Il Cantico

sfranjpegNella Cappella della Pro Civitate Christiana venerdì 8 novembre è iniziato in preghiera il Capitolo delle Fonti per riportare al nostro cuore il messaggio di S. Francesco sulle orme di Papa Francesco, pellegrino ai luoghi dove S. Francesco ha maturato quella pienezza di umanità che testimonia anche oggi la bellezza di una vita tutta volta a coltivare in se l’immagine e la similitudine di Dio, per essere specchio della sua misericordia ed essere così custode dell’eccelsa dignità di ogni uomo e dell’intero creato. P. Lorenzo Di Giuseppe ci ha in questo modo guidati a cogliere l’esemplarità più alta delle parole espresse dal Papa sul custodire: “Custodiamo Cristo nella nostra vita per custodire gli altri, per custodire il creato”.
La giornata di sabato ha preso avvio alla Basilica di S. Francesco con la S. Messa, concelebrata da P. Di Giuseppe e da P. Martin Carbajo, e con la preghiera alla Tomba del Santo, per chiedere la grazia di poter accogliere la sua eredità da rendere feconda in questo nostro tempo, in cui l’uomo sperimenta un’aridità mortale e ha bisogno più che mai di abbeverarsi alle fonti dello spirito.

Il Convegno presso la Cittadella si è aperto con l’introduzione di Argia Passoni: “Il Capitolo delle Fonti ci ricorda che anche noi facciamo parte di questa umanità bisognosa di acqua viva per poter andare coraggiosamente contro corrente ed umanizzare gli spazi della convivenza umana. La fonte a cui attingiamo è l’esperienza evangelica di S. Francesco, sposo di madonna povertà, cantore del creato, in Cristo fratello di ogni uomo. È qui la perenne attualità di frate Francesco. Che cosa è più invocato dal mondo intero che la cultura del cantico per ritrovare un nuovo rapporto con il creato? Che cos’è più bramato della cultura dell’abbraccio e della fraternità incarnata da S. Francesco? E di cosa ha più bisogno l’uomo d’oggi se non di ricomprendersi in quella povertà creaturale che tutto rimanda al Creatore? Povertà, fraternità, amore al creato si intrecciano profondamente in quella rigenerazione indispensabile per custodire l’umano e tutta la creazione, messi a rischio oggi più che mai dalla concezione individualistica della vita e della idolatria del profitto e del consumo che tutto pervade e mercifica. A questo nodo cruciale, culla di quella cultura dello scarto che esclude tanta parte dell’umanità erodendo inesorabilmente risorse di ambiente e di futuro, vogliamo portare l’attenzione col nostro convegno alla luce di quel custodire che è vocazione fondamentale dell’umanità e che ci ricorda il dato d’essere costitutivo dell’uomo e del creato: il dato costitutivo del dono. Come potremo infatti abbattere la logica dell’accaparramento, dello sfruttamento, della manipolazione con le sue sempre nuove schiavitù, senza rifarci al dato originario della creazione voluta per amore? Il custodire implica il riconoscere il dono del creato e il riconoscere noi stessi come dono, riconoscerci nel creato con un compito specifico: accogliere il dono affidato alle nostre mani e risponderne. Parlare di custodia del creato come stile di vita non è questione di qualche buona pratica, ci chiede un cambiamento profondo, un processo di conversione continua: si tratta di imparare ad abitare la terra secondo l’etica del dono. Passare dalla cultura dello scarto alla fraternità ci urge ad uscire dalla dissipazione, dalla rassegnazione, dalla indifferenza complice per amministrare sapientemente il dono e restituire la prospettiva della gratuità fontale ad ogni ambito del vivere per rendere possibile un nuovo ethos sociale. Senza la logica del dono infatti non può esserci autentico ethos sociale, non può esserci civiltà …”.

