Il Cantico

Gabriella Gambino

img124Il tema dell’educazione all’affettività in famiglia non può essere affrontato in maniera adeguata ed esauriente se non prendendo le mosse da una comprensione di quelli che sono i compiti della famiglia cristiana e, in particolare, dei genitori rispetto ai figli, affinché essi possano crescere nella consapevolezza di avere una specifica vocazione all’amore. In particolare:
1. la famiglia cristiana ha un compito essenziale nel far emergere in ogni soggetto familiare la sua identità di Figlio di Dio;
2. la famiglia cristiana ha un compito irriducibile di educazione morale dei propri membri alla libertà e alla responsabilità. La dimensione religiosa della famiglia, in altre parole, è inscindibilmente e intrinsecamente legata alla vita morale dei suoi membri1. Dall’idea di Dio che gli adulti trasmettono ai propri figli si genera, infatti, l’idea di libertà che contrassegnerà la loro vita morale. Sapersi figli di Dio (e dunque, avere consapevolezza della propria identità filiale) è la pre-condizione nella quale può prendere forma un ordine di verità, che è coessenziale per saper agire secondo un’autentica libertà.
Poiché l’educazione all’affettività è inscindibilmente legata all’educazione all’amore, ma amore e libertà non possono mai essere disgiunti per definizione (un amore forzato o condizionato non è vero amore), vorrei partire da questo specifico aspetto dell’educazione alla libertà, che credo sia fondamentale per contestualizzare l’educazione all’amore. I due punti che sto per sviluppare costituiscono, a mio avviso, infatti, i presupposti a partire dai quali si può impostare un’adeguata educazione all’affettività in famiglia.

1. LA CONSAPEVOLEZZA DELLA PROPRIA VOCAZIONE ALL’AMORE PRENDE FORMA NELLA FAMIGLIA
“La famiglia è la sorgente da cui attingere la consapevolezza di essere figli di Dio, chiamati per vocazione all’amore”2
Gesù nasce in una famiglia nella quale rimane per trent’anni, dove cresce in “sapienza, età e grazia” (Lc. 2,51-52), coltivando quella vocazione per la quale il Padre lo ha inviato nel mondo. Così accade anche nella famiglia ove ognuno di noi scopre la propria identità filiale. Questa scoperta di amore è coessenziale alla nostra capacità di diventare adulti e comprendere la nostra personale vocazione, come chiamata ad amare a nostra volta, facendoci generativi.
La famiglia, infatti, è il luogo della nostra origine, il luogo in cui prende forma la consapevolezza di ogni uomo di avere un Padre che, con la vita, lo chiama ad amare. Non solo ad amare coi sentimenti e gli affetti, ma ontologicamente, perché ciascun uomo è chiamato ad essere-per-amare in ragione della sua natura filiale.
In particolare, è l’amore tra uomo e donna ad emergere “come archetipo di amore per eccellenza”3: da esso scaturisce la capacità di donare la vita nel fluire del tempo tra le generazioni e di donare identità4.
In questo senso, la teologia cristiana della famiglia (intesa proprio come strumento di comprensione della famiglia) esprime il legame profondo che c’è tra la struttura della famiglia umana e la nostra familiarità con Dio: è nella famiglia, dove l’uomo viene al mondo nella condizione di figlio, che egli apprende il discorso su Dio Padre, in quella famiglia dove si radicano in maniera stabile le sue origini e la sua identità umana e cristiana.
Ma che ne è oggi di questo discorso su Dio e sull’identità dell’uomo, in un’epoca in cui la cultura sottopone la famiglia a sfide destabilizzanti, che disorientano l’individuo alla ricerca delle sue origini e della sua identità?img126
Sul piano sociale, la famiglia cristiana contemporanea sta vivendo anni di grandi difficoltà5. Sono, in particolare, la stabilità familiare e il concetto di filiazione ad essere insistentemente travolte dalle trasformazioni sociali e culturali in atto. E ciò non resterà privo di effetti sulle generazioni future, visto che è dalla stabilità del matrimonio e dal modo di pensare e impostare la generazione dei figli che derivano le principali relazioni familiari, quelle che poi fondano la nostra identità individuale6.
Alla radice del disorientamento etico che contraddistingue la famiglia oggi c’è, a ben vedere, l’abbandono della nostra condizione filiale. Il soggettivismo etico si sta radicando in un concetto di libertà inteso proprio a partire da un orizzonte di rinuncia alla nostra condizione di figli. Figli di un Dio Padre, che nel suo amore, ha disegnato la nostra libertà non come una pretesa o una scelta da far valere, bensì nel quadro di una promessa di un destino, di una vocazione. È questa promessa del nostro incontro col Padre che dovrebbe alimentare la nostra forza e guidarci nella vita morale, nell’esercizio della libertà, soprattutto all’interno della famiglia.
