Il Cantico

Relazione alla Scuola di Pace (Roma, 14-16 giugno 2013)

Nella Sessione di giugno 2013 la Scuola di Pace ha approfondito il rapporto tra “etica del dono e custodia del creato”. Il primo nucleo tematico “Linee per una etica della gratuità e del dono: attualità della prospettiva francescana”, proposto con molteplici stimoli da P. Martin Carbajo ofm (Rettore della Pontificia Università Antonianum), è stato pubblicato su Il Cantico on line di luglio. Ora presentiamo integralmente il secondo nucleo tematico attraverso la relazione “Educare alla custodia del creato” di Mons. Angelo Casile (Direttore Ufficio Nazionale Cei per i problemi sociali e il lavoro) che ha messo in luce, a partire dalla rilettura biblica della creazione, l’apporto del Magistero della Chiesa, arricchito dall’esperienza pastorale propria dell’esercizio del suo ministero, nell’attenzione a far crescere la consapevolezza della cura ambientale come fatto ecclesiale.

ETICA DEL DONO E CUSTODIA DEL CREATO
La Chiesa ha una «responsabilità per il creato e sente di doverla esercitare, anche in ambito pubblico, per difendere la terra, l’acqua e l’aria, doni di Dio creatore per tutti e anzitutto proteggere l’uomo contro la distruzione di se stesso»[1]. L’approccio cristiano alle tematiche ambientali parla anzitutto di creato, perché riconosce in Dio Padre, il Creatore del cielo e della terra, come professiamo nel Credo. Mi sembra più opportuno declinare l’azione dell’uomo nei confronti del creato usando il verbo “custodire”, che richiama il coltivare e il custodire della Genesi, il promuovere e il proteggere, e non il verbo “salvaguardare” che sembra esprimere soltanto la preoccupazione a non rovinare qualcosa.casile

UNO SGUARDO ALLA BIBBIA
La Bibbia narra le modalità con cui, grazie all’opera divina, è sorto il mondo e le maniere in cui Dio continua, giorno dopo giorno, a prendersi cura delle proprie creature. Nella Bibbia troviamo due racconti della creazione: il primo (Gen 1,1-2,4a) più recente, il secondo (Gen 2,4b-3,24) più antico[2].

Il racconto più antico della creazione
Nel racconto più antico (Gen 2,4b-3,24), Dio (chiamato Signore) è presentato come un vasaio che plasma «l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita» (Gen 2,7). L’uomo (adam) proviene dalla polvere della terra (adamà), ma si distingue da essa per aver ricevuto da Dio il soffio della vita. Da notare che gli animali provengono dalla terra e non dalla polvere. Questa prima tensione dice la profonda identità dell’uomo in relazione a Dio. Le mani di Dio, il lavoro di Dio producono l’uomo, dotato di vita, coscienza e libertà.
A questa prima tensione se ne aggiunge una seconda, che traccia la posizione dell’uomo nel mondo. La terra è inerte «perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo» (Gen 2,5). Per essere feconda, la terra ha bisogno dell’azione di Dio e del lavoro dell’uomo. Il racconto biblico prosegue con Dio che pianta «un giardino in Eden» (Gen 2,8) e pone l’uomo nello stesso giardino «perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15). Il termine “abad” indica il coltivare come compito del lavorare-servire ma anche il servizio liturgico di adorazione. L’altro verbo è “shamar” che vuol dire custodire, conservare, sorvegliare, osservare. Presente anche nel Salmo 121 (Il Signore che ha fatto il cielo e la terra è il custode d’Israele) ci lascia intendere che a custodire la terra prima di tutto è il Signore. Egli affida al genere umano il compito di essere amministratore responsabile della creazione.
Il lavoro è compito per l’uomo fin dalle origini, nonostante l’abituale pregiudizio, il lavoro non deriva dal peccato. Questo offuscherà il senso originario del lavoro: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gen 3,19). Il giardino è dono di Dio, è di Dio, non dell’uomo. Per questo va accolto e custodito in una armoniosa relazione tra Dio, l’uomo e il creato. I compiti che Dio dona all’uomo sono: coltivare e custodire. Coltivare indica la partecipazione dell’uomo all’opera di Dio. Custodire dice la cura dell’uomo nella sua attività. Il giardino, il creato, è il dono di Dio all’uomo e l’uomo lo lavora e lo custodisce per goderlo, come spazio di libertà e di limite: «… dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,16-17).
L’uomo e la donna ricevono un duplice e nello stesso tempo unitario comando: coltivare e custodire il giardino e non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Questo ordine può essere legittimamente trascritto nei seguenti termini: la responsabilità nei confronti del creato (custodire e coltivare il giardino) comporta la perdurante consapevolezza del proprio limite creaturale (non mangiare i frutti dell’albero del bene e del male).

