Il Cantico

Roma, 4- 6 gennaio 2016 – c/o Istituto Salesiano Gerini

Sintesi dell’incontro a cura di Lucia Baldo

logo sDal 4 al 6 gennaio 2016 a Roma presso l’Istituto Salesiano Gerini ha avuto luogo il primo incontro della Scuola di Pace 2016, promosso dalla Fraternità Francescana Frate Jacopa per approfondire, con l’apporto di illustri relatori, il Messaggio della Pace di quest’anno intitolato: “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”.
Argia Passoni, responsabile della Fraternità, ha introdotto il Convegno sottolineando l’importanza di incentrare l’incontro di gennaio sul tema della Giornata della Pace per riportare al cuore, nel rinnovarsi del tempo, il compito fondamentale di edificare la pace e porsi in cammino per rispondere alle urgenze sempre più brucianti che vengono da ogni angolo della terra. Dopo aver richiamato le tematiche della Giornata della Pace affrontate negli ultimi due anni, A. Passoni ha notato come il messaggio di quest’anno entri più nel merito di quegli ostacoli che sono da togliere per compiere un vero cammino di pace. L’ostacolo più agguerrito alla pace è l’indifferenza verso le piaghe del nostro tempo, legata alle molteplici forme di individualismo.
Alla luce del messaggio, ci dobbiamo sentire interpellati a riflettere su come stiamo operando come singoli e come fraternità per riprendere insieme un cammino di conversione necessario affinché i dettami della pace possano diventare parte della nostra vita personale e comunitaria. Il messaggio ci invita altresì ad aprire cuore e mente per incarnare quella fraternità fontale che può aiutare a coniugare spirito e vita, l’essere cristiani e cittadini nell’Anno Santo della Misericordia. A. Passoni ha infine auspicato che in questo Giubileo diventi possibile rigenerare le ragioni della speranza in un mondo più giusto e fraterno in cui poter operare per conquistare la pace.
Dopo aver presentato il programma delle due giornate di Convegno, A. Passoni ha dato la parola al primo relatore, il Vescovo di Faenza-Modigliana S.E. Mons. Mario Toso. Se il Messaggio della Pace fosse stato scritto successivamente ai fatti di Parigi del novembre scorso – ha osservato il Vescovo – probabilmente sarebbe stato incentrato sulle nuove forme di guerra e azioni terroristiche contemporanee. Infatti oggi al centro dell’attenzione non è solo l’indifferenza, anche se è vero che tanti fenomeni di odio partono proprio da questa. Il mondo è sull’orlo del collasso. Di qui l’esigenza della salvezza, nella consapevolezza che solo Dio ci può salvare. Come dice M. Heidegger, nessuna impresa umana può salvare il mondo, solo Dio lo può.
Il messaggio del Santo Padre inizia con l’invito a non perdere la fiducia, poiché Dio non è indifferente, non è distante. Egli non ci lascia mai soli a combattere contro il male. Con il suo aiuto è possibile sconfiggere gli odi e le minacce di questo mondo, ma soprattutto è possibile perdonare, poiché in ogni uomo è presente un germe di Bene. In questa capacità di cercare il Bene risiede la dignità di ogni uomo.
S. Bonaventura nell’“Itinerarium mentis in Deum” dice che il nostro intelletto cerca Dio e che la nostra volontà è strutturata in modo da andare incontro al Bene sommo. Ciascuno di noi, in quanto immagine di un Dio trinitario, può sconfiggere l’indifferenza, essendo chiamato alla relazione, al dono, al dialogo.mons
Tuttavia è possibile misconoscere questa vocazione al Bene. Per questo, attraverso l’educazione, occorre imparare a condurre una vita virtuosa che renda stabile la nostra vocazione al Vero e al Bene. Questo è fondamentale, poiché nello scegliere il Bene risiede la vera libertà dell’uomo.
L’indifferenza è nemica della pace perché fa pensare solo a sé e crea barriere. Il Papa segnala diverse forme d’indifferenza: verso Dio, verso le realtà più lontane, verso il creato. L’indifferenza è sempre accompagnata dall’assenza di un coinvolgimento emotivo, da una relativizzazione della gravità dei problemi del mondo, da un atteggiamento di chiusura in un mondo artefatto e virtuale, ma è anche accompagnata da una colpevolizzazione dei poveri considerati responsabili della miseria e del sottosviluppo.
