Il Cantico

La festa di S. Francesco inizia il 3 ottobre al Vespro con la celebrazione del suo “Transito”. A vent’anni da quella che Francesco chiamava la «sua conversione» e a due dal dono delle stimmate che lo rendevano anche corporalmente simile al Crocifisso, Francesco d’Assisi passò da questa vita alla Casa del Padre, vestito solo di povertà e adagiato sulla nuda terra. La sua morte fu sempre chiamata «transito» perchè in pochi fu evidente come in lui, più che il cessare della vita terrena, il passaggio alla vera vita. Sul letto di morte S. Francesco disse ai suoi fratelli “Io ho fatto la mia parte, la vostra ve la insegni Cristo”FF 1239). È un monito per tutti noi a cui ritornare per accogliere e mettere a frutto la sua preziosa eredità. La riflessione di P. Lorenzo  Di Giuseppe ci aiuta a coglierne la lezione di vita.

berlingjpegPenso che anche altri con me si saranno domandato il senso delle parole di S. Francesco prossima alla sua morte, quando “disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, con la faccia sollevata al cielo… mentre con la mano sinistra copriva la ferita perché non si vedesse” disse ai fratelli: “Io ho fatto la mia parte, la vostra Cristo ve la insegni!” (FF 1239).
Il senso delle sue parole sembra ovvio, ma a pensarci bene a cosa si riferisce il nostro padre di così importante da raccomandarcelo nel momento della sua morte? Questo episodio della vita di Francesco richiama alla nostra mente le parole che S. Paolo scrisse, mentre anche lui avvertiva imminente il termine della sua vita: “Il mio sangue sta per essere versato ed è giunto il momento che io lasci questa vita.
Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà” (2Tm 4,6-8). Probabilmente S. Francesco chiama la “sua parte” quella che S. Paolo aveva chiamato la “buona battaglia”. In ambedue si tratta di quel che è stato la sostanza della missione ricevuta dal Signore e che di conseguenza era diventata il senso, l’anima della loro esistenza. Non sbagliamo quando pensiamo che la “battaglia o il combattimento” (combattimento della fede 1 Tm) e “la parte” sono riferite al portare Gesù Cristo agli uomini, annunciare il Vangelo perché gli uomini credano a Gesù Cristo e in lui possano sentirsi amati da Dio e perdonati dei loro peccati. Questo è una battaglia, un combattimento contro lo spirito del mondo che ha le radici ultime nel Maligno: esso catechizza continuamente l’uomo a sentirsi il dio della propria vita, ad adorare continuamente il denaro, il piacere e il proprio comodo. È una battaglia perché lo spirito del mondo ha inquinato la vera natura dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e liberare l’uomo dall’inganno in cui è rimasto invischiato è impresa difficile, è impresa possibile solo a Dio, Possibile solo al Figlio di Dio. Ma questa battaglia vinta da Gesù Risorto coinvolge ogni cristiano che ha la missione di cooperare a renderla presente in ogni tempo e tra tutti i popoli. Ecco dunque che questa è “la parte” che Francesco ha assunto come compito principale della sua vita, la missine che già a S. Damiano gli era stata affidata dal Crocifisso, il parlare alla gente di Gesù Cristo andando di villaggio in villaggio, parte che ha perseguito con tenacia fino alla fine portando a tutti le odorifere parole del Signore, parole di salvezza e di vita. Ma questa è la parte che ad ogni cristiano è affidata in modi diversi, ed è anche la nostra parte, il debito che abbiamo verso l’amore di Dio che ci ha chiamati alla fede e alla vita francescana.
Francesco morente ricorda a noi: “La vostra (parte) ve la insegni Cristo!” come dire: ognuno di noi faccia la “parte” che Cristo gli affida nel portare il Vangelo nel nostro tempo, nel facilitare il cammino di fede che certo è dono di Dio, ma è anche preparato, assecondato dal nostro operare come membra vive della Chiesa. Occorre annunciare il Vangelo, invitare le persone alla fede, aiutare le persone a trovare la felicità e la pienezza della vita incontrando Gesù Cristo. Si tratta anche di persone vicine a noi, forse della nostra stessa famiglia verso le quali nutriamo uno strano pudore a parlare di Gesù Cristo, temendo di condizionarli, di violentarli… o forse ci sentiamo scusati pensando che la cosa non li interessa; e così li lasciamo prigionieri, ingannati dallo spirito del mondo, incapaci di sentirsi amati, privi di senso e di gioia. Certo non possiamo dire di amare queste persone. Non possono lasciarci indifferenti le parole di S. Paolo di una attualità sconcertante: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno credere, senza aver prima creduto in Lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?” (Rm 10,13- 14). Il Signore ci insegni veramente la nostra “parte”!

p. Lorenzo Di Giuseppe

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