Diventa, invece, difficile, nel contesto sociale in cui si ritrova ad agire la Chiesa contemporanea, aiutare l’uomo a rispondere alla magna questio di Sant’Agostino: “da dove vengo e dove vado?”7.
L’oblio del nostro Principio, dell’Origine – della quale fanno parte le nostre origini familiari – al quale di fatto ci sta conducendo la società contemporanea, rischia di rendere impossibile la ricerca del fine della nostra vita, del senso dell’esistenza.
È, infatti, nel saper vedere che apparteniamo a qualcuno che si compie la nostra identità. Essere stati desiderati è la relazione cruciale intorno a cui si costruisce psicologicamente l’identità dell’individuo. La relazione originale con chi ci ha amati e desiderati struttura ciascuno di noi per tutta la sua esistenza8. E per tutta la vita l’individuo avrà bisogno di essere alimentato dal desiderio.
È questa l’origine della fragilità antropologica costitutiva, per questo l’uomo è un soggetto-in-relazione e ha strutturalmente bisogno degli altri: ma di legami forti, per alimentare il suo bisogno di ricevere e dare amore. La fragilità dei legami basati sul perenne arbitrio umano o sull’affetto non soddisfa il bisogno ontologico dell’uomo di avere radici. I legami familiari, strutturati nella carne, infatti, sono sym-bolon, parte di una totalità desiderata e cercata, che è ontologica, dunque propria dell’identità umana: l’uomo ha bisogno della donna, la paternità ha bisogno della maternità, il figlio del padre. Comprendere le nostre origini, da dove veniamo e perciò chi siamo – non solo rispetto alla nostra umanità, ma anche rispetto a Dio – è pre-condizione per poterci donare agli altri.
Possiamo amare, infatti, solo perché “Dio, per primo, ci ha amati” (1Gv. 4,10).
Ma dobbiamo essere consapevoli che alla radice del nostro esistere c’è il grande amore di Dio Padre per ciascuno di noi. C’è un desiderio di Dio: dunque, non solo un desiderio umano dei nostri genitori, ma un amore divino, fedele, sicuro, stabile, accogliente, che si manifesta in seno ad una famiglia costruita sull’amore forte e fedele tra un uomo e una donna che ci hanno generati, e che ha stabilità per ordinamento divino, perché “Dio stesso è l’autore del matrimonio”9. Solo così possiamo avere le condizioni migliori per incontrare l’Amore di Dio e scoprire la sua Paternità, capace di farci generativi.
In particolare, la famiglia fondata sul matrimonio cristiano è il luogo nel quale la fedeltà di Dio si può manifestare con tutta la sua potenza, sia nel rapporto tra i coniugi, sia tra genitori e figli10, perché si può esprimere nel modo in cui ci ricorda Gesù: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt. 18,20).
È la consapevolezza che Gesù sta al centro della famiglia cristiana che oggi deve farsi fede concreta: capacità di fidarsi di Dio. Fidarsi del fatto che la storia di ogni famiglia e di ogni figlio si inscrivono nella storia di una Famiglia più grande: quella dei Figli di Dio11.
È questo uno degli aspetti dell’annuncio cristiano della famiglia che oggi va recuperato per restituire ai nostri figli la certezza della loro vocazione cristiana. E della loro vocazione all’amore.
Con il matrimonio, infatti, Dio trasforma gli sposi in apostoli dentro un Progetto che siamo invitati a scoprire e realizzare con i figli, sapendo che è un progetto misterioso, intimo, segreto fra noi e Dio, e che man mano che si disvela va annunciato al mondo. Porre Cristo al centro della vita dei figli, inoltre, è il segreto che permetterà loro di “non avere paura” (come l’Angelo ha sussurrato a Maria, Lc. 1,30), qualunque sia il percorso che si staglierà sotto il loro cammino.
Certamente, la vita viene percepita come vocazione quando si riesce a scorgere in essa una chiamata: nella vita convulsa e rumorosa di oggi, la famiglia cristiana ha il difficile compito di richiamare i propri figli al silenzio e all’ascolto, allo sguardo contemplativo di fronte al dono più grande di Dio Padre: suo figlio in croce, Vertice dell’amore Paterno, affinché sappiano interrogarsi sul senso del dono radicale e definitivo che Dio ha fatto a ciascuno di loro; dunque, in ultima istanza e ancora una volta, affinché possano sentirsi figli.