Il racconto più recente della creazione
Il racconto più recente della creazione (Gen 1,1-2,4a) presenta la signoria di Dio su tutte le cose. Tutto ciò che esiste, esiste per la sua Parola: «Dio disse…» (Gen 1,3.6.9.11.14.20.24.26) e «…così avvenne» (Gen 1,7.9.11.15.24.30). Il racconto è articolato nella grandiosa successione dei primi sette giorni. In essa Dio (chiamato Elohim) crea nel seguente ordine: cielo, terra, luce, firmamento, terra asciutta, erba e alberi, astri, animali acquatici, uccelli, bestiame, esseri striscianti, uomo e donna. La creazione dell’uomo è diversa dalle altre creature: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza » (Gen 1,26). Pur se legato alla terra, l’uomo è aperto alla relazione con Dio, può stargli davanti in quanto capace di dialogo e di responsabilità.
L’uomo e la donna sono immagini di Dio. Il testo passa dal singolare «a immagine di Dio lo creò» al plurale «maschio e femmina li creò» (Gen 1,27) per indicare che l’uomo e la donna sono immagine di Dio, soprattutto per la capacità di relazione tra loro, con il creato, con Dio.
Con la sua benedizione, Dio affida all’uomo e alla donna la responsabilità del mondo: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela» (Gen 1,28). Anche qui i verbi sono al plurale perché la creazione è dono di Dio per tutti gli uomini. Ogni uomo con il suo lavoro deve custodirla perché rimanga a disposizione di ciascuno.
I sei giorni della creazione culminano nel settimo, il sabato: «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando» (Gen 2,3). Ciò significa che il lavoro deve condurre alla festa e che la festa deve scaturire dal lavoro. L’uomo non è schiavo del lavoro e quindi fa festa, come Dio. L’uomo non è schiavo del divertimento e quindi lavora, come Dio.

Il dato biblico della Genesi
L’idea biblica di creazione presenta quattro punti principali: tra causa creatrice ed effetto non vi è alcun nesso necessario (Dio cioè era libero di non creare il mondo); l’atto di creare è del tutto autosufficiente e non dipende da alcuna condizione antecedente (creazione dal nulla); l’effetto – il mondo – è dotato di un valore infinitamente inferiore rispetto alla causa divina che lo ha prodotto; la causa (Dio) è situata fuori dal tempo.
Nelle prime pagine della Bibbia (cfr Gen 1-2) famiglia, lavoro e giorno festivo[3] sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere nel creato un’esistenza pienamente umana. Tuttavia, se proseguiamo nella lettura, constatiamo come il peccato dell’uomo e della donna (cfr Gen 3) giunge a corrompere queste tre doni: la famiglia, il lavoro e la festa. Dopo il peccato, l’uomo e la donna non sono più gli stessi di prima, ogni cosa perde lo splendore iniziale: in riferimento a sé stessi, «conobbero di essere nudi» (3,7); nei confronti di Dio, si nascondono «dalla presenza del Signore Dio» (3,8); nelle relazioni fra loro e gli animali, «la donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero » (3,12), «il serpente mi ha ingannata» (3,13); a riguardo della maternità, «moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze» (3,16); verso il lavoro, «con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (3,19).
Una considerazione: se perdiamo il rapporto con Dio, tutto attorno a noi crolla: i rapporti con noi stessi, con il prossimo, con l’intero creato! Per evitare la catastrofe l’uomo deve attenersi ai comandi divini.
Occorre guardare alla creazione con gli occhi stupiti di Dio, che esclama ammirato dopo ogni opera: «era cosa buona» (Gen 1,4.9.12.18.20.24); «era cosa molto buona» (Gen 1,31), dopo aver creato l’uomo e la donna. Né l’uomo economico, ingarbugliato nel suo avido avere, né l’uomo solidale, prigioniero del suo prometeico agire, sono capaci di contemplare il creato con occhi e cuore stupiti. Solo l’uomo religioso è capace di riconoscere il primato di Dio e porsi nel giusto rapporto con il prossimo e con il creato.

Altri rilievi biblici sul creato nell’Antico Testamento
I testi biblici dell’Alleanza per notare che la natura è il segno fondamentale della rinnovata relazione tra il Creatore e il genere umano. Nell’arca entra ogni specie affinché sia conservata in vita da Noè (Gen 6,18-20; 9,9-16); con Abramo il Signore conclude un’Alleanza il cui segno è la Terra che si estende dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufràte, la stessa terra nella quale arriverà il popolo che Israele si è scelto (Gen 15,18; Es 6,4-5; 19,5). «Del Signore è la terra e quanto contiene» (Sal 23,1) cantano i Salmi, invitando a contemplarne la bellezza ed a benedire il suo autore ed il suo agire provvidente (Sal 88; 103; 134; 148). Lo stesso creato, anzi, è invitato a lasciarsi coinvolgere nella lode, nella benedizione rivolta al Creatore che dona la vita (Dan 3,52-90).
Anche i profeti fanno spesso memoria della potenza creatrice di Dio, per rinsaldare la fede del popolo e per chiamarlo a conversione (Is 40, 12-13; 44, 24-25; Am 4,13; 5,8-9). Essi richiamano ad un’esistenza nella giustizia e nella fedeltà alla Parola: solo così è possibile vivere un rapporto con la terra, che consente una vita buona per l’umanità e per tutte le creature. I comandamenti del sabato, dell’anno sabbatico e dell’anno giubilare (Lev 23, 3; 25, 1-17) ricordano che l’uomo non è padrone assoluto della terra: essa gli è data come dono, da coltivare e custodire in fedeltà (Gen 2,15).
La lettura sapienziale dei profeti riconoscerà che la terra è profanata, distrutta, perché viene spezzata l’Alleanza eterna (Is 24,5; Os 4,1-3); il sole, la luna, le stelle, il mare, le montagne vengono chiamati come testimoni dell’Alleanza e partecipano ad essa offrendo i loro benefici quando è rispettata; distruzione e aggressività nella trasgressione (Ger 31,35-37). Dunque, è fondamentale garantire il legame fra il naturale e il soprannaturale, tra fede in Dio e rispetto per la creazione poiché l’essere umano non trova la sua salvezza solo nella natura. Gli splendidi capitoli 38-42 del libro di Giobbe ricordano che solo Dio può davvero essere detto Signore della creazione; solo Lui ne conosce l’origine, le dinamiche ed il senso.