Tuttavia l’indifferenza più profonda è quella verso Dio dalla quale scaturiscono tutte le altre. Senza portare Cristo nel cuore non si può vedere nel fratello un altro se stesso, non si può possedere una corretta scala di valori e c’è il pericolo di cadere nell’idolatria. Dunque – ha concluso il Vescovo – la pace è un dono che viene dall’alto, ma richiede, altresì, la nostra collaborazione.
Nella seconda giornata del Convegno P. Martín Carbajo Núñez, docente di teologia morale presso la Pontificia Università Antonianum, ha trattato il tema: “Prossimi e fratelli: dall’indifferenza alla cura nello Spirito di Assisi”. La Pace – ha detto P. Martin – è un dono del risorto, una nuova creazione, una pienezza di vita e di rapporti a cui tutti dobbiamo contribuire. La Pace è un concetto relazionale. I media offrono innumerevoli modi di entrare in relazione, ma essere più collegati non significa essere più in comunione. Nel diluvio quotidiano di messaggi, anziché sentirci più prossimi ci sentiamo più isolati. Siamo saturati, iperaccelerati, iperconnessi, ma questo rende più difficile accogliere il messaggio e più facile dimenticare che tutto è in relazione.
padr martinManca il recupero della solidarietà, della misericordia, della compassione. Nonostante questo il Papa ci invita a “custodire le ragioni della speranza”, a “maturare un cuore umile e compassionevole”. Lynn White, che ha accusato il pensiero giudeo-cristiano di aver provocato la crisi ecologica, ritiene S. Francesco “il più grande rivoluzionario spirituale della storia del mondo occidentale”.
In lui il mondo spirituale non è staccato dal mondo materiale. Nel Verbo incarnato e crocifisso, egli scopre che la debolezza è la dimora di Dio. Le creature gli ricordano l’umiltà dell’incarnazione perché segnate dalla croce di Cristo e animate dalla sua presenza.
Sull’esempio di Cristo, povero e umile, S. Francesco chiede ai frati la povertà più radicale per non dover difendere la proprietà con le armi, quindi per motivi teologicorelazionali piuttosto che ascetici. Vuole che diventiamo poveri per essere più fratelli. Nel Cantico delle creature il Poverello di Assisi sottolinea la fratellanza universale disponendo le creature in coppie di fratelli e sorelle, appellativo che non appariva nella letteratura provenzale e nella Bibbia. S. Francesco ha una concezione positiva dell’uomo. Il lavoro è collaborazione con Dio, non espiazione di una colpa. Egli sente la prossimità di un Dio che ama le creature così come sono e che ha un rapporto personalizzato con ciascuna di esse.
Nel mondo dell’immagine è particolarmente evidente l’attualità della visione francescana che dà il primato al bene rispetto al vero, all’individualità concreta e singolare da non confondere con l’individualismo della cultura occidentale. Questa differenza individuale di ogni creatura è una caratteristica ontologica positiva che imita l’infinita individualità divina.
Tutto è basato sulla gratuità divina, sull’Amore come punto di partenza e di arrivo. Nasce così un’etica del cuore e della compassione che contrappone all’indifferenza la cura, la presenza fraterna e misericordiosa, nella logica del dono. Papa Francesco afferma che il mondo ha bisogno di una rinascita attraverso i valori spirituali ed etici. A questo scopo le religioni sono fondamentali per costruire, nello Spirito di Assisi, una società pacificata e scoprire la bellezza del creato in cui niente è accessorio, ma tutto ha valore.
Nel pomeriggio don Sandro Fadda, Direttore dell’Istituto Salesiano Gerini, con l’ausilio di audiovisivi, nel riflettere su: “Educare alla Partecipazione per educare alla Pace”, ha voluto porre l’accento sulla necessità di rendere i giovani partecipi di quello che accade, individuando nuovi percorsi di cittadinanza attiva.
I giovani devono essere educati ad avere fiducia nella possibilità di cambiare le istituzioni – ha detto don Fadda –, a cercare di partecipare ad esse attraverso le proprie scelte. Ma perché questo accada occorre che i primi a credere nelle istituzioni siano gli adulti. Educare alla pace significa educare alla partecipazione affinché ognuno di noi possa trovare un proprio senso di vita scoprendo dentro di sé il volto di Cristo da cui proviene la libertà dei figli di Dio. Più ci allontaniamo da Gesù, meno costruiamo dentro di noi il senso di partecipazione, di gratuità.fadda
Per fare questo è fondamentale educare i giovani alla carità, non intesa nel senso di dare delle cose, perché questo non permette di partecipare alla vita dell’altro, ma prendendosi cura dell’altro. Ogni cristiano è chiamato a partecipare, a essere sale, a incontrare per costruire la pace, sapendo che i conflitti vanno affrontati, che le diversità vanno accettate e che chi non la pensa come noi non va giudicato, ma amato. Per questo dobbiamo essere disposti, se necessario, ad arretrare di un passo per fare spazio all’altro.
