Il Cantico

1. LA PACE È REALIZZAZIONE DEL DESIDERIO INNATO DI UNA VITA IN PIENEZZA: LA RILETTURA DELLA PACEM IN TERRIS
Il Messaggio del 2013 vede la luce nell’anno del cinquantesimo anniversario della Pacem in terris del beato Giovanni XXIII. Proprio per questo, ricollegandosi ad essa, ne propone una rilettura, evidenziando che la pace è costruzione della convivenza sociale in termini razionali e morali, poggiando su un fondamento la cui misura non è creata dall’uomo, bensì da Dio. «La pace, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può essere instaurata e consolidata – si legge nell’enciclica del beato Giovanni XXIII – solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio»:2 ordine scolpito nell’essere degli uomini; ordine che la coscienza rivela e ingiunge perentoriamente di seguire (cf PT, n. 3). La costruzione di una convivenza pacifica, fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla giustizia –3 come suggerisce anche la beatitudine scelta da Benedetto XVI: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9) – è dono messianico e opera umana ad un tempo.

scuola-di-pace02Detto altrimenti, la pace è frutto di un’umanità in comunione con Dio, ossia di un’umanità che non è solo intrinsecamente capace di ricercare il vero, il bene e Dio ma che li sceglie e imposta l’esistenza come condivisione di una vita che viene dall’alto. La pace è la risultante di un umanesimo aperto alla trascendenza: «È frutto del dono reciproco, di un mutuo arricchimento, grazie al dono che scaturisce da Dio e permette di vivere con gli altri e per gli altri» (n. 2, p. 5). Qui risiede la chiave di volta di tutto il Messaggio. Qui si concentrano le ragioni della speranza, che poggiano su una visione sostanzialmente positiva dell’uomo, essere ad immagine di Dio, essere redento da Gesù Cristo. La pace, esplicita Benedetto XVI, vive di un’etica che è etica della comunione e della condivisione. Essa è connessa con una antropologia integrale, solidale, aperta strutturalmente agli altri e a Dio. Pertanto, se davvero si desidera la pace vanno superate quelle antropologie e quelle etiche contemporanee che sono basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza.

«Precondizione della pace è lo smantellamento della dittatura del relativismo e dell’assunto di una morale totalmente autonoma, che preclude il riconoscimento dell’imprescindibile legge morale naturale scritta da Dio nella coscienza di ogni uomo» (n. 2, pp. 5-6). «[…] La negazione di ciò che costituisce la vera natura dell’essere umano, nelle sue dimensioni essenziali, nella sua intrinseca capacità di conoscere il vero, il bene e, in ultima analisi, Dio stesso, mette a repentaglio la costruzione della pace. Senza la verità sull’uomo, iscritta dal Creatore nel suo cuore, la libertà e l’amore sviliscono, la giustizia perde il fondamento del suo esercizio». «Per diventare autentici operatori di pace sono fondamentali l’attenzione alla dimensione trascendente e il colloquio costante con Dio, Padre misericordioso, mediante il quale si implora la redenzione conquistataci dal suo Figlio Unigenito. Così l’uomo può vincere quel germe di oscuramento e di negazione della pace che è il peccato in tutte le sue forme: egoismo e violenza, avidità e volontà di potenza e di dominio, intolleranza, odio e strutture ingiuste. scuola-di-pace03

La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana. Essa si struttura, come ha insegnato l’Enciclica Pacem in terris, mediante relazioni interpersonali ed istituzioni sorrette ed animate da un «noi» comunitario, implicante un ordine morale, interno ed esterno, ove si riconoscono sinceramente, secondo verità e giustizia, i reciproci diritti e i vicendevoli doveri. La pace è ordine vivificato ed integrato dall’amore, così da sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, fare partecipi gli altri dei propri beni e rendere sempre più diffusa nel mondo la comunione dei valori spirituali. È ordine realizzato nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di persone, che per la loro stessa natura razionale, assumono la responsabilità del proprio operare. La pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile. I nostri occhi devono vedere più in profondità, sotto la superficie delle apparenze e dei fenomeni, per scorgere una realtà positiva che esiste nei cuori, perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio e chiamato a crescere, contribuendo all’edificazione di un mondo nuovo. Infatti, Dio stesso, mediante l’incarnazione del Figlio e la redenzione da Lui operata, è entrato nella storia facendo sorgere una nuova creazione e una nuova alleanza tra Dio e l’uomo (cfr Ger 31,31-34), dandoci la possibilità di avere “ un cuore nuovo” e “ uno spirito nuovo” (cfr Ez 36,26)». In conclusione, l’umanità assunta e redenta da Gesù Cristo, è fondamento granitico di un futuro di speranza e di pace. «Proprio per questo, la Chiesa è convinta che vi sia l’urgenza di un nuovo annuncio di Gesù Cristo, primo e principale fattore dello sviluppo integrale dei popoli e della pace» (n. 3, pp. 7-8).