La prima relazione “Basi francescane per custodire nella logica del dono”, magistralmente proposta da p. Martìn Carbajo Núñez (Rettore della Pontificia Università dell’Antonianum), ha avvicinato alla straordinaria ricchezza delle fonti del pensiero francescano, in particolare attraverso la profonda teologia di Duns Scoto (per i contenuti si rimanda all’ampia sintesi della relazione, pubblicata a seguire). Approfondendo il nesso fondamentale tra il custodire e il dono, è emersa l’ampiezza del custodire che non è qualcosa di esterno, è un “custodire” e un “custodirsi”: un custodire se stessi, un custodire il prossimo, un custodire il creato, a partire dalla gratuità di Dio che ha pensato e voluto tutta la creazione per amore. Da qui la preziosità della creazione in cui l’uomo ha il compito di rispondere del dono, crescendo nella donazione di sé, nella gratuità, nel rispetto dell’altro e del progetto di Dio, in quel coltivare in sé l’immagine di Dio che è da intendersi in senso relazionale, perché riguarda la nostra capacità di amare. Ed è venuto in presenza con forza come ecologia umana ed ecologia ambientale siano chiamate a camminare insieme per rendere ragione del dato costitutivo del dono e della originaria fraternità tra tutti gli uomini e tutte le creature.

Il passaggio dalla cultura dello scarto alla fraternità è stato affrontato relativamente a due ambiti cruciali: l’ambito economico e l’ambito della custodia dei beni comuni.
La relazione di Sr. Alessandra Smerilli (docente di economia politica presso la Pontificia Università Auxilium e di economia della cooperazione presso l’Università Cattolica) “Dallacitjpegcultura dello scarto alla fraternità: la via dell’economia civile” ha messo in rapporto la prospettiva del dono con l’economia, aspetto nevralgico di questa nostra società dove tutto è sempre più subordinato al mercato. Sr. Alessandra è partita dai paradossi di questo nostro tempo: un anno contro lo spreco ma si continua a sprecare e chi spreca di più sono le famiglie; viviamo in sofisticate metropoli ma non riusciamo a fermare la morte per denutrizione; invece di ingenerare una riflessione seria su un nuovo modello di sviluppo, il degrado relazionale e ambientale è assunto dal mercato stesso per generare nuove dispendiose risposte. Su tutto, la sfera del mercato sempre più invasiva della vita civile e della sfera privata, tanto che si arriva a contrassegnare la relazionalità di questo secolo con la relazionalità di mercato.
La relatrice si è poi soffermata sulle cause prendendo in considerazione il fondatore della scienza economica, Adam Smith: al mercato bastano gli interessi, per tenere insieme la società non c’è bisogno della gratuità che rimane nella vita privata; ci sarà la beneficenza ma fuori dalle righe del bilancio. C’è una responsabilità di emarginazione della gratuità che si accompagna alla responsabilità di emarginazione dei carismi dalla vita pubblica, una responsabilità che ci coinvolge direttamente perché, accanto alla emarginazione programmata, c’è un ritrarsi vero e proprio dei carismi, e questo ci chiama in causa al presente, data la straordinaria incidenza dei carismi nelle radici della civiltà europea, sia ad opera dei benedettini sul versante del lavoro, sia ad opera dei francescani che con la loro teoria del valore hanno posto le basi per quella che oggi chiamiamo economia civile. Come uscire dalla crisi senza occhi nuovi che sappiano recuperare questa forza dei carismi e metterla a servizio per la costruzione della civitas? La gratuità e il dono devono essere il modo in cui si porta avanti tutta la sfera economica. L’economia civile pone al centro la persona, il bene comune, dando valore non solo al profitto ma ai beni relazionali (cf. CV). Senza l’impegno per una rigenerazione dell’economia, l’economia di per sé sarà sempre più “incivile” portando sempre più al di fuori dalla cura del vero bene di ciascun uomo e di tutti gli uomini. A conclusione, l’invito a fare la nostra parte a partire da una educazione seria alla gratuità a cominciare dalla famiglia.

