Il Cantico

Relazione di fr. Martin Carbajo al Capitolo delle Fonti ” Custodia del creato come stile di vita: dalla cultura del creato alla fraternità”.
Assisi, 8-10 novembre 2013

martjpegGiovanni Paolo II ha proclamato Francesco d’Assisi patrono dell’ecologia,i riconoscendone così il suo amore per la natura e la grande influenza che ha avuto in questo ambito. Il messaggio francescano continua ad essere anche oggi un punto di riferimento imprescindibile per quanti mettono in guardia dallo sfruttamento dell’ecosistema.
Il Papa polacco precisava che l’ecologia fisica è inseparabile dall’ecologia umana (CA 38). Infatti, “se manca il senso del valore della persona e della vita umana, ci si disinteressa degli altri e della terra”ii. Pertanto, al momento di parlare della custodia del creato dobbiamo essere attenti alla concezione antropologia che è alla base. In questa linea, Papa Francesco ci ha spiegato l’ampiezza del custodire a cui siamo chiamati:
“È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato S. Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio”! Lo scorso 4 ottobre, qui ad Assisi, Papa Francesco ci ricordava ancora l’importanza di ritrovare le basi sulle quali Francesco d’Assisi e la Tradizione francescana hanno costruito il suo messaggio di pace e di armonia universale.
Diceva il Papa: “La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo S. Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! La pace di S. Francesco è quella di Cristo”. Benedetto XVI aveva già accennato che la logica del dono e l’esperienza della gratuità divina era la chiave di lettura per poter capire la fratellanza universale di cui parla Francesco d’Assisi.
“Il suo essere uomo di pace, di tolleranza, di dialogo, nasce sempre dall’esperienza di Dio-Amore”. Bisogna, pertanto, capire bene le basi filosofiche e teologiche sulle quali i francescani, e più concretamente Duns Scoto, hanno fondato l’appello al custodire nella logica del dono.

1. BASI FRANCESCANE DELLA LOGICA DEL DONO
Duns Scoto è il rappresentante più qualificato della scuola francescana. Questa scuola elabora il cosiddetto “volontarismo”, che si contrappone al freddo intellettualismo delle filosofie moderne. Esse sostengono che il fatto di agire in modo necessario sia un segno della propria perfezione, perché non vengono contemplate altre azioni oltre all’unica adeguata. Cercando una causa o spiegazione razionale a qualsiasi fenomeno, queste filosofie non possono accettare che il cosmo sia stato creato dal nulla, gratuitamente, senza alcun motivo o controprestazione. Aristotele, ad esempio, parla di un “motore immobile”, che può agire soltanto nel modo in cui lo fa e, quindi, non è libero.
La scuola francescana afferma che Dio, Sommo Bene, è un essere completamente libero, creativo e disinteressato: nulla gli viene imposto come necessario o universale, giacché può scegliere tra innumerevoli possibilità. Se ha creato il mondo che conosciamo non è perché fosse il migliore dei mondi possibili, per cui Dio non avrebbe avuto altra scelta; ma, al contrario, il mondo creato è il migliore precisamente perché Dio ha scelto di crearlo così. Tutti gli esseri sono espressione di quella libertà amorosa che va oltre ogni capacità umana di comprensione.
Il bene non è tale per la sua perfetta logica interna, bensì perché Dio lo ha voluto così; giacché Egli lo avrebbe potuto configurare in maniera diversa. L’agire divino, infatti, non è arbitrario, perché niente di quanto fa contraddice la sua natura. La razionalità di tutto quanto Egli chiama all’esistenza è espressione del suo amore. Pertanto, l’autentica libertà si manifesta come capacità di relazione e come apertura alla comunione.
Nel principio non fu la logica né la necessità, ma la volontà amorosa, libera e gratuita di Dio; pertanto, la verità è inseparabile dalla bontà. Il Bene ha il primato sul Vero. Infatti, Benedetto XVI, che ha fatto la sua tesi di abilitazione all’insegnamento su Bonaventura, ha intitolato la sua ultima enciclica “Caritas in Veritate”, invece di usare l’espressione paolina “veritas in caritate” (Ef 4,15).
In questa linea, i francescani affermano che se il mondo esiste non è perché sia razionalmente necessario, ma semplicemente per amore. Tutto è radicalmente contingente, ma allo stesso tempo è prezioso, perché amato.