2. IL «NUOVO ANNUNCIO DI GESÙ CRISTO» È PRIMO E PRINCIPALE FATTORE DELLA PACE (CF N. 3, P. 8): UNA NUOVA EVANGELIZZAZIONE DEL SOCIALE
Il Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2013 è in perfetta continuità con il Sinodo dell’ottobre scorso 2012, avente per tema quello della nuova evangelizzazione. La pace, e l’educazione ad essa, dipendono primariamente – anche se non esclusivamente – da una nuova evangelizzazione (cf n. 6, p. 15). Tramite essa si rende possibile, all’interno di un processo di conversione, l’incontro o il reincontro delle persone con Gesù Cristo, salvatore e redentore. Dalla comunione degli uomini con Dio – resa possibile dall’incarnazione di Gesù Cristo e dalla fede in Lui – derivano: una nuova visione dei rapporti tra persone e istituzioni, un nuova morale, nuove culture, nuove scale di beni-valori, nuove scelte, nuovi atteggiamenti e stili di vita, nuovi umanesimi. Vengono, così, capovolti gli assunti teoricopratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di dominio e di sfruttamento. Una più profonda comunione dell’uomo con Dio, propiziata da una nuova evangelizzazione, in un contesto che tende ad emarginarLo o ad essere indifferente nei suoi confronti, abilita ad essere operatori di pace secondo Dio e, in particolare, a farsi portatori di un nuovo modello di sviluppo e, per conseguenza, di un concetto di bene comune più completo e più aperto alla trascendenza.

Ad una visione di sviluppo integrale, solidale e sostenibile, come anche ad un concetto adeguato di bene comune si accede, infatti, sulla base di quella scala di beni-valori che solo il riferimento ultimo a Dio consente di strutturare. Una nuova evangelizzazione consente di pervenire così ad una nuova evangelizzazione del sociale, secondo la quale per raggiungere il traguardo del compimento umano non è sufficiente avere a disposizione, come meritoriamente sottolineano pensatori contemporanei come Amartya Sen e Ralf Dahrendorf, «molti mezzi e molte opportunità di scelta, pur apprezzabili». «Tanto i molteplici beni funzionali allo sviluppo, quanto le opportunità di scelta devono essere usati secondo la prospettiva di una vita buona, di una condotta retta che riconosca il primato della dimensione spirituale e l’appello alla realizzazione del bene comune. In caso contrario, essi perdono la loro giusta valenza, finendo per assurgere a nuovi idoli» (n. 5, p. 12). In definitiva, una nuova evangelizzazione implica una nuova evangelizzazione del sociale che consente di detronizzare le nuove ideologie del consumismo, del mercantilismo e della tecnocrazia. «Evangelizzazione del sociale» non significa annientare l’autonomia delle realtà terrene. Vuol dire, piuttosto, accoglierla, potenziarla, umanizzando e liberando dal male tali realtà, per quanto possibile, secondo il disegno di Dio. Non riconoscerlo sarebbe ignorare le conseguenze dell’opera di redenzione integrale del Salvatore. Il primo atto di giustizia che si deve compiere da parte della Chiesa, in vista della realizzazione della pace, è l’annuncio di Gesù Cristo a tutti.

