Il Cantico
Oggi insegnano che l’uomo è una cosa | ilcantico.fratejacopa.net

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Qualche giorno fa ho sentito al giornale radio una notizia che provo ora a riassumere. Un pool di professori di un’università americana ha scoperto il “segreto” della durata dei matrimoni: la quantità di dopamina (un neurotrasmettitore) nel cervello. Gli scienziati americani hanno ottenuto simile certezza mettendo a confronto alcune coppie di fidanzati “freschi”, cioè nei primi giorni dell’innamoramento, con altrettante coppie felicemente sposate da vent’anni. Ebbene – assicurano gli studiosi – sia nelle coppie del primo gruppo sia in quelle del secondo è stata riscontrata una dose rilevante di dopamina nel cervello. Ergo, la causa della felicità in amore è la dopamina.

Semplificazioni giornalistiche? Lo speravo, ma terminata la lettura della notizia il conduttore del gr ha intervistato un illustrissimo professore italiano, direttore di un autorevole istituto nazionale di neuroscienze, e gli ha chiesto: ma dunque essere innamorati è solo questione di quantità di dopamina? “Direi proprio di sì”, è stata la risposta testuale. Il professore si è mostrato quasi stupito della domanda, spiegando che ormai è più che accertato che ci si innamora solo perché nel cervello aumenta la dopamina.

Perché racconto questo episodio? Perché penso che sia un pur piccolo tassello di un gigantesco mosaico che costituisce la più grande menzogna del nostro tempo: la riduzione dell’uomo a una “cosa”, o se preferite a una sorta di robot. Notizie come questa della dopamina ne sentiamo e leggiamo quasi ogni giorno: scoperto il gene dell’infedeltà; scoperto il gene della violenza; scoperto il gene della generosità; scoperto il gene che ti fa essere di destra o di sinistra, e così via.
Il risultato è che l’uomo diventa una macchina che obbedisce a input predeterminati (dal Caso, naturalmente). Perde quindi ogni responsabilità. Per essere più precisi, perde la sua libertà.

Anni fa si voleva giustificare tutto con i condizionamenti psicologici e sociali: oggi con la materia. Il risultato è lo stesso: l’uomo non esiste. Credo che non occorra essere scienziati per capire che questa deriva “organicistica”, prima che essere contro una visione religiosa della vita, è contro la ragione. Sarà senz’altro vero, ad esempio, che in un innamorato si riscontra un aumento della dopamina. Ma perché quando mi aumenta (mio malgrado) la dopamina mi innamoro di quella e non di quell’altra? E quelli che dopo vent’anni di matrimonio si innamorano della ragazza più giovane? Anche in loro è aumentata la dopamina. Però non hanno mantenuto vivo il matrimonio, lo hanno sfasciato. E allora: l’aumento della dopamina nel cervello degli innamorati è una causa o un effetto?

Pur partendo da una banale notizia di gr, appare evidente che certa “scienza” cade nel ridicolo senza accorgersene. Nel ridicolo e nell’assurdo. Se siamo solo materia che obbedisce ai neurotrasmettitori, perché affannarsi tanto? E soprattutto, a che valgono tanti dibattiti di oggi sui “valori”, sull’etica? Vent’anni fa scrissi un libro (“L’eskimo in redazione”) dedicato ai cattivi maestri degli anni Settanta: quelli che giustificavano rivoluzione e lotta armata. Dai loro salotti furono i mandanti morali di tanti terroristi. Oggi i cattivi maestri sono più subdolamente nascosti, e sono tutti coloro – non solo con certe banalizzazioni scientifiche, sia chiaro: anche con altre argomentazioni – che sviliscono l’uomo negando la sua natura misteriosa, togliendogli dignità, riducendolo a cosa.

Il relativismo tanto denunciato dal Papa è parente stretto di questa visione dell’uomo. Se siamo solo materia irresponsabile e per giunta destinata a dissolversi nel nulla, chi può stabilire che cosa è vero e che cosa è falso? Che cosa lecito e che cosa illecito? La vulgata odierna vorrebbe definire l’uomo come lo definiva Petrolini: un pacco senza valore che l’ostetrica spedisce al becchino. L’osservazione della realtà ci porta invece a riconoscere che l’uomo è sì solo un puntino nell’universo: ma in tutto l’universo solo quel puntino è in grado di interrogarsi sul significato di sé e di tutto ciò che lo circonda.

Michele Brambilla – Giornalista, La Stampa

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