1.1. Amore in assoluta libertà
Mettendo al primo posto la volontà (volontarismo), i francescani non aprono la strada al comportamento irrazionale. Scoto, infatti, afferma che la volontà è naturalmente inclinata a seguire le indicazioni della retta ragione ed è capace di autocontrollo e di autodisciplina, cosa che non può dirsi dell’intelletto. L’agire di Dio, infatti, non è capriccioso, perché niente di quanto fa contraddice la sua natura. Prima di tutto, Dio è.
Affermando la totale libertà divina, Scoto nega che Dio debba scegliere necessariamente quello che, secondo i nostri parametri razionali, sarebbe l’opzione più adeguata. Dio agisce ordinatamente, in completa armonia con la sua bontà e senza essere condizionato da altri fattori esterni a se stesso. Dio è sussistente, mai condizionato da qualsiasi altro ente, completamente libero e comunicativo. Non è la coerenza logica ciò che spiega il suo agire, ma l’amore.
La libertà divina è il paradigma interpretativo della realtà. Tutto quanto esiste potrebbe essere stato creato in modo diverso senza perdere la propria coerenza interna. All’inizio c’è la volontà libera di Dio, il che non impedisce la razionalità susseguente di tutto quanto egli chiama all’esistenza. L’unico essere necessario è Dio, tutto il resto è contingente, perché tutto è frutto della sua bontà e libertà.
Essendo Dio assolutamente libero, niente gli viene imposto come necessario ed universale. Il bene non è tale per la sua perfetta logica interna, bensì perché Dio lo ha voluto così, quando l’avrebbe potuto configurare in modo diverso. Dio non ama il Bene perché sia Bene, ma piuttosto il contrario: il Bene è tale perché Dio lo ama. Egli non è solo libero di creare, ma anche di scegliere la costituzione e la logica interna di ognuna delle sue creature.
La libertà divina si riflette negli esseri umani, creati ad immagine di Cristo e, pertanto, anche loro liberi e creativi, capaci di rispondere positivamente all’Amore divino (“condiligentes”) entro i limiti della propria creaturalità. Il peccato ha oscurato la nostra somiglianza con il Dio trinitario, ma non ha annullato la natura umana, creata per la glorificazione di Dio, cioè per il dialogo e la donazione di se stessa per amore. L’uomo, infatti, è capace dell’amor amicitiae, generoso, disinteressato, tipico della visione beatifica. Si supera così il pessimismo antropologico di quelli che considerano l’uomo incapace di altruismo. L’attività divina ad extra è sempre frutto dell’amore ed orientata all’amore. Creando, Dio manifesta la sua bontà infinita, fa spazio al diverso da sé, rinuncia ad essere l’unico esistente. Crea perché ama e, inoltre, predispone affinché tutti possano amarlo liberamente.

1.2. Gesù Cristo, il perfetto interlocutore di Dio
L’attività divina ad extra è espressione coerente ed ordinata del suo essere. Il Dio trinitario, comunità di persone, decise a creare il diverso da sé, predestinandolo a condividere il suo amore. Tra tutti i possibili coamatori, Dio crea Cristo come l’interlocutore perfetto, colui che può rispondergli con lo stesso amore infinito con cui Dio ama. L’unione ipostatica delle due nature, umana e divina, nella persona di Cristo evidenzia che egli è l’essere più prossimo all’amore divino, colui che meglio può rispondergli, il più vicino alla propria finalità essenziale.
Essendo l’opera più perfetta di Dio, Cristo è anche il sommo bene per tutti gli altri esseri. Egli è il mediatore universale, il centro di tutta l’attività amorosa di Dio ad extra, il punto di incontro tra divinità e umanità. In lui, con lui e per lui, gli angeli, gli uomini e tutte le cose sono stati pensati e creati. Sia l’ordine naturale che quello soprannaturale trovano in lui il proprio senso. Maria immacolata sarà la prima beneficiaria della sua mediazione e, con Maria, tutti siamo stati fatti figli nel Figlio.

2. CUSTODIRE SE STESSO PER POTER AVER CURA DELL’ALTRO
Creato ad immagine del Verbo e predestinato al dialogo trinitario, l’essere umano è intrinsecamente sociale. La comunicazione e il dialogo non sono un optional, bensì espressione necessaria della sua natura. Il peccato, invece, è rinunciare alla relazione, nascondersi dietro la bugia, scivolare verso l’inferno dell’isolamento egoista.

