Il Cantico

Pedagogia della Pace e cura del bene comune
Risonanze dalla Scuola di Pace – Roma, 2-5 gennaio 2012

Educare i giovani alla giustizia e alla pace | ilcantico.fratejacopa.net

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Il Messaggio del Santo Padre per la 45ª Giornata Mondiale della Pace, riproposto nel commento di S.E. Mons. Mario Toso (Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace) ha costituito l’orizzonte dei lavori delle tre intense giornate. Nella ricca e articolata relazione di apertura del Convegno (si rimanda al testo integrale pubblicato nelle pagine a seguire), Mons. Toso, dopo aver riportato in presenza il senso di fondo del Messaggio che ci chiama in causa come responsabili dell’educazione, ha magistralmente tratteggiato le condizioni essenziali per educare i giovani ad essere protagonisti di giustizia e di pace e rifocalizzato i contenuti della educazione alla pace, alla verità, alla libertà e alla giustizia, facendo assaporare, in un crescendo, tutta la problematicità del tema nel contesto attuale. Ha così posto con rigore un appello a un impegno perseverante in una mobilitazione per il bene, una mobilitazione seria, sistematica, per un investimento educativo che non può prescindere dal prendersi cura della res pubblica.

La speranza certa in un Dio che cammina con noi nella storia, deve ancora più spingerci ad una cura del bene comune, tanto più in questo nostro tempo in cui si è smarrita la stessa idea di bene comune; deve sostenere il nostro impegno a creare spazi anche all’interno della comunità ecclesiale in cui sia possibile esercitare quella “vigilanza” che permette di “destare la coscienza delle grandi questioni nazionali ed internazionali” e di porsi in stato di risposta per riparare agli enormi squilibri che devastano la dignità umana e la dignità dei popoli. La passione per la cura del bene comune – il bene correlativo al bene integrale dell’uomo e al bene integrale della famiglia umana – deve investire la nostra vita e promuovere un esercizio attivo di cittadinanza, che si incardina in quella evangelizzazione del sociale che deve trovare il suo primo ambito proprio all’interno delle nostre chiese locali in cui offrire ai giovani percorsi, itinerari, occasioni per apprendere la grammatica sociale nelle mutate condizioni dei tempi alla luce del Magistero della Chiesa.

educare-i-giovani-0La relazione del Prof. Antonio Parisella (docente di storia contemporanea – Università degli Studi di Parma) “Pedagogia della pace tra memoria e profezia”, a partire da una rilettura laica del Messaggio per la Pace – dunque puntando l’attenzione ad una educazione alla salvezza dell’umanità e del creato come problema politico – ha rimarcato l’aspetto pedagogico avvalendosi come filigrana della Preghiera semplice attribuita a S. Francesco. Dopo aver evidenziato la necessità che la memoria sia liberata per non essere essa stessa motivo di conflitto e dopo avere sottolineato come la profezia non sia un’utopia, bensì qualcosa di concreto non realizzabile oggi ma che può essere realizzato, il relatore ha fatto sentire la pace e il lavorare per la pace come la più grande risorsa di trasformazione. Privilegiando come ambito di riferimento le istituzioni educative, ha via via proposto il cambiamento di metodo insito nella pedagogia della pace che è chiamata a non creare barriere ma a costruire continuamente ponti.

Se dal punto di vista della realtà l’apertura al trascendente viene prima rispetto all’apertura agli altri, per la pedagogia della pace l’apertura agli altri va posta in preminenza, e questo è particolarmente vero nell’ambito delle istituzioni educative. Nella scuola si costruisce giorno per giorno la pace (e molto di più si dovrebbe fare ponendo attenzione alla cultura della pace) nella convivenza ad esempio tra gli studenti ormai appartenenti a diverse culture e nazionalità: c’è qui la possibilità di una partecipazione attiva alla costruzione di una società più umana e fraterna veramente straordinaria, ricordando sempre che lo sperimentare dal basso è la più efficace educazione delle giovani generazioni alla pace. Inoltre la convivenza fa scoprire la fratellanza e la fratellanza fa scoprire il Padre (molto difficile invece in una pedagogia deduttiva). La pace non è solo assenza di conflitto, ma costruzione di condizioni che la permettano: non ci può essere pace – come afferma chiaramente il Messaggio – senza la giustizia sociale.