Il Dott. Rosario Lembo (Presidente del Comitato Italiano Contratto mondiale sull’acqua) con la relazione “La custodia dei beni comuni”, dopo aver delineato gli elementi della crisi sistemica che stiamo vivendo e del processo di finanziarizzazione della società (economia e politica subordinate alla finanza), ha posto in evidenza la grande sfida della custodia dei beni comuni, una sfida difficile, non solo necessaria, ma da intraprendere con urgenza. Infatti se i beni comuni sono sottratti alla loro finalità di destinazione universale, è a rischio lo stesso bene comune. È un allarme che dobbiamo sentire coinvolgendoci a responsabilità, anzi imparando la corresponsabilità, per poter fecondare un nuovo pensiero collettivo reinventando i modi per una “custodia” in questo nostro mondo globalizzato. Sono stati annullati i concetti di reciprocità: la mercificazione e la monetizzazione della natura assieme a quella delle relazioni sta arrivando ormai all’ultimo stadio, quello della finanziarizzazione degli stessi beni di creazione, con tutto ciò che questo comporta di esclusione dall’accesso a questi beni.
Occorre ripensare le regole della casa comune e ripristinare il concetto di bene comune legato alla dimensione relazionale. Sentirsi parte della stessa famiglia umana uscendo dall’individualismo corrosivo è determinante: compete alla nostra umanità pensare alla possibilità di vita e di cittadinanza di ogni uomo. I beni comuni sono beni che appartengono all’umanità. È necessaria una ridefinizione di giustizia e di tutela, è necessaria una nuova forma di governo mondiale (la governance non può essere lasciata ai portatori di interessi) per una responsabilità collettiva dei beni comuni. Il loro carattere di insostituibilità, di diritto umano nativo, richiede di porci nella logica della complementarietà, della interdipendenza e della reciprocità, di quel “camminare insieme” a cui ci richiama Papa Francesco per pervenire alla custodia dell’umano.

Nella serata la Veglia di Preghiera nella Basilica di S. Maria degli Angeli, con l’incedere dei Misteri del Rosario e le mille luci della Processione, ci ha fatto meditare sulla esemplarità di Maria riguardo al custodire, “portando Cristo nel proprio cuore e nel proprio corpo per partorirlo” – come ci ricorda S. Francesco – con le opere sante che devono risplendere agli altri in esempio”.