Il messaggio biblico sul creato nel Nuovo Testamento
ambienteIl Nuovo Testamento rilegge la prospettiva della creazione alla luce dell’esperienza del Signore Risorto, scoprendo in Lui il mediatore dell’intera creazione. Per mezzo di Lui, infatti, ogni cosa è stata creata ed in Lui tutto trova senso e pienezza (Gv 1,1-3; Col 1,15-20; Eb 1,3): quello stesso Verbo che si è fatto carne in Gesù Cristo operava fin dal principio assieme al Padre, come Sapienza creatrice. La stessa Pasqua del Signore, poi, rivela una dimensione cosmica: è la terra stessa ad essere coinvolta nella Risurrezione ed orientata, così, alla pienezza di vita. La speranza cristiana ha, dunque, le dimensioni dell’intera creazione: «aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2 Pt 3,13).
La Scrittura narra del creato come del primo grande dono di Dio, la prima radicale espressione del Suo amore potente: un cosmo ordinato e prezioso, capace di sostenere quella realtà misteriosa e fragile che è la vita. La stessa Scrittura, però, sa bene che lo splendore della creazione è anche offuscato dal potere misterioso del male e dall’esperienza del peccato: per Paolo tutto il creato geme e soffre, come nelle doglie del parto (Rm 8,19 ss). Tale gemito della creazione sembra trovare oggi un’eco particolarmente incisiva in quella crisi ambientale, che ha assunto ormai una dimensione globale. La visione biblica è preziosa perché si misura sia con la grandezza, sia con la miseria delle creature umane; e forse in nessun altro campo, come quello della custodia del creato ci sono prove così evidenti di quanto questi due estremi siano tra loro profondamente intrecciati.

IL CREATO NELLA VITA DELLA CHIESA
L’ascolto delle Scritture ha inciso profondamente sulla teologia cristiana e ha fatto fiorire lungo i secoli una riflessione profonda sul rapporto Dio, uomo e creato.

Il simbolo Niceno-Costantinopolitano
Il simbolo Niceno-Costantinopolitano, proclamato ogni domenica nella celebrazione eucaristica, presente una dinamica trinitaria che pervade l’intero mondo creato, facendone lo spazio di rivelazione della gloria di Dio.
Credo in Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose, visibili e invisibili… Fin dall’inizio il simbolo associa specificamente l’opera della creazione alla persona del Padre: a lui ed alla sua onnipotenza viene attribuita l’origine di tutte le cose. La creazione è già vista, dunque, come primo gesto di amore paterno, intessuto di affetto per i viventi. L’uomo non è in alcun chiamato a divinizzare la creazione, ma a scoprirla come realtà preziosa, dono di Dio per la vita, meritevole di attenzione responsabile.
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, … per mezzo di lui tutte le cose sono state create… La comunità che confessa Gesù come il Signore risorto e costituito al di sopra di ogni cosa scopre nuove dimensioni anche nella realtà della creazione: è mediante il Verbo che tutto è stato fatto; nulla esiste che sia stato creato senza di lui (Gv 1,3; Col 1,15-20). Quella sapienza, che sta alla radice di ogni cosa e che si manifesta come amore per la vita, ha dunque un volto personale: quello del Crocifisso risuscitato. In Cristo risorto il legno della croce brilla come albero della vita, radice di una nuova creazione, carica di risurrezione.
Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita… La fede cristiana presenta la creazione come opera dello Spirito. Il soffio divino pervade l’intera creazione ed è all’origine della vita. È quanto proclama il Salmo 104,30: «Mandi il tuo spirito sono creati e rinnovi la faccia della terra». Il respiro appare qui come un segno della presenza dello spirito di Dio che sostiene la vita creata, che ne ricorda la bellezza e la fragilità. Il gemito nelle doglie del parto (cfr Rm 8,19-25) si accompagna alla speranza nella gloria futura, che deve ancora essere rivelata; rispetto ad essa anche le sofferenze presenti non sono nulla.
Credo la Chiesa… Apparentemente l’ultimo articolo del Simbolo non contiene spunti che rimandino direttamente ad una riflessione teologica sulla creazione. Esso, però, ci rinvia alla considerazione della comunità dei credenti ed al suo ruolo, quale segno e strumento dell’azione divina. La Chiesa che confessa il Dio Trino, si trova, infatti, rimandata ad una responsabilità radicale, per la giustizia e la pace nella storia dell’umanità, ma anche per la salvaguardia del creato, orizzonte più ampio in cui pure si manifesta la salvezza. Per questo l’etica cristiana dovrà sempre essere etica della vita, preoccupata di tutti i viventi e delle minacce ad essi rivolte.