Il riconoscimento della dignità della persona umana è il presupposto di tutto il resto. Occorre tenere in massimo conto i diritti della persona e del creato, le relazioni tra diverse società e le relazioni tra stati, ed è assolutamente indispensabile per qualsiasi politica di sviluppo e di pace che non sia negato il libero accesso all’istruzione. La pace va costruita come azione quotidiana da parte degli operatori di pace. Qui la Preghiera Semplice offre ancora una indicazione in questa pedagogia della pace: nell’invocazione “Fa di me uno strumento della tua pace”, ricordava il Prof. Parisella, non c’è la richiesta che il Signore faccia tutto, c’è la richiesta ad essere sostenuto nell’adempiere al compito della pace. E tutto questo noi dobbiamo imparare a declinarlo nella nostra realtà, nelle nostre famiglie, nella scuola, nell’ambito sociale, civile, politico, nutriti dalla prospettiva trascendente e proprio per questo pronti ad individuare i punti di convergenza fondamentali per poter costruire assieme all’altro autentici cammini di pace.

educare-i-giovani-2Con la relazione del Dott. Paolo Evangelisti (cultore della materia in storia medioevale presso l’Università degli Studi di Trieste) “Riflessioni sul bene comune – Proposte francescane per la edificazione della res pubblica” l’attenzione, suscitata dalle precedenti relazioni sull’importanza della cura del bene comune per il farsi della pace, è stata finalizzata a coglierne le radici francescane per fare memoria di quella ricchezza di pensiero che, quale patrimonio fecondo di chiesa, ha inciso nella stessa costruzione della civilitas. Lo studio del dott. Evangelisti (che sarà pubblicato nei prossimi numeri del Cantico) ha portato ancora una volta in evidenza la forza generativa della scelta della povertà evangelica, rendendo ragione della competenza del francescanesimo a ragionare di res pubblica. Il percorso di indagine testuale che ha attraversato i primi secoli della storia francescana unendo in una stessa intensa e progressiva riflessione pensatori e santi da Peckam a S. Bonaventura, all’Olivi fino a Giacomo della Marca e a S. Bernardino da Siena, ha reso ragione del fatto che la povertà volontaria non è una rinuncia cieca, si specifica nell’ adottare un uso non proprietario dei beni e quindi nella cura continua di un metodo nella gestione e nell’uso non proprietario della ricchezza e del potere.

Non si tratta di una fuga dal mondo, ma di un modo nuovo di rapportarsi al mondo; siamo di fronte non ad una spiritualità monastica ma ad una spiritualità relazionale, sociale, ancorata alla trasformazione per uno sviluppo pieno dell’umano e della società sotto l’indirizzo della carità fraterna. La politica stessa dei rapporti con la res pubblica viene definito da questi grandi maestri francescani come la più alta forma di carità e va perseguita nella misura di amore che ci ha significato il Cristo passionato dando la sua vita per tutti. Questa scuola continuativa di pensiero porta in presenza la potenzialità dinamica di rinnovamento della società che viene dalla sequela Christi della povertà e che nulla tralascia, circostanziando ciò in cui consiste il bene comune, determinando i modi di gestione della res pubblica, fino ad arrivare a definire lo statuto della moneta in una chiave di grande attualità anche rispetto alle problematiche della finanziarizzazione in atto in questa nostra società globalizzata. Il recupero di questo straordinario giacimento francescano ci compete.

