrivare al riconoscimento del diritto al cibo come un diritto umano, universale ci sono stati diversi passaggi che è opportuno ricordare. L’accesso al cibo è stato infatti concepito :
• come un dovere morale: nel Vangelo di Matteo, che fa riferimento all’accesso al cibo ed all’acqua come dovere morale di dare da mangiare agli operai, agli animali. Il Signore si è identificato con chi aveva fame quando diceva: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”;
• come un dovere etico dei ricchi, cioè associato al dovere da parte di coloro che detengono la ricchezza di condividere il loro benessere con i poveri: 
• come obbligo dello Stato, concetto introdotto da Montesquieu che scriveva ne “L’Esprit des lois” che tutti i cittadini hanno diritto a ricevere dallo Stato “un’assistenza sicura, il cibo, un vestito conveniente…”.fajpeg
Bisogna attendere la Dichiarazione dei Diritti umani del 1948 perché il diritto al cibo sia riconosciuto come un diritto umano, cioè universale, dunque un concetto del cibo come un bene comune.
Con i principi sanciti dall’art. 25 della Dichiarazione, il riconoscimento del diritto al cibo, sano, adeguato, diventa una componente del diritto di cittadinanza, un diritto che accompagna le persone, non è subordinato alla cittadinanza e quindi ha valenza mondiale, globale.
Questa valenza obbligatoria del diritto al cibo è stata sancita con la sottoscrizione da parte degli Stati del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici.
La concretizzazione del diritto al cibo, rientra quindi nelle competenze degli Stati ed alcuni Stati hanno cercato di concretizzare il diritto con leggi nazionali o con l’adozione di campagne contro la fame.
Possiamo segnalare alcuni di questi provvedimenti:
• l’Assemblea delle Na-zioni Unite ha dato vita alla costituzione di alcune Agenzie specializzate sui temi della alimentazione ed agricoltura (FAO), della lotta contro la malnutrizione che non hanno consentito però di garantire l’accesso al cibo per tutti;
• Il Brasile e l’India hanno costituzionalizzato il diritto al cibo e garantiscono ai cittadini l’accesso ad un quantitativo minimo di alimenti;
• la comunità internazionale, con gli obiettivi del Millennio, ha lanciato l’impegno a garantire il diritto al cibo per tutti entro il 2015, obiettivo che a tutt’oggi non è stata ancora raggiunto non per assenza di alimenti, ma per mancanza di volontà politica.

Il concetto dell’accesso al cibo e le modalità con cui la Comunità internazionale nella sua storia ha cercato di garantire questo principio si caratterizza per diversi step o fasi che possono essere cosi riassunti:
1. associato alla solidarietà, alla fratellanza (cioè dovere morale alla misericordia);
2. come dovere affidato alla responsabilità degli Stati;
3. come diritto umano, sancito dalle Costituzioni e leggi dello stato;
4. come diritto universale, fondamentale associato alla condizione umana, cioè legato alla autodeterminazione dei popoli ed individui (dalla produzione alla distribuzione);
5. come sicurezza alimentare, intesa nella sua accezione più ampia come la possibilità di garantire in modo costante e generalizzato acqua ed alimenti per soddisfare il fabbisogno energetico di cui l’organismo necessita per la sopravvivenza e la vita, in adeguate condizioni igieniche. La definizione comunemente accettata a livello internazionale è quella elaborata al World Food Summit nel 1996 come la possibilità per “tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti che garantiscano le loro necessità e preferenze alimentari per condurre una vita attiva e sana”. Questo concetto di sicurezza trova riscontro nella nostra Costituzione nell’art. 41;
6. infine come sovranità alimentare, che costituisce la classificazione più recente, frutto di una locuzione coniata da comunità di produttori. La prima definizione è stata quella di Via Campesina (1996) con cui si fa riferimento al controllo politico necessario ad un popolo nell’ambito della produzione e del consumo degli alimenti. I paesi devono poter definire una propria politica agricola ed alimentare in base alle proprie necessità, rapportandosi alle organizzazioni degli agricoltori e dei consumatori. Nel Forum di Nyeleni 2007 (Mali) la Sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un cibo salubre, culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi sostenibili ed ecologici, in forza del loro diritto a definire i propri sistemi agricoli e alimentari. Difende gli interessi e contempla le future generazioni. Offre una strategia di resistenza e smantellamento rispetto all’attuale regime commerciale alimentare sostenuto dalle corporazioni e un orientamento per i sistemi alimentari, agricoli, pastorali e della pesca definiti dai produttori e utilizzatori locali.
