Il Cantico

On. Ernesto Preziosi

La politica fatica a misurarsi con i crescenti problemi del vivere insieme e ben di rado genera passione. Abbiamo la necessità di uscire da un senso di irrilevanza, di delusione e di trovare nuovi motivi per sperare e per guardare con ottimismo al futuro. La politica chiede di essere sempre rimotivata nelle sue dinamiche e la democrazia chiede di individuare nuove modalità per una nuova partecipazione. È necessario trovare nuova fiducia nella vita democratica.
Veniamo, infatti, da un periodo storico in cui la democrazia ha attraversato differenti fasi, non di rado involutive. Richiamo sommariamente alcuni passaggi a titolo esemplificativo.

1. LA LUNGA CRISI DELLA DEMOCRAZIA
img85Negli anni 80 sullo scenario della storia si è aperta una nuova fase in cui sembrava sciogliersi una lunga crisi (un simbolo fu la caduta del muro di Berlino), si diffuse così un certo entusiasmo, un nuovo modo di vedere il futuro e in tanti si accese la speranza che la democrazia avrebbe ormai vinto su tutti i fronti. Di lì a poco, negli anni ’90, ci si è resi conto che le ‘nuove’ democrazie avevano ancora molti passi da fare e che, chi aveva effettivamente ‘vinto’ erano stati una finanza speculativa senza controlli e senza responsabili, un grande capitalismo libero di scegliere dove produrre, dove vendere e dove pagare le tasse, una concorrenza fra stati per fornire paradisi fiscali .
Ciò ha contribuito a generare crisi nei piccoli produttori lasciando crescere un’area sempre più vasta di marginalità. In tutto questo processo la politica, dopo una fase in cui ha rincorso la liberalizzazione, con grande responsabilità anche della politica più progressista, dimostra ora subalternità e fatica a reagire.
Vi è stata poi una ulteriore illusione: credere che le ‘democrazie’ si potessero e si dovessero ‘esportare’, anche con le armi (si pensi all’intervento USA in Iraq), soprattutto sconfiggendo quei Paesi retti da regimi dittatoriali, favorendo poi, con debiti aiuti, l’insediarsi di regimi democratici.
In realtà ottenendo il risultato di consolidare forme di guerra permanente, o di aprire la strada ad una nuova spartizione tra i vecchi blocchi che si era sperato fossero ormai superati. Siamo inoltre in presenza di un fenomeno nuovo: la democrazia rischia di andare in crisi dove è presente da lungo tempo, venendo considerata un procedimento troppo farraginoso, che rallenta i processi decisionali e, per altro verso, la democrazia si diffonde in paesi che prima non ne hanno fatto esperienza.
Infine, l’obsolescenza delle ideologie e con essa quella dei partiti tradizionali, la comparsa di nuovi soggetti e movimenti politici portatori di differenti modalità di approccio alla democrazia con caratteristiche che spesso si presentano come demagogiche e populiste, ha portato, nei Paesi occidentali, ad un depauperamento della democrazia, ad una scarsa considerazione della sua efficacia, tanto che rischia di essere soppiantata da forme pseudo partecipative con drastiche e utopiche semplificazioni dei problemi, la cui soluzione magari viene affidata a modalità online.
Anche il dibattito sulle riforme, in particolare sul sistema elettorale, che tiene banco da mesi e resta attuale anche dopo l’esito del referendum del dicembre scorso, rischia di essere tirato da una parte e dall’altra, in base a possibili ritorni immediati.
Meglio sarebbe, nell’interesse supremo della democrazia, mantenere in primo piano le priorità di questa necessaria riforma: ricostruire un circuito fiduciario tra elettore ed eletto e restituire credibilità piena ai rappresentanti del popolo. Certo questi obiettivi non attengono solo alle regole elettorali, bensì alla ricostruzione di un quadro d’insieme, eppure anche quelle regole contano e la sensazione di non volerle affrontare, o di affrontarle con obiettivi contingenti, non giova alla politica.
Sono solo alcuni scenari di una crisi che preoccupa e di cui, nel nostro Paese, è un segnale la sottovalutata disaffezione alla politica, con relativo calo di partecipazione elettorale.