I Padri della Chiesa
Per i Padri della Chiesa soltanto l’uomo può proclamare nel suo atto di fede che Dio è padre onnipotente, creatore del cielo e della terra. L’uomo è il senso del mondo. Il suo amore alla natura è tutt’uno con l’amore a Dio e con l’amore verso gli uomini, perché il cosmo è epifania di Dio.
La natura è il bel regalo che Dio ha preparato per l’uomo, dice il vescovo Clemente Romano, terzo successore di San Pietro: «L’artefice e Signore dell’universo si compiace delle sue opere. Con la sua immensa potenza fissò i cieli e li ornò con la sua incomprensibile intelligenza. Separò la terra dall’acqua che la circonda e la stabilì sul saldo fondamento della sua volontà e con il suo comando chiamò in vita tutti gli animali che in essa s’aggirano. Avendo preparato il mare e gli animali che sono in esso, con la sua potenza li rinchiuse. Con le mani sacre ed immacolate plasmò l’uomo, l’essere superiore e che tutto governa, quale impronta della sua immagine» (Ai Corinzi 33,2-5). Ireneo di Lione orienta il credente alla sorgente della vita, affermando che «la gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio: se già la rivelazione di Dio attraverso la creazione dà la vita a tutti gli esseri che vivono sulla terra, quanto più la manifestazione del Padre attraverso il Verbo è causa di vita per coloro che vedono Dio!» (Contro le eresie, 4,20,7). Ogni bambino che viene alla luce è chiamato a contemplare la luce di Dio: «Dio è colui che ha creato l’universo, ha plasmato l’uomo, dà sempre maggiore pienezza di vita alla sua creazione, e la chiama a salire dai piccoli beni di adesso ai più grandi che sono presso di lui: così come egli solo fa uscire alla luce del sole il fanciullo concepito nel grembo materno e ripone nel granaio il frumento dopo averlo consolidato nella spiga. È l’unico e medesimo Mediatore che ha plasmato il grembo materno e ha creato il sole, l’unico e medesimo Signore che ha prodotto la spiga, ha moltiplicato il grano e ha preparato il granaio» (Contro le eresie 2,28,1 e 4, 20, 9).
Il cantico di Francesco d’Assisi ha un posto speciale nella spiritualità cristiana, che in esso esprime con forza tutta particolare il proprio amore per la creazione. Ogni creatura, e l’uomo tra di esse, viene colta qui all’interno di una rete di relazioni, che vede ognuna operare per la vita di tutte le altre. D’altra parte, ogni creatura viene chiamata per nome, per essere coinvolta nella lode al Signore, che di tutte è l’autore e la fonte, alla quale tutte rimandano: «Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so le laude, la gloria e l’onore e onne benedizione » (Cantico delle creature).

L’ATTUALE MAGISTERO DELLA CHIESA
Le prime indicazioni del Magistero[4] sono degli anni ‘70: il Sinodo sulla giustizia del 1971, e poi Paolo VI nell’Octogesima adveniens segnalavano la novità e la gravità del problema: «… attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana. A queste nuove prospettive il cristiano deve dedicare la sua attenzione, per assumere, insieme con gli altri uomini, la responsabilità di un destino diventato ormai comune» (Octagesima adveniens, 24).

Giovanni Paolo II
Negli ultimi decenni il tema è stato ripreso con forza dalla Chiesa. Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptor Hominis avvisa sui pericoli di un progresso inumano: «L’immenso progresso non mai prima conosciuto, che si è verificato, particolarmente nel corso del nostro secolo, nel campo del dominio sul mondo da parte dell’uomo, non rivela forse esso stesso, e per di più in grado mai prima raggiunto, quella multiforme sottomissione “alla caducità”? Basta solo qui ricordare certi fenomeni quali la minaccia dell’inquinamento dell’ambiente naturale nei luoghi di rapida industrializzazione, oppure i conflitti armati che scoppiano e si ripetono continuamente, oppure le prospettive di autodistruzione mediante l’uso delle armi atomiche, all’idrogeno, al neutrone e simili, la mancanza di rispetto della vita dei non nati» (Redemptor Hominis, 8).
Giovanni Paolo II traccia le linee di un’autentica ecologia basata sull’uomo: «L’uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita. Alla radice dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. […] Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma ed una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui» (Centesimus Annus, 37).
In sintesi l’uomo (cfr CA 37-39):
a) non può disporre a proprio arbitrio dei beni della Terra, dono di Dio;
b) ha doveri verso le generazioni future;
c) deve salvaguardare le condizioni morali per un’autentica «ecologia umana»;
d) deve porre la famiglia, fondata sul matrimonio, come prima e fondamentale struttura per una «ecologia umana»;
e) deve considerare se stesso e la propria vita non come un insieme di sensazioni da sperimentare ma come un’opera da compiere;
f) deve considerare la famiglia come il «santuario della vita»;
g) deve porre la libertà economica come elemento sottostante alla libertà umana, esso non è solo produttore o consumatore.

Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa
Il capitolo X del Compendio della dottrina sociale della Chiesa presenta il magistero sociale sulla custodia del creato e si sofferma anche sul degrado dell’ecosistema planetario, esaminandone i diversi aspetti (inquinamento nelle sue diverse forme, mutamento climatico, crisi delle risorse idriche, riduzione della biodiversità). A monte di tale dinamica esso ha colto – secondo l’indicazione della Centesimus Annus – l’incapacità di riconoscere nel mondo quella originaria donazione, che precede e fonda ogni azione umana. In tale atteggiamento si radicano anche un consumo di risorse ed una produzione di rifiuti che superano largamente le capacità di rinnovamento della terra, ipotecandone così la vivibilità per le future generazioni. Ma tale realtà si riflette già fin d’ora nella nostra esperienza quotidiana: viviamo in città inquinate, in una natura sempre più impoverita, mentre sempre più spesso ci capita di interrogarci sulla sicurezza di ciò che mangiamo. Per i poveri della terra, poi, il degrado dell’ambiente è un fattore critico, che rende insostenibili situazioni dalla vivibilità già assai fragile: la preoccupazione per la salvaguardia del creato si intreccia con l’esigenza della giustizia. Non stupisce, allora, che nel gennaio 2001 Giovanni Paolo II abbia chiamato i credenti alla “conversione ecologica” di fronte alla minaccia di una distruzione incombente. Già il Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace del 1990, del resto, invitava a riscoprire la relazione tra la pace con Dio creatore e quella con il creato, in un’assunzione di responsabilità per le future generazioni. Di fronte ad una minaccia che tocca la vivibilità del pianeta i cristiani sono chiamati a porre «ogni energia al servizio della pace, nel rispetto delle esigenze dell’uomo e della natura»[5].

Benedetto XVI
Benedetto XVI nella Caritas in veritate fa proprio il pensiero di Giovanni Paolo II: «È necessario che ci sia qualcosa come un’ecologiacreatodell’uomo, intesa in senso giusto. Il degrado della natura è infatti strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana: quando l’“ecologia umana” è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio. […] Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale. I doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri. Non si possono esigere gli uni e conculcare gli altri. Questa è una grave antinomia della mentalità e della prassi odierna, che avvilisce la persona, sconvolge l’ambiente e danneggia la società » (Caritas in Veritate, 51).
Benedetto XVI ci ricorda che l’uso dell’ambiente naturale «rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera» (Caritas in Veritate, 48). Anzi, giunge a presentare la responsabilità verso il creato come “dovere gravissimo”: «Dobbiamo avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla» (Caritas in Veritate, 50). L’espressione “dovere gravissimo” esprime una qualifica etico-teologica molto forte, che il Concilio Vaticano II usa per esprimere l’obbligo dell’educazione che i genitori hanno nei confronti dei loro figli, della solidarietà che le nazioni ricche hanno verso i popoli in via di sviluppo, della promozione della pace in tutti gli uomini. Per fare questo la società moderna è invitata a «rivedere seriamente il suo stile di vita, che in molte parti del mondo è incline all’edonismo, al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. È necessario un effettivo cambiamento di mentalità, che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte nei consumi, nei risparmi negli investimenti” » (Caritas in Veritate, 51). Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, citando Paolo VI, ci ricorda che le prospettive di un autentico sviluppo sono: l’educare ogni uomo e tutto l’uomo al trascendente, il promuovere cultura e sapienza poiché “il mondo soffre per mancanza di pensiero” e il riscoprire una concreta e solidale fraternità nella logica della gratuità e del dono.