2.1. La persona, “ultima solitudo” e apertura relazionale
L’unico essere necessario è Dio stesso; tutti gli altri sono contingenti, cioè, esistono perché Egli li ha voluti, gratuitamente, senza che ci sia alcuna ragione perché così fosse. La creazione è un atto di amore immeritato, completamente libero.
Dio è l’essere personale per eccellenza e, in Cristo, rende l’uomo partecipe di questa qualità. L’essere umano è una persona grazie alla relazione che Dio ha stabilito gratuitamente con lui nel concreto divenire della storia. Conseguentemente, l’essere umano diventa più se stesso quando si apre fiduciosamente all’Altro e agli altri.
Scoto denomina “ultima solitudo” alla struttura ontica della persona umana. Mentre Boezio affermava che la razionalità è la caratteristica più specificamente umana (“naturae rationalis individua substantia”), Scoto preferisce la definizione di persona di Riccardo di San Vittore: “esistenza incomunicabile di natura intellettuale”, perché gli permette di evidenziare l’unità della natura umana – anima e corpo – e la sua apertura alla relazione. Insistendo sull’esistenza, Scoto evita il solipsismo sostanzialista; affermando l’incomunicabilità, accenna la sua unicità ed individualità irripetibile.
Nemmeno il soggetto è capace di cogliere, in tutta la sua ricchezza, il proprio mistero personale. Questa incomunicabilità del nucleo umano più intimo mette in evidenza che l’uomo ha la capacità e anche la necessità di essere se stesso, radicalmente autonomo, senza manipolazioni né ingerenze esterne. Allo stesso tempo, il fatto di avere un’intimità protetta e incomunicabile, rende la persona libera e aperta all’incontro rispettoso con gli altri. Infatti, il sentirsi trasparente è uno dei sintomi più insopportabili di certi tipi di schizofrenia.
Nessuno deve considerare l’altro come un semplice oggetto da conoscere e controllare. In realtà, solo colui che si incontra serenamente con se stesso, in autenticità, è capace di aprirsi senza paure alla relazione rispettosa e dialogale. Costui non impone, propone; non conosce, riconosce.

2.2. Liberi per amare
L’amore verso se stesso ( “affectio commodi”) e l’amore verso il bene (“affectio iustitiae”) sono in Dio identici, mentre l’essere umano deve sforzarsi per poterli integrare armonicamente, contando sempre sull’aiuto imprescindibile della grazia divina. Scoto evita così il soggettivismo di quelli che identificano il bene morale con il sentimento, l’intuizione o il semplice consenso sociale.
Siamo frutto dell’amore libero e gratuito di Dio, e dunque siamo anche noi chiamati ad amare tutti quanti nella libertà e nella gratuità. Tutto ciò che siamo e facciamo deve essere espressione della nostra risposta amorosa a Dio. Amarlo è l’unico atto buono in se stesso e, pertanto, irrinunciabile. Maria è il nostro modello, con il suo modo di collaborare liberamente all’opera di Dio.scotojpeg