Per queste e tante altre ragioni, in anni recenti, molti studiosi si sono interrogati sul concetto di democrazia oggi: si è parlato così di ‘post-democrazia’ (Dahrendorf, ‘Dopo la democrazia’), di una democrazia che pare poter fare a meno del suo elemento fondamentale: democrazia senza popolo (C. Galli), di ‘democrazia ibrida’(Diamanti), in una società globalizzata si, ma ‘liquida’ (secondo Bauman) che lascia spazio al relativismo e all’esasperato individualismo, che si copre dietro un falso concetto di libertà, con una finanza che, invisibile, deborda e comanda; ancora un segnale di crisi della democrazia.

2. RAPPRESENTATIVA O DIRETTA
Norberto Bobbio già nel 1984, quindi in anni lontani, parlando del futuro della democrazia, in un volumetto che raccoglieva alcuni suoi saggi sull’argomento, affermava di preferire il termine ‘trasformazione’, anziché ‘crisi’ che “fa pensare a un collasso imminente” per aggiungere una rassicurazione: «La Democrazia non gode nel mondo di ottima salute, e del resto non l’ha mai goduta anche in passato, ma non è sull’orlo della tomba».
Bobbio faceva un interessante riferimento alla storia: «nessuno dei regimi democratici nati in Europa dopo la seconda guerra mondiale è stato abbattuto da una dittatura come era invece accaduto dopo la prima. Al contrario, alcune dittature sopravvissute alla catastrofe della guerra si sono trasformate in democrazie.
Mentre il mondo sovietico è scosso da fremiti democratici, il mondo delle democrazie occidentali non è seriamente minacciato da movimenti fascisti»2. Le cose sono andate così solo in parte. Sappiamo come è andata per il regime sovietico, e sappiamo come l’Europa stessa abbia saputo allargare, anche se non senza problemi, la sua Unione a stati per anni dormienti nell’ex impero sovietico. Così come, purtroppo dobbiamo prendere atto del fatto che movimenti, che hanno più di una somiglianza con il fascismo, sono sorti in più di un Paese europeo.img89
Per tutti, per gli stati di antica tradizione e per quelli a vario titolo affrancatisi di recente, il tema della democrazia è centrale e anche le sue trasformazioni sono da considerare un fatto positivo. Tra l’altro, lo notava ancora Bobbio, «Per un regime democratico l’essere in trasformazione è il suo stato naturale: la democrazia è dinamica, il dispotismo è statico e sempre eguale a se stesso»3.
La democrazia oggi, nella sua trasformazione oppure nella sua crisi, vede affacciarsi nuovi termini di un confronto noto, si parla ad esempio di democrazia rappresentativa e diretta; quest’ultima come risposta ad una maggiore democrazia. E non è un caso che il movimento 5 Stelle alimenti questa proposta in antitesi alla pratica democratica esistente e con un espresso richiamo al pensiero di Jean-Jacques Rousseau, che aveva affermato con una critica radicale alla democrazia rappresentativa: «La sovranità non può essere rappresentata» quindi «il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente»4. E dialogano allo stesso tempo con quel concetto di “cittadino locale” caro a Dahrendorf5.
Sarà ancora Bobbio a rispondere a distanza di tempo alla provocazione di Rousseau, rimettendo in dialogo quel pensiero con la democrazia liberale.
Vi è dunque una semplificazione impropria nell’ enfatizzare l’alternativa tra rappresentanza politica e democrazia diretta, data tra l’altro l’impossibilità di una compresenza fisica dei cittadini che rende necessario, nelle società complesse, che le decisioni vengano prese attraverso forme mediative. Ed è appunto questo il ruolo della rappresentanza politica, portata a considerare i problemi nella loro dimensione generale e ad operare scelte ed orientare consensi in virtù di una visione.
Quest’ultimo aspetto consente di comprendere come la crisi della politica, che nel nostro Paese si é avvertita fin dai primi anni Novanta e che ha innescato un più generale processo di ridefinizione dei rapporti istituzionali, abbia investito il meccanismo di rappresentanza. Così come ha messo in crisi il ruolo del Parlamento e, per altro verso, quello dei partiti e delle rispettive funzioni mediative.
Tali funzioni, inoltre, non sono più quelle della visione classica, bensì quelle adattate, per così dire, alle democrazie pluralistiche.