Il prendere coscienza di questo patrimonio è importantissimo perché offre luci di grande spessore che ben si uniscono al cammino del Magistero (basti pensare alla Caritas in Veritate), luci ricercate oggi in ambito economico e politico, e al tempo stesso offre indicazioni preziose in ordine ad un modo di essere sempre più conforme al Vangelo della fraternità, chiedendoci revisioni profonde di vita, se vogliamo essere artefici di pace. Innanzitutto ci chiama a sentire tutta la responsabilità di uscire definitivamente da una visione edulcorata della spiritualità francescana, da un francescanesimo depauperato della sua potenzialità evangelica. Questa eredità ci chiede di interrogarci su come ci relazioniamo a questo nostro tempo, come ci relazioniamo al creato, come traduciamo noi in questo nostro oggi l’uso non proprietario dei beni, delle ricchezze, dei talenti, del tempo stesso, quale uso noi facciamo dei diritto di cittadinanza. Sono cose molto semplici ma molto impegnative: si tratta di crescere nel senso di responsabilità del bene comune, di crescere nella consapevolezza della destinazione universale dei beni, di crescere nella dimensione della “amministrazione” fedele. In presenza di una cura del bene comune, che viene misurato dall’amore di Cristo crocifisso, tutto questo, si fa interpellanza per noi a vivere questa più alta forma di carità che il francescanesimo ci indica, che non è il “fare l’elemosina” ma l’operare per rendere possibile a tutti lo sviluppo della propria dignità nella partecipazione alla comune origine e al comune destino di famiglia dei figli di Dio.

educare-i-giovani-3La riflessione di Giorgio Grillini (Commissione Formazione – Giustizia e Pace) su “Povertà e globalizzazione” ha sottolineato come si imponga un ripensamento profondo dei parametri della vita economica e sociale. A fronte di una competizione economica che ha ormai i contorni di una guerra; a fronte di una insostenibilità del modo di vivere dei paesi occidentali e dell’affacciarsi delle nuove potenze trascinate dallo stesso modello di sviluppo; a fronte di una finanziarizzazione dell’economia che non ha confini; a fronte di sempre più estese forme di povertà in termini di nuove schiavitù e di esclusioni sempre più ampie nel vecchio come nel nuovo mondo, emerge una interdipendenza sempre più definita con cui fare i conti, imparando a porsi insieme una domanda di fondo: quale tipo di sviluppo e di armonizzazione tra le diverse nazioni è da conseguire per la realizzazione della pace? Siamo in presenza ormai di un unico mercato mondiale non controllato ed emerge la necessità di un nuovo governo mondiale. Ma questo ethos mondiale (da cui passa il problema della democrazia e della inclusività) si riuscirà a costruire solo se gli uomini si riconoscono tra di loro. Si impongono relazioni e relazioni stabili e tutto questo può passare solo attraverso regole condivise. E dobbiamo prendere atto del fatto che dovremo andare ad un riequilibrio: c’è un debito che dobbiamo pagare come paesi occidentali, un debito economico, ma anche un debito da pagare verso altri paesi e le future generazioni. Il G20 è un passo avanti rispetto al G8, ma il problema è nel non continuare ad ingenerare perversioni; il G20 sarà costretto a scoprire una nuova e più diffusiva distribuzione della ricchezza. Ingenerare circuiti virtuosi per una reciprocità che si allarghi a tutti i paesi sarà occasione di autentico sviluppo.

Il tema “Quale stile di vita per il farsi della pace?” ha costituito l’ultima parte della Scuola di Pace. Quando parliamo di stile di vita parliamo di un punto nodale e tanto più per educare i giovani alla giustizia e alla pace. Un punto nodale per poterci mettere in cammino personalmente e come fraternità in quella responsabilità di edificazione della pace che riguarda tutta la nostra esistenza. La riflessione sul Messaggio del Santo Padre ci ha riportato alla nostra responsabilità di testimonianza in ordine alla trasmissione della fede ai giovani, alla necessità di una testimonianza credibile, una testimonianza che deve essere percepibile incarnando quei criteri alternativi al modo imperante di vivere oggi (per il profitto, per il proprio piacere, per il proprio utile) e che rimanda al vero bene della vita. Il tema della pedagogia della pace ha ulteriormente sottolineato questa esigenza perché la pedagogia della pace ci richiede un’attenzione a far sperimentare percorsi nuovi in una prospettiva di convivialità e di condivisione che facciano scoprire la bellezza di una relazionalità con l’altro. La riflessione sul bene comune, scaturita con particolare evidenza nell’indagine sulla scelta francescana della povertà scoperta come via di salvezza, ci ha rimandato fortemente ad interrogarci sul nostro modo di essere nel mondo, se vogliamo vivere nella custodia del fratello, invece che rispondere come Caino “sono forse io il custode del mio fratello?”.