3. LA PACE È REALIZZAZIONE DEL DESIDERIO INNATO DI UNA «VITA IN PIENEZZA»: LA DIMENSIONE PROGETTUALE E «POLITICA» DEL MESSAGGIO
Il Messaggio di Benedetto XVI è, come già accennato, anche in continuità con il precedente magistero sociale, espresso nei Radiomessaggi, nelle encicliche, nel Concilio Vaticano II, da Pio XII ad oggi. La pace è strettamente congiunta con lo sviluppo plenario di ogni uomo e di ogni popolo. È realizzazione del desiderio innato di una vita in pienezza. Concerne tutto l’uomo e ne implica il coinvolgimento nel suo essere globale. Pertanto: via di realizzazione della pace, e del bene comune, è il rispetto e la promozione della vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo sorgere, dal suo svilupparsi sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono coloro che amano e servono la vita umana nella sua integralità, in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria, trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita considerata nella sua interezza. Tra i principali operatori di pace vi è la comunità politica. Dall’epoca moderna ad oggi, – come sottolineò per tempo Giovanni XXIII adottando espressioni «laiche », giustificabili sul piano della ragione naturale –, l’attuazione del bene comune e della pace, in vista del conseguimento di una vita in pienezza, ha trovato la sua indicazione di fondo nei diritti e doveri dell’uomo. Le comunità politiche sono chiamate, per conseguenza, a riconoscere, tutelare, promuovere tali diritti e doveri, considerandoli come un insieme unitario ed indivisibile – corrispondentemente alla totalità della persona, al volume intero del suo essere – non decurtandolo di parti essenziali. Sulla base di queste premesse antropologiche e giuridiche, il Messaggio evidenzia alcune gravi lacune ed incongruità nell’azione contemporanea delle attuali comunità politiche. Le comunità che, mediante ad esempio la liberalizzazione dell’aborto, attentano alla vita dei più deboli, e cioè dei nascituri, non appaiono dotate di una salda tenuta morale. La loro etica è discontinua nei confronti dell’interezza e della complessità della vita umana. Come a dire: i veri operatori di pace – cittadini e comunità politiche – sono chiamati a difendere e a promuovere non solo alcuni diritti – come, ad esempio, il diritto allo sviluppo integrale, sostenibile; il diritto alla pace, all’acqua potabile, al lavoro – ma anche il diritto primario alla vita, il diritto alla libertà religiosa, all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia (cf n. 4, p. 10)4. Il Messaggio di Benedetto XVI è invito ad essere operatori di pace a trecentosessanta gradi, tutelando ed implementando tutti i diritti e doveri dell’uomo e delle comunità. Ciò equivale anche ad un appello per tutte le forze politiche, indipendentemente dal loro schieramento, a formare un fronte trasversale, che unifica credenti e non credenti, uomini di buona volontà, nell’impegno dello sviluppo integrale e della connessa pace, nonché del bene comune della famiglia umana. Sintomatico di questo modo di sentire e di vedere del pontefice è il passaggio in cui egli, in un contesto di recessione economica – provocata anche dalla crisi finanziaria iniziata nel 2007 –, polemizzando con le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia secondo le quali sarebbe possibile lo sviluppo senza il progresso sociale e democratico, invita a non abbattere lo Stato sociale e democratico e, in particolare, a non erodere i diritti sociali, tra i quali soprattutto il diritto al lavoro.

scuola-di-pace04Questo non può essere considerato una mera variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari. Il lavoro è un bene fondamentale per la persona, per la sua socializzazione, per la formazione di una famiglia, per contribuire al bene comune e alla realizzazione della pace. Ad un tale bene corrispondono un dovere e un diritto che esigono coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti. Senza la difesa e la promozione dei diritti sociali – lo insegnavano già liberali, comunisti, socialisti e cattolici nel secolo scorso – non si realizzano adeguatamente i diritti civili e politici (cf n. 4, p. 11). La stessa democrazia sostanziale, sociale e partecipativa sarebbe messa a repentaglio. In breve, il Messaggio è per la crescita di una famiglia umana che non sia divisa tra gruppi e popoli a favore della vita e gruppi e popoli che militano, invece, per la pace, senza tuttavia un’uguale «passione » per la difesa della vita umana, dal suo sbocciare al suo tramonto. La pace e il bene comune si perseguono comunitariamente, realizzando il bene pieno di ogni essere umano, di ogni popolo.

Rispetto ad un tale obiettivo universale è fondamentale, secondo Benedetto XVI, che non si giunga a codificare «in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita» (n. 4, p. 9). Il pontefice fa qui riferimento al cosiddetto «diritto alla salute riproduttiva» che maschera il presunto «diritto all’aborto» e al cosiddetto «diritto di morire con dignità», che vorrebbe introdurre il diritto all’eutanasia.

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