Intervenire in termini progettuali e di impegno in questo quadro, non è un compito semplice. Come è stato notato bisogna fare i conti, prima che con la crisi della rappresentanza, con quella del rappresentato.
«La perdita delle identità collettive e (addirittura) individuali; lo smarrimento del senso del legame sociale; la volatilità dei ruoli sociali, tutto rende problematica la stessa identificazione del soggetto da rappresentare. Il difficile, insomma, è comprendere “chi” e “cosa” viene rappresentato, una volta che lo si rappresenta, perché´ la stessa identità del démos è labile»6.
La vera crisi è il rapporto tra un rappresentato confuso e minacciato e non più vincolato a visioni ideologiche e un rappresentante che è venuto meno al ruolo di guida e di accompagnamento della trasformazione economico sociale che aveva contribuito a mettere in moto. In questo contesto la difficoltà economica ha accelerato da un lato la crisi di rappresentanza (disaffezione al voto) e dall’altro aprendo lo spazio a movimenti che pretendono di rappresentare questo disagio anche a scapito della democrazia. In questa situazione è urgente riprendere l’iniziativa politica, sui versanti di economia e fisco, di democrazia e trasparenza dei partiti, di integrazione e coordinamento europeo.
La rappresentanza può e deve tornare utile con i suoi strumenti – in primis i partiti rivisitati – per dare unità, voce, ad un tessuto che più che plurale è molecolare, liquido come diceva Bauman. Così come possono servire forme di partecipazione quali i referendum di vario genere7. Ma deve essere chiaro che si tratta di strumenti integrativi che rafforzano la rappresentanza e non già di forme alternative di una impraticabile democrazia diretta.

3. GLI STUDI DI MONS. TOSO
Le considerazioni ora proposte e i richiami fatti vorrebbero soltanto, in questa sede, richiamare la centralità e l’attualità del dibattito sulla democrazia. Rispetto al quale va dato il giusto merito alla nuova, recente, pubblicazione di S.E. Mons. Mario Toso (vescovo di Faenza-Modigliana e già Rettore dell’Università Pontificia Salesiana e Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace), “Per una nuova democrazia”, edito dalla Libreria Editrice Vaticana.
Il volume vuol sostenere, con chiarezza e forza, la necessità di uno stretto collegamento tra l’insegnamento magisteriale della Chiesa e la necessità di una democrazia partecipata e condivisa, capace di suscitare, nuovamente, ideali di partecipazione, condivisione e impegno per il bene comune.
Mons. Toso su questo tema aveva già pubblicato altri studi, come nel caso della pubblicazione di quello che va considerato come un classico del pensiero sociale cristiano contemporaneo: P. Pavan, La democrazia e le sue ragioni, (Studium, 2003). E, ancora, era tornato sul tema con Democrazia e libertà (LAS 2006) e più recentemente con Riappropriarsi della democrazia (LAS, 2014).
Oggi Toso riprende, più approfonditamente, il tema riflettendo su alcuni aspetti particolarmente problematici nella stagione presente, e che vanno riconsiderati perché ineludibili cardini di una nuova democrazia, tali aspetti sono ancorati a quei principi e direttive che la Dottrina sociale della Chiesa ha elaborato e consolidato, indicando anche nuove priorità in quello che da più parti (a partire da Papa Francesco) viene giustamente definito un cambiamento d’epoca. La società che cambia in profondità e vede trasformarsi radicalmente aspetti fondamentali della sua composizione e le dinamiche stesse che ne regolano le relazioni, chiede ai credenti, che se ne sentano parte attiva, una attenzione propositiva.
La crisi della democrazia, peraltro, oggi così evidente nel nostro Paese, è tematica che tocca anche il mondo cattolico, ben al di là dei semplici aggiustamenti, dei riposizionamenti cui si dedicano, in vari modi, coloro che paiono privilegiare qualche immediato residuale vantaggio politico personale, lucrato in quanto cattolici, perdendo di vista il tema generale e la necessità di offrire alla crisi della democrazia una risposta praticabile e possibilmente condivisibile da tanti.