Questa definizione è stata inserita nella Costituzione del Nepal ed è richiamato nelle politiche agricole di paesi come Mali, Bolivia e Ecuador, mentre numerosi paesi latinoamericani (Nicaragua, Bolivia, Ecuador, Honduras, Venezuela, Saint Vincent e Grenadas, Haiti, Panama, Guatemala, Messico, Belize e Repubblica Dominicana) hanno sottoscritto la Dichiarazione finale del vertice del 2008 su “Sovranità e sicurezza alimentare: alimenti per la vita”.

2. DIRITTO AL CIBO: DIRITTO RICONOSCIUTO MA NON EFFETTIVO
Nonostante questa importante evoluzione del diritto al cibo, la sua concretizzazione è ben lungi dall’essere un diritto effettivo per tutti gli esseri umani; la realtà infatti si caratterizza per i seguenti limiti:
cibojpeg• a livello mondiale: il Rapporto delle Nazioni Unite sullo Stato dell’insicurezza alimentare del mondo – elaborato da Fao, Pam ed Ifad, le tre agenzie Onu – denuncia che nel 2013 il numero degli affamati si è ridotto a 842 milioni rispetto a 868 milioni dello scorso anno, ben lungi dal raggiungere gli obiettivi del Millennio, fissati per il 2015. Ancor oggi nel mondo 1 persona su 8 nell’intero pianeta patisce la fame cronica, per la massima parte nei Paesi in via di sviluppo, specie nella regione africana subsahariana, dove gli affamati sono 1 su 4, ma anche in Asia e in America Latina il diritto al cibo è negato a centinaia di milioni di persone, cosi come a 16 milioni che vivono nei Paesi ricchi. La povertà spesso associata alla mancanza di cibo, non è un fenomeno solo dei paesi poveri ma comincia ad essere presente con forza anche nei paesi cosiddetti industrializzati.
• a livello nazionale il Rapporto sulla coesione sociale in Italia stilato da Istat, Inps e Ministero del Lavoro evidenzia come nel 2012 si sia trovato in condizione di povertà relativa il 12,7% delle famiglie residenti in Italia (+1,6 punti percentuali sul 2011) e il 15,8% degli individui (+2,2 punti). Si tratta dei valori più alti dal 1997, anno di inizio della serie storica. La povertà assoluta colpisce invece il 6,8% delle famiglie e l’8% degli individui. I poveri in senso assoluto sono raddoppiati dal 2005 e triplicati nelle regioni del Nord (dal 2,5% al 6,4%).
Nonostante il riconoscimento del diritto al cibo, oltre al mancato raggiungimento dell’obiettivo di combattere la fame nel mondo e di sradicare la povertà, entro il 2015, l’accesso al cibo per tutti si deve oggi confrontare con le seguenti tendenze che costituiscono le principali minacce come:
• appropriazione delle terre e del ciclo alimentare da parte delle imprese multinazionali con espropriazione degli Stati, degli stessi contadini e delle comunità locali;
• smantellamento dei diritti umani e dei sistemi di welfare state finora garantiti dagli Stati;
• trasformazione dei diritti di cittadinanza, dei diritti della persona (dignità umana) in bisogni, in merce da acquisire e soddisfare attraverso il mercato: i cittadini diventano consumatori e poi clienti.
Solidarietà e dignità umana, valori che costituiscono presupposti di base per costruire la pace e garantire la pacifica convivenza fra i popoli finora sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti umani e garantiti dagli Stati- Nazione, cioè dalla politica, che devono oggi confrontarsi con la
• crisi del modello economico di crescita e del sistema finanziario
• crisi della sovranità nazionale dei singoli Stati ma anche delle sovranità delle comunità locali
 con i processi di globalizzazione e quindi libera circolazione dei capitali, delle risorse e dei fattori produttivi.