È questo, infatti, il passaggio cruciale per capire oggi il significato autentico della libertà, che è proprio la capacità di rispondere alla proposta d’Amore fatta da Dio a ciascuno di noi, ossia la capacità di dire di sì alla nostra vocazione.

2. IL LEGAME TRA FEDE E VITA MORALE PER UN’EDUCAZIONE ALL’AMORE.
Insegnare a progettare la propria esistenza e a viverla come una vocazione è il compito, non solo religioso, ma morale affidato alla famiglia. L’annuncio cristiano deve tradursi in un insegnamento che sappia generare virtù, comportamenti buoni perché sorretti e guidati dalla Grazia. La dimensione religiosa della famiglia, infatti, è inscindibilmente e intrinsecamente legata alla vita morale dei suoi membri12: la famiglia, in altre parole, ha un compito irriducibile di educazione morale alla libertà nella responsabilità di sé e degli altri.
Tuttavia, nella società secolarizzata, di fronte ad una libertà concepita a partire dalla mancanza della nostra condizione filiale, siamo privati dell’orizzonte della promessa. Tutto è ridotto ad una scelta, ad una decisione autoreferenziale nella quale siamo soli, senza radici. Il “diritto ad essere lasciati soli” – tematizzato anche da vari giuristi e bioeticisti – nelle decisioni fondamentali della vita, quelle nelle quali si gioca lo scarto fra spazio pubblico e spazio privato (nel nome del diritto alla privacy) rischia di condurre gli adulti a trasmettere alle nuove generazioni un’idea di libertà solipsistica ed autoreferenziale, capace di gettare nella disperazione l’individuo umano.
img132 (1)Il “diritto alla solitudine”, infatti, scardina alla radice la bellezza e la ricchezza della co-esistenza umana, l’esserci di ogni soggetto accanto all’altro, ma soprattutto scardina la relazione d’amore e di fiducia tra l’uomo e Dio. Per questo, la presenza continuativa dei genitori accanto ai figli è coessenziale alla loro possibilità di percepire la presenza dell’amore di Dio, che c’è sempre e sta lì, con le braccia aperte, per accoglierli quando si sentono soli e disorientati.
Il “non è bene che l’uomo sia solo”, nella Genesi, è l’espressione, infatti, della necessità di una comunione, prima di tutto tra uomo e donna, ma anche tra genitori e figli, che si fa così paradigma di una condizione antropologica all’interno della famiglia.
Orfani di un Dio Padre, invece, oggi viviamo una vita pratica “come se Dio non esistesse”: una radicale frattura tra la nostra vita religiosa e la nostra vita morale, che va urgentemente risanata. La famiglia cristiana, infatti, è chiamata a testimoniare con coraggio una visione cristiana della realtà, una visione delle cose secondo Dio. In questo senso la fede deve tradursi in un agire etico: essa esige un impegno coerente di vita. Chi desidera dimorare in Cristo, deve comportarsi come Lui. E ciò vale specialmente in ordine alla famiglia, alle decisioni etiche dei coniugi sull’intimità della loro vita coniugale, sull’accoglienza dei figli, sull’educazione che ad essi è affidata.
L’insegnamento magistrale della Veritatis Splendor dovrebbe essere riproposto oggi ad ogni famiglia e a ciascuno dei nostri figli. Il senso della storia del giovane ricco, in fondo, è la storia che si ripete ogni volta che un figlio arriva all’età giusta per porsi la domanda sul bene. È in quel momento che i genitori possono svelargli il segreto: è Dio il Bene e solo da Lui possiamo avere la risposta su ciò che è bene e su ciò che è male. Bisogna spiegare ai propri figli che la domanda religiosa che ciascuno di noi si pone, quella che ci fa rivolgere lo sguardo verso l’Alto e dare un senso di trascendenza alla nostra vita, chiama all’azione morale. L’impegno del cuore chiama ad un agire che piace a Dio (1 Ts. 4,1), fondato sulla libertà (“se vuoi”) e sulla Grazia (“vieni e seguimi”).
Non sulla libertà dal precetto, ma nel precetto, che ci aiuta a rimanere nel progetto d’amore per mezzo della Grazia: ossia la possibilità di aprire l’intelletto alla “verità delle cose” affinché la volontà possa perseguirla13.