4. L’INSEGNAMENTO SOCIALE E L’ESPERIENZA DEMOCRATICA
E questo, proprio perché i cattolici, che sono arrivati in ritardo alla democrazia (se si pensa che la strada per loro fu aperta dai radiomessaggi di guerra di Pio XII), hanno oggi il dovere di difendere la scelta della democrazia e soprattutto di dargli una consistenza, un contenuto solidale che contrasti lo scivolamento nella gestione tecnocratica di cui, il pragmatismo del giorno per giorno, è una triste conseguenza. Solo così potremo difendere le fasce più deboli della popolazione, coloro cioè destinati a pagare il prezzo più alto della crisi economica e non solo quella. Anche il richiamo, per lo più epidermico, che nell’ambito politico spesso si fa alla dottrina sociale della Chiesa, sembra essere più un ossequio formale ai pronunciamenti pontifici, che non il frutto di una vera conoscenza e della necessaria applicazione (fatta da laici naturalmente e sotto la loro responsabilità!) del magistero sociale.
In proposito va notato come in questi anni, a fronte di un sovrabbondante magistero sociale di Papi e Vescovi – ben maggiore che in passato – si riscontri la debolezza di un’azione laicale capace appunto di mediare quei principi, quelle considerazioni, di elaborare, a partire da quelle sollecitazioni, un progetto e un programma politico attraverso una adeguata opera, per così dire, di “traduzione” e di mediazione. Situazione ben diversa dal passato, dalla stagione di fine ottocento o da quella della ricostruzione seguita all’ultimo conflitto mondiale, quando minore (in termini di documenti) era il magistero sociale, ma ben più forte era l’azione del cattolicesimo italiano nell’impegno sociale, tanto da sollecitare il magistero stesso a pronunciarsi su vari temi e da attivare quella circolarità virtuosa tra magistero e azione laicale. Si trattava inoltre di un’azione che aveva una vasta diffusione popolare.
Sottolineare questa differenza deve servire ad una riflessione sulla situazione presente e, in particolare, sulla necessità di ripensare tempi e forme dell’impegno sociale laicale e, in specie, del laicato organizzato. Tema che tra poco riprenderò.
Un ulteriore elemento che dobbiamo considerare è il fatto che in Italia la democrazia presenta storicamente una certa fragilità, non essendo radicata da lungo tempo. Possiamo infatti considerare come limitatamente democratico il sistema parlamentare del Regno d’Italia, dal momento della sua unificazione fino ai primi due decenni del ‘900: un sistema dove non vigeva il suffragio universale, (giungerà nel 1911 e solo per la popolazione maschile) e dove quindi votava un limitato numero di persone, per ceto e per censo.
Dopo l’esperienza di sospensione della democrazia sotto la dittatura del fascismo (nonostante i plebisciti), il nostro Paese giunge ad una democrazia piena solo nel secondo dopoguerra, con le elezioni per l’assemblea costituente e per il Referendum istituzionale. Molto in ritardo quindi rispetto altri Paesi europei e, va detto, si arriva a questo risultato anche grazie ad un notevole contributo da parte dell’associazionismo cattolico che, sostenuto dal magistero, si mobilita per questo e, ad esempio, realizza tra il 1946 e il 1948, delle “Missioni sociali” per alfabetizzare il popolo alla democrazia, alla partecipazione politica e sindacale.
La democrazia quindi, anche nella sua relazione tra magistero e presa di iniziativa del laicato cristiano, è per i credenti tema centrale se si vuole contribuire ai possibili – e auspicabili – sbocchi della situazione politica.

5. NECESSITÀ DI UNA MEDIAZIONE CULTURALE DEL MAGISTERO: LA PERSONA E LA SUA LIBERTÀ
Percorrendo la strada che ci deve condurre a contribuire alla costruzione e alla continua riforma della democrazia, Toso pone alcuni paletti che definiscono il perimetro del terreno. Lo fa affidandosi alla dottrina sociale degli ultimi tre pontefici: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco. Ed è questa una peculiarità di tutta l’opera di Toso: un’analisi puntuale della realtà, coniugata con un riferimento costante, intelligente e dinamico, al Magistero sociale. Con ciò rendendo evidente un passaggio fondamentale per i credenti impegnati in politica: la necessità di una mediazione culturale, fatta si in base all’ispirazione cristiana e all’insegnamento sociale della Chiesa, ma compiuta sotto la propria responsabilità, leggendo la realtà.
img91La crisi della Democrazia, afferma Toso, ha due aspetti, quello di un ‘deficit di rendimento dei sistemi democratici’ e quello della ‘sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, per cui si parla di ‘pazzo-democrazia’, espressione suggestiva se non curiosa ma comunque indicativa di una situazione.