Francesco
Anche papa Francesco, in piena armonia con i suoi predecessori, nell’Omelia del 19 marzo 2013, ci ha insegnato che il custodire il creato è un impegno totalizzante, potremmo dire a 360°. Essenziale è il custodire Dio nella nostra vita, l’ascolto della sua Parola, il vivere da cristiani. Ciò permette la custodia del proprio cuore, dei sentimenti e delle emozioni, delle scelte e degli stili di vita, e l’attenzione alla propria famiglia, dove gli sposi si custodiscono a vicenda e si prende cura dei bambini, dei malati e degli anziani. Infine il custodiamo gli amici, gli altri, le comunità, le città, la società e il mondo con tutte le creature. Nel custodire il creato siamo custoditi da Dio!
Il pensiero cristiano sul creato prende le distanze dall’uomo economico, ma anche da quello solidale, e per giunta non ha niente a che spartire con le preoccupazioni novecentesche sulle questioni ambientali. Non possiamo ridurre l’uomo al solo consumo o peggio considerarlo «come un bene di consumo che si può usare e poi gettare. Abbiamo incominciato questa cultura dello scarto. Questa deriva si riscontra a livello individuale e sociale; e viene favorita! » (Francesco, Discorso, 16 maggio 2013). Ugualmente non custodiamo il creato solo per mera attenzione solidale verso l’uomo sganciata dal dire la verità sull’uomo come creatura e quindi inserita in uno scenario più ampio che vede la presenza delle altre creature, da proteggere e promuovere seguendo una scala di valori. Infine la custodia del creato non è agire per paura delle conseguenze catastrofistiche, ma promuovere pensiero positivo sull’azione responsabile di ogni uomo.
Papa Francesco, nel corso dell’Udienza del 5 giugno 2013, ritorna sul coltivare e custodire la terra. «Il verbo “coltivare” mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti. Benedetto XVI ha ricordato più volte che questo compito affidatoci da Dio Creatore richiede di cogliere il ritmo e la logica della creazione. Noi invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la “custodiamo”, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura. Stiamo perdendo l’atteggiamento dello stupore, della contemplazione, dell’ascolto della creazione; e così non riusciamo più a leggervi quello che Benedetto XVI chiama “il ritmo della storia di amore di Dio con l’uomo”. Perché avviene questo? Perché pensiamo e viviamo in modo orizzontale, ci siamo allontanati da Dio, non leggiamo i suoi segni.
Ma il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo. La persona umana è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana! E il pericolo è grave perché la causa del problema non è superficiale, ma profonda: non è solo una questione di economia, ma di etica e di antropologia. La Chiesa lo ha sottolineato più volte; e molti dicono: sì, è giusto, è vero… ma il sistema continua come prima, perché ciò che domina sono le dinamiche di un’economia e di una finanza carenti di etica. Quello che comanda oggi non è l’uomo, è il denaro, il denaro, i soldi comandano. E Dio nostro Padre ha dato il compito di custodire la terra non ai soldi, ma a noi: agli uomini e alle donne. noi abbiamo questo compito! Invece uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la “cultura dello scarto”. […] Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano. Questa cultura dello scarto ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione. Una volta i nostri nonni erano molto attenti a non gettare nulla del cibo avanzato. Il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare il giusto valore, che va ben al di là dei meri parametri economici. Ricordiamo bene, però, che il cibo che si butta via è come se venisse rubato dalla mensa di chi è povero, di chi ha fame! Invito tutti a riflettere sul problema della perdita e dello spreco del cibo per individuare vie e modi che, affrontando seriamente tale problematica, siano veicolo di solidarietà e di condivisione con i più bisognosi.
Pochi giorni fa, nella Festa del Corpus Domini, abbiamo letto il racconto del miracolo dei pani: Gesù dà da mangiare alla folla con cinque pani e due pesci. E la conclusione del brano è importante: «Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi avanzati: dodici ceste» (Lc 9,17). Gesù chiede ai discepoli che nulla vada perduto: niente scarti! E c’è questo fatto delle dodici ceste: perché dodici? Che cosa significa? Dodici è il numero delle tribù d’Israele, rappresenta simbolicamente tutto il popolo. E questo ci dice che quando il cibo viene condiviso in modo equo, con solidarietà, nessuno è privo del necessario, ogni comunità può andare incontro ai bisogni dei più poveri. Ecologia umana ed ecologia ambientale camminano insieme.
Vorrei allora che prendessimo tutti il serio impegno di rispettare e custodire il creato, di essere attenti ad ogni persona, di contrastare la cultura dello spreco e dello scarto, per promuovere una cultura della solidarietà e dell’incontro. Grazie».

L’IMPEGNO DELLA CHIESA IN ITALIA
Nell’educare alla custodia del creato la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire (cfr Caritas in Veritate, 9), ma ha una missione di verità da compiere, proclamare l’annuncio perenne a ogni uomo. Senza l’uomo ogni realtà del mondo «sarebbe un ammasso di materia di varia forma, ma nulla avrebbe un nome o sarebbe dotato di un senso specifico. È solo in relazione all’uomo che le diverse realtà acquistano il loro pieno significato. La tutela dell’ambiente, per esempio, non ha come obiettivo la mera conservazione della natura, ma è il tentativo di porla al servizio dell’uomo, nella ricerca di un’armonia tra l’umanità e il mondo circostante»[6]. Il compito di dominare (nel senso di essere signore, amministrare) la terra non comporta quello di sfruttarla senza criterio, piuttosto di custodirla e di espandere i suoi frutti cosicché siano valorizzati e non calpestati o distrutti. Esiste uno stretto legame relazionale che coinvolge il Signore, l’umanità e la creazione.
teologia-creatoIl creato è dono di Dio per la vita di tutti gli uomini. A motivare il nostro impegno per il creato è la passione verso l’uomo, la ricerca della solidarietà a livello mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune, vissuti nella fede e nell’amore di Dio.
Il credente guarda alla natura con riconoscenza e gratitudine verso Dio, per questo non la considera un tabù intoccabile o tanto meno ne abusa con spregiudicatezza. Questi due atteggiamenti non sono conformi alla visione cristiana della natura, frutto della creazione di Dio. Per il cristiano Dio creatore è al primo posto, l’uomo è la prima creatura e il creato è dono di Dio all’uomo, perché nel creato l’uomo, ogni uomo, tutto l’uomo si sviluppi e faccia sviluppare il creato stesso in tutte le sue componenti: uomini, animali, piante… La visione cristiana è il camminare insieme dell’uomo e di tutto l’ambiente verso Dio.
«La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita. Ci parla del Creatore (cfr Rm 1,20) e del suo amore per l’umanità. È destinata ad essere «ricapitolata» in Cristo alla fine dei tempi (cfr Ef 1,9-10; Col 1,19-20). Anch’essa, quindi, è una “vocazione”. La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso”, bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (Gn 2,15)» (Caritas in veritate, 48).