3. COME GARANTIRE IL DIRITTO AL CIBO, ALL’ACQUA, AI BENI COMUNI?
Come si garantiscono oggi i diritti umani, ed in particolare il diritto al cibo, all’acqua, ai beni comuni a dimensione mondiale come presupposto per garantire la pace, in una fase di stagnazione economica, di aumento della povertà, di perdita della sovranità nazionale dei singoli stati e di dominio incontrastato dei “Mercati”?
√  È possibile accettare che l’accesso ai diritti di base sia garantito dal mercato e non più dalle comunità locali, nazionali o dalla famiglia planetaria che è l’umanità?
√ Come salvaguardare le comunità locali dall’espropriazione dei beni comuni portati avanti dalle imprese multinazionali attraverso i processi di “landgrabbing”, di “water-grabbing”? 
È sufficiente affidare le azioni di contrasto a questi processi all’ascolto, ai comportamenti a livello di consumo responsabile, di riduzione degli sprechi alimentari? 
Chi garantisce la sicurezza alimentare: gli Stati, la comunità internazionale, con quali norme, con quali modelli di governo?
√  Le buone pratiche, le campagne di boicottaggio, l’impronta ecologica, l’impronta idrica, le filiere produttive a km zero, le coltivazioni biologiche o il contrasto agli OGM possono costituire le risposte più efficienti per contrastare i processi di mercificazione e di privatizzazione dei beni comuni. Difesa dei diritti umani, cioè dei diritti di cittadinanza, responsabilità a livello di comportamenti individuali e collettivi, partecipazione e mobilitazione attiva e solidale, come cittadini, cioè da parte di ciascuno di noi, costituiscono alcune delle risposte più appropriate per rispondere a queste sfide.
Abbiamo acquisito questa consapevolezza nel corso di questa giornata di riflessione dedicata al Messaggio del Papa per la Giornata mondiale della Pace. Queste sono le sfide che vengono richiamate anche da Papa Francesco quando con i suoi messaggi invita a rilanciare l’approccio teologico della liberazione, la denuncia alla responsabilità dei nostri stili di vita che sono una delle cause della fame nel mondo e non la soluzione.
Accanto agli stili di vita è necessaria una mobilitazione a livello di cittadinanza attiva. Con il video-messaggio alla Caritas, in occasione del lancio della “Campagna contro la fame nel mondo” promossa dalla Caritas Internationalis, Papa Francesco ha ribadito all’approccio tradizionale mettendo l’accento sulle cause strutturali accanto al richiamo sugli stili di vita. Questo richiamo del Papa mi fa venire in mente una Campagna lanciata dalla stessa Caritas italiana nel 1990 con un gruppo di organizzazioni cattoliche ed istituzioni ecclesiali con lo slogan “Contro la fame cambia la vita” che, accanto alle cause strutturali, richiamava la responsabilità delle scelte e dei comportamenti personali.
L’approccio per contrastare le cause della fame e quelle tendenze ed atteggiamenti in precedenza descritte richiedono un cambiamento radicale. La lotta contro la fame nel mondo e la possibilità di garantire il cibo per tutti non passa solo per la “sicurezza alimentare”, cioè garantire un quantitativo di cibo attraverso gli aiuti alimentati o di apertura di mense per i poveri nelle nostre città!
Mobilitarsi a difesa o a sostegno dell’accesso al cibo come diritto umano comporta una sovversione a livello dei paradigmi finora additati come soluzioni: mettere ciascun popolo, ogni comunità, l’umanità stessa nella condizione di autodeterminazione nei loro territori a produrre e scegliere il cibo per il proprio sostentamento.
Una nuova ruralità e nuove alleanze e modalità di produrre cibo, cioè un nuovo paradigma nascente di una strutturale conversione ecologica dell’economia e delle forme civili socio-culturali ed insediative.
Questo approccio è quello della “Sovranità alimentare” che costituisce forse una sfida e richiesta che diverse movimenti di contadini dell’America latina, ma anche del continente africano, sollecitano e propongono per combattere la fame nel mondo. Rispetto a queste richieste, che sono in antitesi rispetto alla soluzione della sicurezza alimentare oggi imperante come modalità per garantire l’accesso al cibo, ogni comunità cattolica, come una famiglia che appartiene all’umanità, dovrebbe farsi carico di approfondire la proposta.