Così come si parla di ‘democrazia senza democratici, di democrazia insoddisfatta, recitativa’8.
La chiave di lettura offerta da Toso va al cuore del problema.
La crisi, meglio il deficit di democrazia è conseguenza anzitutto, nell’analisi di Toso, di una crisi della libertà che viene messa in discussione su vari fronti, compreso quello religioso. È un fenomeno complesso e generalizzato che investe una molteplicità di campi. “Oggi, afferma Toso, la democrazia sembra svincolarsi dall’idea di una libertà positiva.
Tutti i valori sono messi in discussione, tranne uno: la libertà di scelta, idolatrata e assolutizzata, sino a renderla libertà di potenza e di dominio, che crea la verità e il bene, che dispone incondizionatamente della propria e dell’altrui esistenza; che dissocia la sessualità dall’identità delle persone”9
Un’autentica democrazia, scrive Toso parafrasando Giovanni Paolo II, è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona e della sua libertà, nello stesso tempo occorre la presenza di una cultura ricca di valori10.
Mentre lo stato di diritto e con esso la stessa libertà religiosa, secondo Benedetto XVI, “sono pregiudicati non solo dal relativismo etico assolutizzato e da un neoindividualismo arbitrario, ma anche dal laicismo, dal fanatismo e dal fondamentalismo, fenomeni quanto mai attuali”11.
L’affermazione soggettivistica dei diritti poi, come ebbe a dire papa Francesco al Consiglio d’Europa, “porta ad essere sostanzialmente incuranti degli altri a favorire quella globalizzazione dell’indifferenza che nasce dall’egoismo, frutto di una concezione dell’uomo incapace di accogliere la verità e di vivere un’autentica dimensione sociale”12.
Siamo al punto focale: la società non può più esistere, si disintegra se la si concepisce come una somma di egoismi. Ecco la necessità di un pensiero forte che già Paolo VI nella Populorum Progressio ci indicava come condizione essenziale per il progresso dei popoli: “Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor di più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori d’amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane (Populorum Progressio n. 20).
Può in tal senso essere evocata, come fa Toso, l’attualità di quella sintesi che già E. Mounier e J. Maritain avevano proposto concentrando l’attenzione sulla centralità della persona (principio personalistico) e l’imprescindibilità della correlazione sociale (principio comunitario). Di lì è partita la generazione dei cattolici impegnati in politica al termine dell’ultimo conflitto mondiale, riuscendo a dispiegare una serie di politiche efficaci per la promozione umana. Beninteso non si tratta di rimpiangere né di cercare di ripetere quell’esperienza che si rapportava ad una società ben diversa, ma di cogliere la provocazione e il metodo realizzando una nuova mediazione13.

6. RIAPPROPRIARSI DELLA DEMOCRAZIA
Secondo l’itinerario propostoci da Toso, attraverso le indicazioni magisteriali occorre, pertanto, anzitutto ‘riappropriarsi della democrazia’, recuperando il suo progetto originario, riformando l’istituzione statale e le sue regole procedurali e cercando di arginare il capitalismo finanziario che sta distruggendo la democrazia14, superando una “democrazia a bassa intensità caratterizzata da un deficit di politica”15 e combattendo contro gli ostacoli che si frappongono ad una sua riforma come, tra l’altro quello del primato dell’economia sulla politica per incamminarsi verso una democrazia ad alta intensità e d inclusiva16.
Si dovrà pertanto considerare l’apporto dei nuovi movimenti sociali e popolari e, come invita Francesco, a sostenere la nascita di un movimento ecologico globale (LS n.14)17.
Così come si dovranno individuare nuovi organismi e strutture che bilancino il superpotere della finanza speculativa sulla politica. Per questo occorrono una riforma politica della finanza e adeguate politiche attive (del lavoro, industriali, familiari…).img93
È una risposta culturale prima che politica; e ci dobbiamo porre il problema di come rendere efficaci quelle realtà che già esistono nella realtà cattolica. Ma certo la politica è indispensabile e deve fare la sue scelte.