La libertà dell’uomo, infatti, non crea la verità, ma deve aderire ad essa. La scoperta della verità delle cose – della bontà e bellezza della verità – in altre parole, non è solo l’esito di un atto della volontà che vuole aderire ad essa, ma prima ancora è l’Essere che si lascia contemplare, che si mostra alla ragione umana. La conoscenza, infatti, spalanca alla mente umana la realtà, che la precede e la anticipa. E la coscienza non prende solo delle decisioni (come ci induce a credere il linguaggio normativo contemporaneo), ma prima ancora deve saper formulare dei giudizi, ai quali la famiglia cristiana deve saper educare i propri figli affinché apprendano l’habitus a ragionare secondo la visione di Dio. La libertà ha senso perché esiste la verità, un orizzonte teoretico di comprensione del mondo e della realtà. E l’annuncio della verità ha senso perché esiste un orizzonte di scelta, altrimenti non avremmo annuncio, ma comando.
Per questo la coscienza deve essere illuminata e sostenuta dalla Grazia. La famiglia cristiana ha bisogno della forza dello Spirito Santo per vivere secondo i comandamenti di Dio, che sono proporzionati solo alla capacità dell’uomo a cui è donato lo Spirito14. Ma la Grazia – per i coniugi – si irradia a partire dal sacramento del matrimonio, vincolo contrassegnato da una forza, che è l’amore di Cristo che sigilla l’unione degli sposi, aiutandoli a rimanere fedeli alla loro vocazione nel tempo.
Il sacramento, infatti, è un segno visibile della Grazia, dono di una relazione nuova che perfeziona, purifica e sostiene la relazione naturale tra uomo e donna. Essa rende l’uomo “prossimo” di Dio e lo santifica perché impregna la natura dell’anima con la vita di Dio. Gli sposi entrano nell’orbita della Grazia e diventano l’uno per l’altro gli strumenti dell’agire di Dio.
Il sacramento rende, pertanto, l’uomo partecipe di ciò che è divino, creando nella natura le forze soprannaturali che rendono possibile la pienezza della vita della persona, che significa la vita secondo i piani di Dio, la Provvidenza. Tirare fuori tutte queste forze possibili, tuttavia, è compito degli uomini. E la famiglia è il luogo privilegiato di questa Grazia che scaturisce dal sacramento.
La Grazia, dunque, non è una teoria, ma una reale dotazione con cui gli sposi devono costruire la loro perfezione cristiana legata alla loro vocazione. E in ultima istanza, consiste nell’amore, che è il fondamento morale del matrimonio15. Essa illumina e fortifica la costruzione della comunione familiare e ha a che fare con la carità coniugale, che è l’amore che lo Spirito riversa sugli sposi, affinché vivano secondo l’amore di Cristo. Con la testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio si può dare oggi testimonianza ai propri figli dell’indissolubilità dell’amore di Dio per ciascuno di loro. E la relazione filiale, che sorge dai legami familiari, può farsi relazione con Dio, e poi ancora nuova relazione familiare nelle nuove generazioni.
Certo, è difficile tenere insieme fede e vita morale, soprattutto nell’attuazione pratica della nostra vita affettiva. Ma la testimonianza della nostra fede è autentica ed incisiva solo se, per mezzo di questa forza, si fa vita pratica. Impregnati di una cultura razionalista, decisionista e formalista, solo una vita morale fedele alla verità riesce a farsi rivelazione agli uomini di una fede nella vita concreta di tutti i giorni, capace di farci fare un salto verso una forma di conoscenza più piena di quella meramente razionalista.
Una conoscenza che scaturisce da un rapporto personale con Dio: il cristianesimo, infatti, non nasce da un libro, ma da una persona, e l’errore più grande nel quale oggi si può cadere è quello di dire ai nostri figli che l’essenza della vita cristiana è costituita dall’esempio (storico) di Gesù, al quale li esortiamo, quando invece essa è costituita dal dono della sua persona (Sant’Agostino). Essere cristiani vuol dire essere con Cristo presente e vivo, che ogni giorno ci cerca, ci aspetta, ci ascolta e ci sussurra nella coscienza la verità su quello che possiamo fare e su quello che dobbiamo fare per essere felici.
E che esige da noi una sola cosa: l’atteggiamento umile della ragione16, che sa di non poter cercare in sé il contenuto misterioso della propria vocazione. Mistero, infatti, non è l’irrazionale, ma ciò che si può conoscere solo per mezzo di una rivelazione, ossia una comunicazione personale tra l’io e Dio.