Compito dei laici è aiutare i sacerdoti a parlare ai fedeli, poiché dove arriva ognuno di noi arriva tutta la Chiesa. Pertanto educare alla partecipazione per noi cristiani significa educare all’ecclesialità mantenendo vivo il senso della speranza con la quale è possibile generare nuove vite nello spirito.
Per ultimo ha preso la parola p. Giulio Albanese, missionario e giornalista, sul tema: “Si vis pacem, para pacem”. Contraddicendo il motto romano “Si vis pacem, para bellum”, p. Albanese ha sottolineato che solo una pace preventiva può diffondere una vera cultura della pace. Da qui il titolo della sua conferenza. La pace dei Romani, fondata sulle guerre, sul dominio del forte sul debole, nella storia si è rivelata fallimentare.
Gesù è la nostra pace, mentre la pace dei Romani è fondata sulla sottomissione, sul manganello. Si tratta di capire col cuore e con la mente se siamo capaci, come credenti, di rendere ragione della speranza che è in noi.
Non dobbiamo ritenere che la Dottrina sociale della Chiesa sia marginale rispetto all’azione di evangelizzazione nella pastorale ordinaria delle nostre chiese o che il bene comune sia una sommatoria di beni personali. Il bene comune, al contrario, è un bene condiviso, un pane spezzato. Essere cristiani vuol dire assumere le proprie responsabilità; vuol dire operare un sano discernimento alla luce della Parola di Dio e della tradizione. Essere cristiani significa coniugare spirito e vita e capire che il Vangelo va incarnato nella storia senza separare la fede da quello che avviene nell’agorà. Alla luce della Evangelii Gaudium e della Laudato Sì possiamo affermare che quello che succede intorno a noi ci interpella e che l’indifferenza va combattuta.
Secondo i dati forniti dalla London School of Economics, pubblicizzati attraverso OXFAM (cartello di quattordici organizzazioni non governative britanniche) l’1% della popolazione mondiale dispone della stessa ricchezza del restante 99%. Oggi tanta realtà umana è immolata sull’altare degli interessi di parte. Assistiamo allo strapotere del business sulla persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio. Tutte le persone umane (non solo i cattolici) sono create a immagine e somiglianza di Dio. Per questo Papa Francesco si rivolge a tutti i popoli e a tutte le persone della terra.
Noi credenti dobbiamo renderci conto che per promuovere una cultura della pace e contrastare una mentalità di guerra, è fondamentale la conoscenza dell’alterità. Essere informati è un diritto e informarsi è un dovere, poiché la negazione dell’informazione crea le dittature. L’editoria cattolica ha fatto molto, ma oggi si trova a dover affrontare una crisi sistemica che costringe molte testate a chiudere (vedi MISNA). Nonostante ciò i cristiani non possono non lanciare un messaggio positivo e non andare al di là del panorama che si presenta sullo scenario mondiale, sapendo che, come dice Papa Francesco, “laddove non arrivano la filosofia e i negoziati politici, lì deve arrivare la fede”.
albaneseDobbiamo fare nostro l’atteggiamento profetico di chi si fa piccolo gregge per innescare grandi cambiamenti, non stancandosi di invocare il dono della Sapienza per imparare a fare proposte di valore qualitativo piuttosto che quantitativo, in un’ottica di fede che ponga al primo posto la ricerca della pace per tutti.
Il giorno dell’Epifania, la Scuola di Pace si è conclusa con il pellegrinaggio giubilare alla Basilica di S. Giovanni in Laterano, guidato da p. Lorenzo Di Giuseppe. I partecipanti, dopo aver attraversato la Porta Santa e pregato all’unisono per ottenere la misericordia del perdono di Dio, hanno assistito alla Santa Messa presieduta da S.Em. il Card. Brandolini, allietata e impreziosita dalle mirabili voci del coro di Mons. M. Frisina, maestro direttore della Pontificia Cappella Musicale Lateranense. Non poteva concludersi in un modo migliore e più santo di questo l’incontro della prima Scuola di Pace dell’anno 2016.

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