Il volume di Toso comprende una nutrita seconda parte che esplicita i diversi contributi che i tre ultimi pontefici hanno dato alle tematiche più consistenti per una crescita democratica partecipativa e uno sviluppo che comporti quella che papa Francesco chiama l’ecologia integrale’ e che si pone nella prospettiva di una dimensione sociale dell’evangelizzazione che si esplicita nei numerosi campi della vita civile e soprattutto dove più evidente è la marginalità e la carenza di partecipazione per contribuire alla crescita spirituale/culturale e, insieme, sociale delle persone nella comunità internazionale.

7. UNA NUOVA STAGIONE: OGGI È IL TEMPO
Toso si spinge anche a considerare la concreta situazione con cui si misurano i credenti oggi.
Il compito del cattolicesimo politico potrebbe essere – superato ormai il ‘vecchio’Movimento sociale cattolico –, quello di un movimento di cattolici “più compatto, più incisivo, più qualificato dal punto vista culturale e politico, per un progetto di società condiviso e per poter incidere sulla cultura e sulle istituzioni”. Ma questo, suggerisce Toso, deve essere un Movimento “voluto e animato dalla maggioranza del mondo cattolico: in ambito politico- democratico, infatti si esercita una maggiore influenza non solo con la qualità, ma anche con la quantità numerica”18. Obiettivo condivisibile ma tutt’altro che di facile realizzazione.
Non sono mancati, in questi anni, tentativi di singole associazioni e reti di secondo livello, ma con risultati scarsi e poco riconoscibili; forse va intrapresa un’altra strada seguendo un metodo diverso. Non tanto perché non sia importante il confronto tra esperienze diverse, la scelta di mettere più voci “attorno al tavolo” e il tentativo di “fare rete”; quanto perché una serie di difficoltà insorgono per il modo stesso in cui avviene la convocazione di un tavolo.
Talvolta il tavolo viene convocato dall’alto, con modalità cioè cui “non si può dire di no”, in altri casi si innescano le inevitabili logiche di gelosia tra i vari soggetti. Mi pare, anche alla luce dell’esperienza fatta in questi anni dentro le varie sigle e avendo promosso, attraverso un’associazione “Argomenti 2000”, una delle tante possibili reti, che il punto vero non stia tanto nel mettersi intorno al tavolo ma nel partire da una proposta. Mi spiego: più che mettere intorno a un tavolo sigle diverse cercando un denominatore comune, forse è preferibile, dopo aver sviluppato una serie di relazioni, di contatti e di confronti, formulare una proposta, alzare in alto la palla al centrocampo e costruire un’azione,…possibilmente da goal.
Senza presunzione, ma con la pazienza che sempre deve esercitare chi si spende in un’opera continua, intensa, di formazione, occorre essere capaci di costruire una proposta e, per altro verso, a fare attenzione al momento giusto in cui prendere l’iniziativa. Importante è, ovviamente, chi sono i soggetti che prendono l’iniziativa.
Perché in proposito è necessario distinguere una proposta da una velleità.
Una precondizione sta, beninteso, in un robusto investimento formativo che contrasti l’analfabetismo di ritorno (come da anni lo definisco con riferimento alla stessa Comunità cristiana) che riguarda anche la formazione sociale, e che Toso indica come analfabetismo politico “in cui sembra precipitato il mondo cattolico, che non reputa più cogente la democratica regola del principio maggioritario e che presume che gli avversari politici si facciano portatori dei benivalori in cui non credono!”19.
Va in questa prospettiva considerato il “previo impegno delle comunità ecclesiali e delle istituzioni culturali cattoliche, nonché dei vari luoghi di formazione, nell’educazione ad una fede adulta”20.
img95Come non sottolineare in proposito ciò che, paradossalmente, è accaduto negli anni di massima insistenza sul “progetto culturale”: la laicizzazione di varie istituzioni culturali cattoliche che si sono allontanate dal loro fine e dallo spirito dei fondatori; si pensi anche alla crisi e forte riduzione della stampa cattolica (si pensi alla chiusura o alla perdita di importanti fette di mercato di editrici come la SEI, La Scuola, come le EDB, o a settori del gruppo editoriale San Paolo dove sono scese di molto le tirature).