Le Giornate nazionali del Ringraziamento e del Creato
Per manifestare la propria attenzione nei confronti del creato e per promuovere sempre maggiore attenzione sui temi ecologici, la Chiesa italiana ha due momenti celebrativi nazionali promossi dall’Ufficio che dirigo: la seconda Domenica di Novembre la Giornata nazionale del ringraziamento, che raggiungerà la 63ª edizione il 10 novembre p.v., per i doni della terra; il 1° settembre, la Giornata per la custodia del creato (8ª edizione), che ha anche risvolti ecumenici per la coincidenza con l’inizio del calendario liturgico ortodosso nella Festa del creato. Sono due momenti – il primo gode addirittura di oltre sessant’anni di esperienza – di un’unica attenzione verso il creato come opera di Dio e dell’uomo posto a custodire e promuovere la bellezza e lo sviluppo del creato. Le due Giornate sono particolarmente vissute dalle Diocesi e dalle Associazioni laicali molto sensibili a questi temi.
Nell’8ª Giornata per la custodia del creato (1° settembre 2013) su “La famiglia educa alla custodia del creato”, i Vescovi, anche in preparazione della 47ª Settimana Sociale, indicano tre prospettive da sviluppare nelle singole comunità: la cultura della custodia che si apprende in famiglia si fonda, infatti, sulla gratuità, sulla reciprocità, sul riparare il male.
Il Documento preparatorio per la 47ª Settimana Sociale dei cattolici italiani “Famiglia, speranza e futuro per la società italiana” (Torino, 12-15 settembre 2013) ci ricorda che la famiglia, “prima e vitale cellula della società”, “possiede una specifica e originaria dimensione sociale”. Il testo, diviso in tre parti, propone otto piste sulle quali concentrare la riflessione. Tra queste ben due si riferiscono ai temi del custodire il creato: abitare la città e custodia del creato per favorire la solidarietà intergenerazionale.
Anche nel documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” i Vescovi italiani notano gli «accenti di particolare gravità» che «ha assunto la questione ecologica… stravolgimento del mondo dell’agricoltura… sfruttamento del territorio… fenomeno delle ecomafie» (n. 5), e ci invitano a promuovere una «cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità» (n. 16). L’azione dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro è prevalentemente di evangelizzazione, nella convinzione che il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa possiedono una forte connotazione educativa, che favorisce la crescita di una vita e una cultura attenta all’ambiente, rispettosa della persona, della famiglia, dello sviluppo e di una civiltà dell’amore cristiano capace di custodire con tenerezza il creato. La riflessione teologica si concretizza a partire dal rapporto vitale tra l’uomo, l’ambiente e Dio.

Educare alla custodia del creato: un triplice sentiero
Educare alla custodia del creato significa condurre gli uomini lungo un triplice sentiero: quello, anzitutto, di coltivare un atteggiamento di gratitudine a Dio per il dono del creato; quello, poi, di vivere personalmente la responsabilità di rendere sempre più bella la creazione; quello, infine, di essere, sull’esempio di Cristo, testimoni autentici di gratuità e di servizio nei confronti di ogni persona umana. È così che la custodia del creato, autentica scuola dell’accoglienza, permette l’incontro tra le diverse culture, fra i diversi popoli e perfino, nel rispetto della identità di ciascuno, fra le diverse religioni, e conduce tutti a crescere nella reciproca conoscenza, nel dialogo fraterno, nella collaborazione più piena.
Nei recenti Orientamenti pastorali la comunità cristiana si impegna a offrire «il suo contributo e sollecita quello di tutti perché la società diventi sempre più terreno favorevole all’educazione. Favorendo condizioni e stili di vita sani e rispettosi dei valori, è possibile promuovere lo sviluppo integrale della persona, educare all’accoglienza dell’altro e al discernimento della verità, alla solidarietà e al senso della festa, alla sobrietà e alla custodia del creato, alla mondialità e alla pace, alla legalità, alla responsabilità etica nell’economia e all’uso saggio delle tecnologie»[7].
Le comunità cristiane sono chiamate a promuovere la responsabilità di ciascuno relativamente a nuovi stili di vita che utilizzano con maggior sobrietà le risorse energetiche, contengono le emissioni di gas serra e favoriscono la vivibilità delle nostre città. Un ulteriore impegno è quello di incentivare e diffondere gli studi sul miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici e la costruzione degli spazi delle nostre comunità secondo regole dettate da sobrietà, risparmio ed efficienza energetica. Si pensi inoltre alla possibilità di far avanzare la ricerca di energie alternative e la promozione dell’energia eolica, solare e geotermica per il riscaldamento e l’illuminazione e il sostenere e praticare sempre più nelle nostre comunità la raccolta differenziata dei rifiuti, il riuso dell’usato e tantissime altre pratiche virtuose che scaturiscono da un cuore illuminato dalla fede e per questo attento a Dio, alle persone e alle cose.