2.3. Il peccato, chiusura su di sé
La cinica domanda di Caino, “sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gn 4,9), sta alla base di ogni tipo di immoralità. Quella domanda si ripete oggi, in forme diverse, per giustificare l’irresponsabilità e il disinteresse verso le necessità altrui.
Dio ha creato liberamente l’essere umano e gratuitamente lo ha destinato, in Cristo, a partecipare alla vita trinitaria. Siamo frutto dell’Amore ed ad esso siamo destinati. Perciò il peccato significa agire contro la nostra natura, rinunciando liberamente e consapevolmente all’amicizia che Dio ci offre.
Se tutto è frutto dell’Amore, la vita morale sarà una risposta amorosa, libera e dialogica al Dio trinitario che vive nella comunità. In questo modo si supera sia il fondamentalismo legalista, che poggia sull’obbligo e il timore, sia il relativismo di quelli che dissociano la libertà dalla razionalità.
La risposta all’amore divino deve coinvolgere tutto il nostro essere (ragione, sentimento e volontà), cioè anche noi dobbiamo amare ordinatamente. La mortificazione e il sacrificio non intendono annullare o soggiogare una parte di noi stessi, ma piuttosto renderci sempre più liberi per amare. La rettitudine morale è anche gioia, piacere profondo, beatitudine. Scoto rifiuta lo gnosticismo di quelli che identificano il peccato con l’errore, in modo che solo l’illuminato sarebbe capace di resistere alle suggestioni del male. Prima della verità e della logica, Scoto accentua la libertà e l’amore. Infatti, la moralità dell’atto umano non si focalizza nel sapere cosa fare, ma piuttosto nel modo di realizzare ciò che è stato percepito come buono. Non si tratta tanto di amare le cose giuste, ma soprattutto di amare in modo giusto le cose.
“Le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte”. Tutto è uscito buono dalle mani divine e quindi tutto è degno di essere amato per se stesso, ma niente deve ostacolare il nostro amore verso Dio, l’unico vero assoluto. In ogni creatura, il contemplativo scopre e venera la presenza del Creatore.
Scoto afferma la libertà umana, al di sopra di qualsiasi necessitarismo o automatismo di tipo magico. Il male morale non è la rottura inconsapevole di un rigido ordine cosmico né la cecità dei “non-illuminati”. Perciò, Scoto evidenzia che il peccato originale appartiene all’ordine morale, non al fisico; contraddicendo così quelli che lo legavano a un contagio trasmesso attraverso la carne infetta dalla concupiscenza. Respinge dunque qualunque identificazione del peccato – originale e personale – con un meccanismo magico o automatico, mentre riafferma il suo carattere morale e relazionale.
Il peccato personale è rottura del dialogo, rinuncia cosciente ad amare l’Amore. Così facendo, la creatura contraddice il giudizio della retta ragione e si dirige verso la morte dell’isolamento egoista.
L’Incarnazione non è stata determinata dal peccato, perché ciò significherebbe che l’opera somma di Dio sarebbe in funzione dell’errore umano e quindi non si sarebbe mai avverata se l’uomo non avesse peccato. Dio non è costretto a star sempre riparando il danno che il peccato causa nell’ordine della giustizia. Egli agisce liberamente, in base alla logica dell’amore, e perciò vuole che raggiungiamo il nostro vero scopo. L’amore prevale sulla giustizia. Comunque, l’amore di Dio non poteva rimanere indifferente davanti alla cecità dell’uomo che, nella propria infedeltà, si dirigeva verso la morte; perciò la donazione di Cristo fino alla morte in croce.

3. CUSTODIRE IL PROSSIMO
Di fronte alla guerra di interessi e alle relazioni concorrenziali dell’io dominatore, la concezione antropologica francescana ed scotista mette le basi per poter stabilire relazioni pienamente umane, vissute nella libertà e nella gratuità.

3.1. Ogni essere umano è degno di essere amato
In Cristo, tutti gli esseri umani, cominciando da Maria, sono stati predestinati ad un eterno dialogo amoroso con Dio. Questa predestinazione non è condizionamento schiavizzante, bensì libertà per amare. Nella sua infinita bontà, Dio vuole che le creature razionali raggiungano, in Cristo, la loro meta finale, cioè, la comunione con Dio. Attuando questa beatitudine, la persona realizza pienamente la propria natura, creata per l’amore. La riprovazione, invece, è frutto del cattivo uso della libertà.
Il fatto di essere imago Dei non deve intendersi solo in senso statico – per avere una comune natura razionale (res cogitans) –, bensì soprattutto in senso relazionale: per la capacità di amare e di donarsi in libertà. Anche le persone divine sono dinamiche, in continua relazione. Creato ad immagine del Verbo incarnato, l’uomo è pronto per il dialogo libero ed affettuoso con Dio e con tutti gli esseri. La bontà dell’essere – di tutti gli esseri – porta alla gratuità del dono.
Per i francescani, la persona umana è intrinsecamente sociale, perché è stata creata ad immagine del Dio trinitario, che è comunione nella pluralità, fonte di ogni unità e di ogni differenza. L’uomo nasce già libero e sociale. La sua dignità e socievolezza sono anteriori all’evoluzione e alla storia. Il suo valore non dipende dal mio pensiero, bensì da Dio, sommo Bene, che da sempre lo ha pensato ed amato.
Tutti gli esseri esistono e sono degni non perché io li penso o li considero, ma perché Dio li ha amati in assoluta libertà e gratuità. Il peccato ha frammentato l’uomo interiormente, ma non ha annullato la sua capacità di amare, di trascendere il proprio egoismo con l’aiuto della grazia. Pertanto, il dominio dispotico dell’io pensante, che configura tutta la realtà a partire da se stesso, si trasforma in accoglienza gratuita ed affettuosa di ogni essere.