Una sollecitazione a ripensare il nostro agire è contenuto anche nell’invito rivolto da Papa Francesco con il suo videomessaggio a sostegno della Campagna contro la fame nel mondo. Il Papa invita “tutti noi a diventare più consapevoli delle nostre scelte alimentari, che spesso comportano lo spreco di cibo e un cattivo uso delle risorse a nostra disposizione. È anche un’esortazione a smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane non abbiano un impatto sulle vite di chi, vicino o lontano che sia, la fame la soffre sulla propria pelle”.

4. UNA SFIDA EPOCALE
L’approccio dell’accesso al cibo attraverso il principio della “sovranità alimentare” costituisce una piattaforma promossa dai contadini e da una variegata gamma di associazioni sociali e di cittadinanza che si propone di rivendicare, anche rispetto alle soluzioni per garantire l’accesso al cibo, proposte dal mercato attraverso soluzioni tecnologiche o con il ricorso agli OGM (che saranno anche al centro delle soluzioni che usciranno dalla esposizione internazionale di EXPO 2015), un nuovo orizzonte politico in tema di modelli di agricoltura e di alimentazione come una soluzione con cui è possibile garantire l’accesso al cibo per tutti, compatibili con una visione del diritto al cibo come diritto umano prodotto nel rispetto dei diritti della natura, cioè dell’ambiente.
Questo processo consentirebbe di valorizzare le diversità dei territori e le specificità dei relativi sistemi agrari e di restituire ai sistemi di rappresentanza politica di questi territori le responsabilità che hanno ceduto o di cui sono stati espropriati (vedi privatizzazione dell’acqua, della terra).
L’accesso ed il controllo delle risorse naturali, la produzione di alimenti e l’aumento del potere di decisione, sono i tre principi alla base di questa visione che si contrappone a quella della sicurezza alimentare, promossa e sostenuta dagli Stati-Nazioni.
La Sovranità alimentare si costruisce mettendo in atto processi di democrazia e di partecipazione dei cittadini in relazione al controllo del cibo e delle risorse necessarie a produrlo oltre che alle politiche sociali, ambientali, economiche e agricole necessarie a dar corpo e sostanza a sistemi agrari che siano poi effettivamente in grado di garantire il diritto al cibo… ad un reddito di cittadinanza dignitoso.
Questi principi, come quelli della pace, della dignità umana, di un nuovo modello di produzione del cibo e di utilizzo delle risorse devono confrontarsi con le diverse visioni di cui sono portatori le rappresentanze sociali in materia di agricoltura, di alimentazione, ma anche di energia, di cambiamenti climatici, di diritti umani, di pace…
La posta in gioco dietro le modalità con cui si pensa di garantire il diritto al cibo, per la famiglia umana è dunque altissima e costituisce la principale minaccia per un futuro di pace e di pacifica convivenza fra i popoli.
Da questa consapevolezza scaturisce l’invito di Papa Francesco, sempre nel citato video messaggio, a “condividere quel che abbiamo nella carità cristiana con chi è costretto ad affrontare numerosi ostacoli per soddisfare un bisogno così primario e al tempo stesso facciamoci promotori di un’autentica cooperazione con i poveri, perché attraverso i frutti del loro e del nostro lavoro possano vivere una vita dignitosa.
L’invito rivolto a tutte le istituzioni del mondo, tutta la Chiesa e ognuno di noi, come una sola famiglia umana, a dare voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un ruggito in grado di scuotere il mondo”.
Credo che come membri di una stessa famiglia sia dovere di tutti far propri questo invito del Santo Padre ed il mio invito è di farci carico di questo impegno a partire da un approfondimento delle cause strutturali che sono alla base del mancato accesso al cibo di tutti.
ll Messaggio del Papa sul diritto al cibo è in tal senso una forte sollecitazione morale ad agire sulla base di alcune consapevolezze: – non possiamo essere felici se non lo sono gli altri – se una fetta rilevante della famiglia umana non ha accesso al cibo, noi non rispettiamo il nostro dovere di essere “fratelli”;
– non è possibile pensare alla pace se un miliardo di persone non mangia.
Infine non c’è salvezza senza garantire il diritto al cibo per tutti.
È questa la sfida epocale di cui ogni credente deve farsi carico e che chiama in causa ciascuno di noi non solo come operatore di pace ma come componente di una stessa famiglia, l’umanità

Rosario Lembo
Presidente Comitato Italiano
Contratto Mondiale dell’Acqua