La dimensione culturale della fede gioca un ruolo importante nell’orientare un impegno sociale e politico cristianamente ispirato. Come rendere possibile una fede adulta e la sua “sperimentazione mediante buone pratiche di solidarietà e di condivisione, quali quelle che oggi sono designate come iniziative di generatività sociale?”21.

8. COSA FARE? UNO SCHEMA POSSIBILE
L’impegno di studio e di scrittura di Mons. Toso non è certo fine a se stesso, è bensì rivolto, lodevolmente, a promuovere l’azione dei credenti, un modo per farli interrogare, per porsi la domanda di fondo: che fare? Senza la pretesa di offrire una risposta esaustiva, provo a fare qualche sottolineatura e a delineare qualche possibile passo da compiere, in uno schema di soluzione.
1) In primo luogo si tratta di prendere coscienza dei termini della questione: senza nostalgia per il passato, che non si può ripetere e senza relativizzare e sminuire il contributo possibile, ma cogliendo la novità della situazione, che non solo è nuova ma è in continuo cambiamento e chiede pertanto uno sforzo di comprensione tutt’altro che scontato.
2)A fronte di un diffuso analfabetismo di ritorno, che riguarda la vocazione sociale (e in molto casi coinvolge, che investe le stesse conoscenze di elementi basilari della fede cristiana) di ogni credente (e che ci dovrebbe far interrogare in proposito su quale efficacia abbia nella Chiesa l’azione formativa ordinaria), si rende necessaria una nuova alfabetizzazione sociale; una nuova stagione che intensifichi la formazione di base dei credenti. Vorrei dire che, in proposito, vi sono alcuni elementi formativi da sottolineare:
– Il “Vangelo Sociale”, ovvero il fondamento della Parola di Dio di cui si sottolinea la valenza sociale, la dimensione di popolo in cui i credenti sono salvati e, di conseguenza, la responsabilità dei battezzati verso ogni fratello. Il comandamento dell’amore, la carità, è il fondamento dell’impegno politico dei credenti.
– L’autonomia e la laicità della politica. Non tutti negli ultimi decenni hanno assimilato la lezione conciliare sull’autonomia delle realtà terrene, sull’autonoma responsabilità del laicato ad intervenire, laicamente, nella laicità della politica, senza per questo scolorire la propria identità e la propria proposta, ma anzi rendendola accoglibile da molti.
– Un’altra sottolineatura: la necessità di mediazione e di proposte. Proprio per quanto detto occorre individuare, mettere a punto e promuovere, luoghi (anche piccoli circoli locali di poche persone) in cui elaborare cultura politica nella luce dell’ispirazione cristiana. L’obiettivo è formulare proposte. È su queste proposte, propriamente politiche, quindi per molti versi relative e opinabili e peraltro però potenzialmente condivisibili anche al di là del contesto ecclesiale, che deve avvenire il confronto e il coinvolgimento delle persone, fino a realizzare un vero e proprio “movimento di opinione” e a raccogliere il necessario consenso.img97
3) Esiste poi il problema del soggetto: chi può e deve proporre questa formazione sociale? Mi riferisco in prima battuta al contesto ecclesiale. Basta un piccolo flashback storico per riconoscere le modalità in cui i cattolici (in particolare le associazioni e i movimenti) si sono mossi in passato, con molteplici iniziative, spesso parallele, ma anche con punti significativi di raccordo, con obiettivi e una direzione comune, perseguiti nella pluralità.
Da questo punto di vista vorrei sottolineare la differenza tra ciò che ora chiamiamo Mondo Cattolico (con un evidente riferimento ad una istantanea che fotografa il panorama odierno delle organizzazioni cattoliche) e ciò che è stato il Movimento cattolico, che si chiamava così appunto perché, pur con differenze di vario genere, tutte le realtà aggregate si muovevano verso obiettivi comuni in un quadro organico e coeso, al centro del quale l’Azione cattolica – associazione principale del laicale – svolgeva un compito di raccordo e di coordinamento.