3.2. Relazioni gratuite, disinteressate
Nel paradigma scotista della libertà, risulta urgente la risposta generosa a Dio e l’incontro rispettoso, disinteressato, con l’altro e con tutto il creato. L’ospitalità assoluta verso tutti gli esseri non sarà per il beneficio che ci possono dare, ma piuttosto perché tutti sono frutto dell’amore divino e, pertanto, buoni in se stessi. Quanto più debole e fragile si mostri la vita (embrione, malattia, vecchiaia), più si appella alla nostra responsabilità, perché Dio ha voluto mostrare la sua grandezza nella debolezza. L’essere umano è sempre un mistero per me, perché il suo esistere non dipende da leggi intrinseche alla sua persona, bensì dalla volontà di qualcuno che mi trascende. Pertanto, mi sento spinto ad andare al suo incontro ed a rispettare la sua alterità senza prepotenza, senza la pretesa di dominarlo, perché la sua esistenza non si deve a me. Egli era già un tu molto prima che qualcuno entrasse in rapporto con lui, perché da sempre Dio lo ha trattato ed amato come tale. Pertanto, l’essere umano ha una dignità personale che è previa a qualunque contatto con i suoi simili. Dio gli ha concesso questo status di persona che rende possibile l’incontro autentico ed ugualitario con gli altri.

4. CUSTODIRE IL CREATO NELLA LOGICA DEL DONO
Nella prospettiva di Scoto, tutte le creature sono sorelle, degne di essere amate per se stesse, perché sono frutto dell’amore divino che crea e sostiene. La lode, l’ammirazione e la gratitudine sostituiscono qualunque tentativo di appropriazione o di dominio. Questo non vuol dire che siano intoccabili e che non possano essere migliorate. La creazione non è qualcosa di statico e immutabile, bensì proiezione, apertura, regno della libertà. L’uomo è chiamato a sviluppare le potenzialità di tutto il creato, ma sempre in conformità con il piano divino.

4.1. Il mondo, espressione di bontà
creatojpegDio crea gratuitamente e si rallegra con la creazione. L’atto creativo non è frutto della necessità, perché Dio sempre opera liberamente. Il mondo non è espressione di potenza, ma di bontà, è un dono. Ogni creatura è una manifestazione dell’amore divino che supera la nostra capacità di raziocinio, senza smettere per ciò di essere comprensibile e logica in se stessa. Dio avrebbe potuto creare altri esseri migliori o più perfetti in se stessi, ma dal momento che decide di crearne uno concreto, esso si trasforma obiettivamente nel migliore possibile, per il fatto stesso di essere stato scelto e voluto gratuitamente da Dio. Di fatto, Egli non smetterà mai di voler bene a ciò che ha creato.
Questa spiegazione dell’atto creativo non va contro la ragione, non denota un comportamento capriccioso, non ostacola la formulazione razionale, ma mostra invece una libertà divina che supera la nostra capacità di comprensione. Tutti gli esseri sono espressione dell’amore gratuito, libero, incommensurabile del Creatore.
La natura non è inospitale, ostile, qualcosa che l’uomo deve sottomettere, bensì una casa, uno spazio accogliente. Duns Scoto difende l’univocità mentale (non solo analogica) tra gli esseri di questo mondo e lo stesso Dio. Soltanto il contemplativo può percepire chiaramente la dignità e la bellezza globale dell’universo e così scoprire in esso la presenza divina.
Scoto afferma la singolarità unica ed irripetibile di ogni essere, scelto da Dio tra tutti gli esseri possibili. In questa ontologia del concreto, la differenza non è deficienza né imperfezione, la dimensione individuale prevale su quella universale e, pertanto, è più perfetta la conoscenza del concreto. L’intendimento umano è predisposto ad apprendere intuitivamente questa singolarità, benché nella situazione attuale lo faccia normalmente a partire dalla conoscenza universale. Scoto contraddice così la filosofia greca, che sosteneva la superiorità della conoscenza astrattiva, che sarebbe precedente e necessaria per poter arrivare a comprendere ognuno degli esseri concreti.
La concezione filosofica di Scoto rinforza l’autonomia delle creature. Niente è superficiale o accessorio, perché Dio tutto conosce e tutto ama nella concreta singolarità. Questo può applicarsi al dialogo in quanto atteggiamento fondamentale dell’essere umano. Dialogare è riconoscere la ricchezza della diversità, rispettarla e, contemporaneamente, cercare punti di incontro e di intendimento. Dalla prospettiva scotista, si può affermare che la perfezione non si ottiene allontanandosi dalla materia e dal proprio corpo, per ottenere il pensiero puro e lo spirito imperturbabile, bensì assumendo e coordinando tutto quanto siamo. La professione della povertà non deve essere capita come allontanamento manicheo dalla realtà, bensì come libertà interiore per poter amare le persone e le cose, senza l’affanno di dominarli o possederli. L’unico assoluto è Dio, pertanto l’uomo non può lasciarsi acchiappare dalle cose, ma neanche può disprezzarle né utilizzarle arbitrariamente.
Il tempo messianico, già presente in mezzo a noi, ma non ancora arrivato alla sua pienezza, ci obbliga ad essere pellegrini (homo viator), che non si fermano ad ascoltare i canti di sirena, ma continuano a camminare, con gli occhi fissi in Dio, sommo bene e meta definitiva.