Educare alla sobrietà, all’armonia e al servizio
Occorre sviluppare una nuova mentalità, un mo do nuovo di considerare il nostro rapporto con l’ambiente, un nuovo stile di vita improntato sul la sobrietà, sull’armonia e sul servizio.
Sobrietà: per passare dalla brama di posse dere al primato all’essere, a usare della terra senza abusarne, a evita re l’inutile e il superfluo, per risco prire la terra non come preda da saccheggiare, ma come giardino da custodire con cura.
Armonia: per inserirci con sapienza negli equili bri ambientali senza turbarli o stra volgerli e per scoprire la bellezza del creato, come si offre ai nostri occhi nell’universo, dalla danza de gli elettroni al pulsare delle stelle.
Servizio: per rispondere al comando del Signore di custodire il suo giardino (cfr Gen 2,15), per passare dal disimpegno all’impegno e lasciarsi coinvolgere dal problema ambientale come problema nostro, ponendo le risorse dell’ingegno a servizio dell’integrità del cosmo, perché diventi sempre più bello e ordinato e ogni creatura possa essere sempre più se stessa, proclamando la grandezza del suo Creatore.

Dio si prende cura di noi
Il nostro lavoro deve svolgersi nel rispetto dell’ambiente che il Signore ci ha donato: «C’è spazio per tutti su questa nostra terra: su di essa l’intera famiglia umana deve trovare le risorse necessarie per vivere dignitosamente, con l’aiuto della natura stessa, dono di Dio ai suoi figli, e con l’impegno del proprio lavoro e della propria inventiva». Ciò è possibile solo rafforzando «quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino» (Caritas in veritate, 50).
A partire dall’attenzione e dalla responsabilità che abbiamo nei confronti di ogni creatura possiamo educarci ed educare a una grande attenzione nei confronti del creato, pensando che esiste una grande reciprocità tra noi, il creato e Dio, anzi «nel prenderci cura del creato, noi constatiamo che Dio, tramite il creato, si prende cura di noi»[8].

* Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro

* Mons. Angelo Casile è sacerdote della diocesi di Reggio Calabria – Bova, licenziato in teologia con specializzazione in catechetica. Negli anni 1999-2000 è stato collaboratore di Mons. Mario Operti presso l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Segreteria generale della Conferenza Episcopale Italiana. Dal 2001 al 2008 è stato segretario particolare di S.E. Mons. Giuseppe Betori, segretario generale della CEI. Attualmente è direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro. È autore di: Il nuovo all’orizzonte. Intuizioni e prospettive del Progetto Policoro, Editrice Monti, Saronno 2003; La carità al centro. Dottrina sociale della Chiesa: storia, annuncio, percorsi, Tau Editrice, Todi 2011.

1 Benedetto XVI, Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. Messaggio per la XLIII Giornata Mondiale della Pace 2010, 12.

2 Nelle successive considerazioni bibliche faccio riferimento a: Bruno Maggioni, Il seme e la terra. Note bibliche per un cristianesimo nel mondo, Vita e Pensiero, Milano 2003, pp. 155-167.

3 Benedetto XVI, Lettera al Card. Dionigi Tettamanzi, 23 agosto 2010. Il VII Incontro mondiale delle famiglie: La famiglia, il lavoro e la festa, che si svolgerà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno 2012, ci permetterà di approfondire la triplice vocazione del vivere le relazioni nella famiglia, dell’abitare il mondo nel lavoro, dell’umanizzare il tempo nella festa.

4 In queste pagine richiamo i principali documenti sulla custodia del creato, rimandando al database per una raccolta più completa: http://www.progettoculturale.it/progetto_culturale/ collaborazioni/00030035_Database_sulla_salvaguardia_del_Creato.html.

5 Benedetto XVI, XX anniversario del disastro di Chernobyl, 26 aprile 2006.

6 Card. Angelo Bagnasco, La questione antropologica nella Dottrina sociale della Chiesa, 7 marzo 2012.

7 CEI, Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo, n. 50.

8 Benedetto XVI, Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. Messaggio per la XLIII Giornata Mondiale della Pace 2010, 13.


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2 Comments for this entry

  • mauro la spisa says:

    Tutto bene ma è nella pratica quotidiana che la Chiesa deve mostrarsi “sine pompa” come già raccomandava Tommaso d’Aquino per es. nell’esibire trionfalismo cerimoniale ormai degno dell’ironia felliniana…

  • admin says:

    @mauro: tieni a mente però che la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo, quindi, a mio parere, se utilizza uno stile cerimoniale in determinati frangenti, forse un motivo c’è, anche se a noi oscuro. Del resto la comunicazione è importante per far comprendere a chi guarda il “peso” di cosa si sta facendo. Forse quello che definisci “trionfalismo cerimoniale” potrebbe servire per comunicare la preziosità di talune azioni…

    un saluto

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