Le argomentazioni proposte nel rapporto tra povertà e globalizzazione hanno evidenziato la interdipendenza in cui oggi viviamo e la necessità di “pagare il debito” nel senso più pieno, vale a dire nel senso di “restituzione”, liberando risorse per la vita di tutti e per uno sviluppo autenticamente umano. Ma come potrà avvenire tutto questo senza uomini e donne appassionati al compito di onorare il piano di Dio sull’umanità e sul creato? Senza uomini e donne capaci di conversione, capaci appunto di un nuovo stile di vita, orientato alla condivisione, all’accoglienza, alla cura del bene comune, che sappia rendere ragione nei fatti della speranza che è in noi? Senza uomini e donne capaci di dire il proprio no alla mercificazione della vita e del creato oggi dominanti? P. Lorenzo Di Giuseppe (docente di teologia morale) con la sua relazione “Quale stile di vita per il farsi della pace”, attraverso un excursus biblico sul rapporto con i beni e con il povero, ci ha aiutato a rimettere al centro il tema della conversione. Il problema è di guarire la mente e il cuore dell’uomo, uscendo dalla mentalità idolatrica che considera i beni come dio della vita. La povertà volontaria è proprio questa liberazione per ripristinare il disegno di Dio, purificando la mente e il cuore sia dalla contrapposizione a Dio, sia dalla contrapposizione con i fratelli. C’è bisogno di rimettersi davanti a Dio per riconoscere questa dipendenza fontale e poter benedire Dio perché la vita non prende senso dall’avere, ma dall’essere in quella comunione con Dio e con i fratelli che riscopre il piano di Dio e ci dà la possibilità di inverarlo nella storia.

L’importanza dello stile di vita si inserisce qui: nel farci trasparanti del senso delle nostre scelte; nell’avvertire la necessità di un cammino perseverante di conversione che deve essere misurato quotidianamente dell’attenzione a ciò che è fondamentale rispetto ad una cultura relativistica e consumistica che inquina ormai ogni momento del nostro agire e del nostro essere. Non si tratta di un moralismo, ma di una continua custodia della vita in Dio per rinnovare la nostra relazione con Dio, con gli uomini e col creato e “riparare” come reale servizio alla verità sull’uomo che non si da per se stesso, da se stesso, ma è donato a se stesso da Dio, e come reale servizio alla verità sull’umanità chiamata a comprendersi e a vivere come famiglia dei figli di Dio. L’educare i giovani alla giustizia e alla pace “comunicando ai giovani – come sottolinea il Messaggio per la Pace – l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del bene”, ha qui un passaggio fondamentale. L’articolato lavoro della Scuola di Pace, arricchito di dialogo, di preghiera, di propositi, ha trovato così la sua conclusione in quel “ricominciare” proprio dell’eredità di Francesco, nella rimotivata coscienza che l’educare i giovani alla giustizia e alla pace ci chiama alla responsabilità di testimoniare una laicità cristiana matura e gioiosa, consapevole che lo stile del cristiano non può essere quello della rassegnazione o dell’indifferenza, ma quello dell’interesse, del prendersi cura del bene dell’altro, del bene comune di ciascun uomo e di tutto l’uomo, del prendersi cura della dignità irripetibile di ogni uomo per il quale Cristo è nato, è morto, è risorto. Una laicità cristiana che mai come oggi dal quotidiano della propria vita è chiamata ad abbracciare il mondo.

A cura di Argia Passoni

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