4.2. Dignità e valore di ogni creatura
Nella visione di Scoto, la contemplazione e l’ascolto rimpiazzano il dominio dispotico. La creazione ha un valore in se stessa che è previo ed indipendente dall’utilità che ne possiamo ricavare. Se l’essere umano è degno perché amato, anche gli altri esseri inanimati trovano in Dio il valore che non meritano da sé. La contingenza di tutti gli esseri creati non impedisce la loro dignità, perché essa poggia sulla bontà di Dio. Anch’essi sono frutto dell’amore divino e, pertanto, meritano rispetto, indipendentemente dall’utilità che l’uomo possa ottenere da loro.
Ognuna delle creature è stata chiamata da Dio all’esistenza, ordinata in un “cosmo” ed orientata verso la nuova creazione. L’uomo è invitato a collaborare alla realizzazione di questo piano divino, aiutando la natura a sviluppare le sue potenzialità, ma deve farlo con responsabilità. L’amore si traduce nel volere che l’altro diventi sempre più se stesso, secondo la logica del suo proprio essere, pertanto l’essere umano deve rispettare l’entità di tutto quanto esiste. L’io autosufficiente della filosofia occidentale riduce la creazione a pura materia neutra che l’uomo deve trasformare in qualcosa di utile e positivo. La Bibbia, invece, afferma che la natura è ricca in se stessa, una benedizione piena di potenzialità e di vita: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”.
Scoto difende la dignità e la libertà metafisica dell’individuo, che è unico ed irripetibile. La differenza individuale (“haecceitas”) è una caratteristica ontologica positiva che imita l’infinita individualità divina. Grazie ad essa, ognuno degli esseri è unico, indipendentemente dalla natura che condivida con il suo genere o specie. La bontà e singolarità di ognuno degli esseri sorge dal fatto che tutti sono frutto della volontà libera ed amorosa di Dio. Tutti siamo intimamente relazionati nella carità, perché facciamo parte di un unico progetto di amore, ognuno con la sua propria dignità ed il suo obiettivo specifico. L’alterità è parte intrinseca dell’essere umano. Siamo chiamati a contemplare, meravigliati, il mistero del mondo e ad amministrare responsabilmente tutto quanto Dio ci ha affidato.In questa prospettiva, la mentalità utilitarista lascia il posto al dialogo e all’ascolto. Le cose non sono oggetti che possiamo usare capricciosamente, secondo la necessità del momento. Neanche sono gradini che possiamo utilizzare per avvicinarci a Dio lasciandole sotto i nostri piedi. Il cristiano non utilizza la natura come signore dispotico e nemmeno si lascia acchiappare da essa. Situandosi in mezzo a tutti gli esseri, il francescano si sente fratello, affettuosamente, perché in tutto scopre la presenza del Verbo incarnato. Più che proiettare sulla natura i propri sentimenti, egli ascolta, accoglie e si unisce alla sinfonia di tutto il cosmo.