restjpegDomenica mattina 9 novembre la relazione “Stili di vita per un nuovo vivere insieme” della Dott.ssa M. Rosaria Restivo ha proposto la conclusione sotto l’aspetto dell’assunzione di nuovi stili di vita, raccogliendo gli elementi emersi dal continuativo lavoro della Scuola di Pace di questi anni, rivisitati alla luce dell’importante esperienza del Master presso l’Alta Scuola dell’Ambiente dell’Università Cattolica di Brescia, e nella prospettiva appunto del custodire. La crisi che stiamo vivendo, economica e ambientale, ma in senso più ampio antropologica, ci impone di interrogarci, a partire dal dare ascolto al grido della terra per risanarne le ferite. Il Creato è spazio da abitare, è luogo dell’incontro e del dialogo con Dio, con tutti gli uomini e con le creature. È necessario recuperare una dimensione relazionale tra gli uomini e il mondo intorno a noi per essere testimoni della bellezza, della gratuità e della fraternità, in spirito di restituzione di quanto abbiamo ricevuto. Mettersi in cammino verso nuovi stili di vita significa avere occhi nuovi per guardare il creato, le cose e i fratelli. Significa compiere passi per andare: Dallo stupore alla coscienza: Educare lo sguardo allo stupore, per prendere coscienza del dono ricevuto ed imparare ad abitare la terra. Dalla responsabilità alla testimonianza: Rispondere del dono ricevuto ci chiede di convertire i nostri stili di vita per vivere nel mondo non da padroni ma da amministratori, divenendo protagonisti delle nostre scelte per ridurre l’impatto ambientale e muoversi in una direzione di sviluppo sostenibile. Dalla sobrietà al bene comune: Liberare la vita dalla mercificazione ci chiama a prenderci cura del bene comune, ad alimentare nuove prassi di tutela dei beni di creazione per renderne possibile l’accesso ad ogni uomo e ad ogni popolo. Dalla convivenza alla fraternità: Fare della convivenza una convivenza fraterna ci interpella a riparare la casa della convivenza umana, educandoci all’accoglienza, alla generosità e alla gratuità, valorizzando la famiglia come luogo per coltivare l’etica del dono e della convivialità, ripensando le regole della casa comune – il creato – per edificare con perseveranza la pace con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Sempre sapendo che questo percorso è possibile solo in un incessante cammino di conversione, guardando a quel farsi povero di Francesco sulle orme di Cristo che si fa povero per farsi nostro fratello.
Nel consegnare il Messaggio “In cammino per la custodia del creato”, Argia Passoni lo ha affidato idealmente a ciascuno, perché possa diventare vita. Possa essere punto di riferimento per rinnovare il nostro cammino insieme e contribuire a cambiare lo stato delle cose, cominciando a “restituire”, a partire dal nostro quotidiano che in questo modo diventa terreno di riconciliazione a Dio, agli uomini, al creato: possibilità di risanamento, nella consapevolezza che senza alimentare la quotidianità nella logica del dono non si potrà alimentare una nuova condotta sociale che sia alternativa al modo imperante di vivere oggi. Dalla nostra quotidianità, dalla nostra famiglia, dai nostri territori, noi possiamo abbracciare il mondo o essere nella situazione esattamente contraria: distogliere lo sguardo dal mondo e rispondere anche noi come Caino “Sono forse io il custode del mio fratello?”. È qui la nostra responsabilità che è chiamata ad inoltrarsi sempre più sui sentieri della corresponsabilità con tutti coloro che hanno a cuore il vero bene dell’umanità.
Al termine la presidenza ha espresso un ringraziamento per le importanti competenze che si sono espresse al riguardo nell’ambito della Scuola di Pace e dei Capitoli ed in particolare per il Prof. Pierluigi Malavasi (Direttore Asa, Università Cattolica di Brescia) che fin dall’inizio ha accompagnato l’approfondimento orientandolo agli stili di vita e a questo progetto di condivisione.

Il Capitolo si è concluso nella gioia della partecipazione alla Celebrazione Eucaristica nella Basilica di S.Chiara, presieduta da P. Vittorio Viola. In questo luogo della memoria e della custodia più autentica, abbiamo sentito particolarmente risuonare dentro di noi la parola del Vangelo, la parola della Resurrezione, riproposta nell’Omelia di P. Viola. “Noi sappiamo che l’amore è il dono della vita. Ed è la logica del dono che cambia la nostra etica, la nostra morale, il nostro modo di pensare, di relazionarci con le cose, con il creato e tra di noi, creando la fraternità. La fede nella risurrezione che ci fa vivere da risorti, porta una novità già adesso… una parola di risurrezione dentro le nostre esperienze di morte… È qui che il Signore vuole portare la parola nuova della sua risurrezione che ci lancia verso un futuro di eternità, permettendoci di gustare la bellezza del presente, vivendolo fino in fondo con i piedi radicati sulla terra, ben sapendo che questa parola non è semplicemente una vaga consolazione spirituale, ma che diventa modo di pensare, stile di vita, modo di vivere le nostre relazioni, di fare politica, di lavorare, di pensare la nostra società, di usare le cose, tutto dentro questa pienezza di vita che ci viene donata in Gesù Cristo…”.
E nel rendimento di grazie davanti al Crocifisso di S. Damiano, abbiamo invocato il Signore perché ritornando alle nostre Case rimanga impresso in noi quello sguardo, per ricordare sempre che il nostro custodire è possibile solo nella incessante preghiera di Cristo al Padre “li ho custoditi, Padre, nel tuo nome… custodiscili Padre” (Gv. 17, 12-15, cf. FF62).

A cura della Segreteria del Capitolo

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