La famiglia cristiana ha un segreto da trasmettere ai propri figli, un segreto che costituisce in fondo il “mistero” della famiglia, un segreto che Dio sussurra ai coniugi con la Grazia del sacramento e la certezza che la loro vita è la risposta ad una vocazione. Un segreto che i genitori, pastori dei propri figli, hanno il compito di testimoniare loro. In fondo, credo sia questa la testimonianza più autentica e importante che la famiglia cristiana può dare oggi: quella che deve a se stessa tra le mura domestiche, nell’oikos, dove i figli ci osservano. Siamo noi adulti a doverci fare testimonianza viva di un messaggio, lo stesso che Karol Wojtyla ha lasciato scritto nei suoi Esercizi spirituali: “in ogni caso, nel cammino dell’amore che la vita porta con sé, ricordatevi di questo: che sopra tutti gli amori, vi è un Amore. Un Amore senza resistenza. Senza titubanza. È l’amore col quale Cristo amò ciascuno di voi”17.

Gabriella Gambino
Sottosegretario Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita,
Professore di Bioetica e filosofia della famiglia,
Pontificio Ist. Teologico Giovanni Paolo II
per Studi su Matrimonio e Famiglia

1 Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis Splendor, 1993, n. 4.
2 Sinodo dei Vescovi, III Assemblea Generale Straordinaria,Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazionene, Instrumentum Laboris, Milano, San Paolo, 2014, n. 43. Cfr. anche la Catechesi di Francesco sulla Famiglia, “I figli”, 16 maggio 2015: “Essere figli è la condizione fondamentale per conoscere l’amore di Dio, che è la fonte ultima di questo autentico miracolo. Nell’anima di ogni figlio, per quanto vulnerabile, Dio pone il sigillo di questo amore, che è alla base della sua dignità personale, una dignità che niente e nessuno potrà distruggere”.
3 Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, n.2.
4 Sul punto, si veda la bella espressione usata da E. Ronchi, Le case di Maria. Polifonia dell’esistenza e degli affetti, Milano, Paoline, 2006, p. 54: l’uomo e la donna sono coloro “senza il cui coraggio nemmeno Dio potrebbe avere dei figli”.
5 Gaudium et Spes, n. 47.
6 Nella Relazione finale al Sinodo si legge: “Bisogna considerare il crescente pericolo rappresentato da un individualismo esasperato che snatura i legami familiari e finisce per considerare ogni componente della famiglia come un’isola, facendo prevalere, in certi casi, l’idea di un soggetto che si costruisce secondo i propri desideri assunti come un assoluto. A ciò si aggiunge anche la crisi della fede che ha toccato tanti cattolici e che spesso è all’origine delle crisi del matrimonio e della famiglia”. Relazione finale al Sinodo, 19 ottobre 2014, n. 5.
7 Sant’Agostino, Confessioni, IV, 4.
8 Per questo nella società di oggi, nella quale il desiderio del figlio è stato separato dal desiderio sessuale e dal desiderio di alleanza coniugale, le relazioni rischiano di condurre ad una realtà solo frammentata che gli individui cercheranno, per tutta la loro vita, di ricomporre. Così P. Yonnet, Le conseguenze culturali della rivoluzione demografica, in L. Scaraffia (a cura di), Custodi e interpreti della vita. Attualità dell’Enciclica Humanae Vitae, Lateran University Press, Città del Vaticano, 2010, pp. 79-93.
9 Gaudium et Spes, n. 48.
10 Lumen Gentium, n. 11, Apostolicam Actuositatem, n. 11, Familiaris Consortio, n. 21.
11 J.J. Perez-Soba, Il mistero della famiglia, Siena, Cantagalli, 2010, p. 81.
12 Veritatis Splendor, n. 4.
13 San Tommaso d’Aquino, I Sermoni (Sermones) e le due lezioni inaugurali (Principia), Ed. Studio Domenicano, 2003 (a cura di Carbone G. M.; trad. di C. Pandolfi) e Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2: “La Grazia perfeziona la natura, non la distrugge”.
14 Veritatis Splendor, n. 103. E prima, al n. 102: “Dio infatti non comanda ciò che è impossibile, ma nel comandare ti esorta a fare tutto quello che puoi, a chiedere ciò che non puoi e ti aiuta perché tu possa”. Come spiega Sant’Agostino, infatti, “la legge è stata data perché si invocasse la grazia; la grazia è stata data perché si osservasse la legge”. (Sant’Agostino, De spiritu et littera, 19, 34: CSEL 60, 187).
15 Cfr. K. Wojtyla, L’amore è il fondamento morale del matrimonio, 1961.
16 Cfr. J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Brescia, Queriniana, 2005, pp. 31, ss.
17 K. Wojtyla, Esercizi spirituali per giovani, Libreria Ed. Vaticana, 1982

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