4.3. Fino a che, in Cristo, tutti siamo uno nell’Amore
Il dialogo amoroso di Dio si canalizza attraverso Cristo, unico mediatore universale. La creazione intera gravita intorno a lui ed in lui ritrova unità e senso. Tutti gli esseri tendono a Dio in Cristo, il Verbo fatto carne. Come se di una piramide perfetta si trattasse, Cristo è il vertice, il punto focale di tutto il creato, colui che tutto ricapitolerà in sé per presentarlo al Padre come offerta di amore. Quel punto omega non sarà la fine della storia amorosa tra Dio e l’umanità.
L’accento di Scoto sul valore del singolare dovrebbe aiutarci ad apprezzare la diversità di razze, culture e religioni come una ricchezza che Dio ci regala affinché, insieme ed in assoluta ospitalità, facciamo il più bel mosaico in suo onore. Dovrebbe spingerci pure ad una maggiore stima verso la natura. Tutti gli esseri, fino al più irrilevante, riflettono la Trinità e, pertanto, hanno una dignità che deve essere rispettata. Essi contano sull’uomo per poter articolare la lode al Creatore e sviluppare le loro potenzialità. Uniti ad essi, anche noi facciamo l’itinerario verso Dio. Perciò, mentre camminiamo uniti a tutto il creato, aspettando la salvezza definitiva, ci impegniamo ad anticipare l’arrivo dei cieli nuovi e della terra nuova.
La felicità dei Beati non si limiterà a “vedere Dio”, cioè ad un atto soggetto-oggetto del nostro intendimento, ma piuttosto sarà una “fruizione del Sommo Bene”, cioè unirsi a Lui con un atto di volontà. L’amore non passa mai. Quando Cristo presenterà tutte le cose al Padre, scopriremo la pienezza di senso di quel dialogo amoroso già iniziato nel tempo e che mai avrà fine.

CONCLUSIONE
La sovrabbondanza di mezzi tecnici e le crescenti opportunità di incontro personale non bastano da sole a garantire un mondo sereno, pacifico e solidale. È certo che le possibilità di comunicazione tra paesi e culture si sono molto sviluppate, ma persiste ancora la chiusura di fronte all’Altro e agli altri, la lotta di interessi, il ripiegarsi intimistico. A tutto ciò bisogna ancora aggiungere i pericoli di distruzione globale, il terrorismo e l’inquinamento dell’ecosistema.
Questa mentalità autosufficiente e concorrenziale blocca il dialogo ed ostacola l’altruismo. Essa riflette una concezione negativa della natura umana, che è considerata sempre portata all’egoismo. Per evitare mali maggiori, si cerca di canalizzare la “inevitabile” guerra di interessi, l’individualismo feroce e la legge del più forte. In questo contesto di reciproca sfiducia, si propone l’homo oeconomicus e l’idolatria del mercato come unico orizzonte logico e attuabile dell’attività umana.
Di fronte a questa visione negativa, Scoto propone un’antropologia basata sulla gratuità ed aperta alla trascendenza. Siamo degni perché amati. Il nostro valore è indipendente dall’efficienza e dall’utilità. Anche la creazione ha un valore in sé, indipendentemente dell’uomo.
L’essere umano è immagine perenne del Dio che è Amore e, pertanto, è chiamato all’altruismo e alla solidarietà. Se l’egoismo non è inevitabile, non c’è necessità di costruire un sistema sociale centrato sulla guerra di interessi. Invece di pensare soltanto a costruire barriere, possiamo piuttosto potenziare la nostra innata capacità di dialogo e autodonazione. Con queste premesse, l’individuo può riconoscersi creatura amata da Dio, accettare serenamente il proprio limite ed iniziare un dialogo sincero ed arricchente con gli altri. Se l’essere è un dono, le relazioni puramente commerciali ed utilitaristiche dell’homo oeconomicus devono essere subordinate alla gratuità, alla contemplazione, all’ospitalità, alla festa, al senso ludico, all’arte, allo stare insieme, al condividere gioioso e disinteressato.

fr. Martin Carbajo Nùñez,Ofm
Rettore della Pontificia Università dell’Antonianum

(Relazione 9 novembre 2013, Assisi) i GIOVANNI PAOLO II, «Bolla Inter sanctos» (29-09-1979),
in AAS 71/2 (1979), 1509-1510.
ii GIOVANNI PAOLO II, «Messaggio per la XXIII Giornata Mondiale della Pace» (01-01-1990) n. 13, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XII/2 (1989), 1463-1473, qui 1471.63-1473, qui 1471.

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