Ci dovremmo chiedere cosa è cambiato e in che misura, la frammentarietà (che è altra cosa della pluralità) dell’attuale panorama di associazioni e movimenti, nuoce o giova ad un corretto rapporto tra i credenti e l’impegno politico.
Dalla nostra storia possiamo ricavare una distinzione che si è introdotta, nella prassi e nel magistero, nei primi anni del secolo scorso. Mi riferisco alla distinzione tra azione cattolica e azione politica: l’una rivolta principalmente alla dimensione religiosa, alla formazione, all’evangelizzazione, l’altra rivolta a rendere presente nel contesto laico politico una presenza significativa di credenti, capace di animare, di essere lievito, in quella realtà.
Ci sono pagine importanti, dovute a Lazzati e ad altri protagonisti di quella stagione, che meriterebbero di essere rilette, studiate, non per un ritorno indietro ma per cogliere ciò che è essenziale anche nella dinamicità del presente. Di fronte a quella che oggi sperimentiamo come frammentarietà nella stessa Comunità Cristiana e che sul versante che ci interessa, ha tra i suoi frutti principali l’indebolimento della consapevolezza culturale dei fedeli, dovremmo chiederci se non sia necessaria una presenza di base, un forte tessuto connettivo, così come è stata l’AC, per assicurare una diffusione di contenuti e un’acculturazione popolare.
Basterebbe sottolineare un aspetto poco conosciuto: come l’AC – che compie 150 anni – non abbia svolto questo compito appena per se, ma abbia saputo innervare le comunità parrocchiali, il laicato diffuso, facendo si che alcuni valori e soprattutto alcune mediazioni fossero patrimonio comune. La stessa storia della democrazia dentro il popolo di Dio nel contesto Italiano, come si è detto, è debitrice di questa storia, senza la quale difficilmente sarebbe stata possibile un’esperienza politica come quella della DC e soprattutto difficilmente si sarebbe realizzato il largo consenso che ha sostenuto quell’esperienza politica. Ma questa è la storia.
Noi viviamo il presente.
Beninteso queste considerazioni non preludono ad alcuna operazione nostalgia ma se mai ad una operazione verità: dobbiamo guardare in faccia i problemi, riflettere sulla nostra storia e inventare con “audacia creativa” ciò che l’oggi richiede.
Su ciò che è necessario, a cominciare dal contesto della comunità cristiana e, allo stesso tempo, vedere cosa è necessario per un nuovo impegno politico dei credenti.img172
Più volte in questi anni ho insistito sulla necessità di porre in essere un luogo che faciliti e sostenga questo impegno22, l’opportunità cioè di porre in essere un raccordo sul piano politico dove necessariamente occorrerà operare delle scelte dando in qualche modo traduzione a ciò che può significare oggi, come proposta di cultura politica aperta a quanti sono interessati, un “cattolicesimo democratico” con le sue caratteristiche23. In sostanza, chiarito che in questo caso non ci si riferisce all’ambito ecclesiale ma a quello politico, il passaggio ulteriore porta a considerare le differenze che esistono, legittimamente, in questo campo e porterà quindi, a partire dalla proposta, ad una selezione “naturale”.
Se la risposta sarà affermativa, come è possibile, ci si dovrà allora confrontare sulla forma, sul metodo di lavoro, su chi ne farà parte e – soprattutto – su chi può prendere l’iniziativa per promuovere un luogo che operi nel campo della politica e della cultura politica; un luogo propriamente politico (non prepolitico) anche se prepartitico che si riferisce alla politica e che, rispetto la politica, abbia voce.
Proviamo, anche come risposta alla riflessione proposta dal libro di Toso sulla democrazia per i credenti, a metterne in fila schematicamente le finalità e i passaggi possibili. Le considerazioni che seguono hanno un carattere volutamente interlocutorio e sono finalizzate non già ad indicare una proposta predefinita, bensì ad animare il dibattito che favorisca la facoltà di operare scelte.
Quali le finalità di un possibile raccordo? Ne elenco cinque:
1. rendere presente nello scenario politico un pensiero, espressione del cattolicesimo democratico, da offrire come contributo alla costruzione della città dell’uomo;
2. offrire un’elaborazione culturale e politica sui principali argomenti dell’agenda politica del Paese, anche attraverso l’individuazione e la scelta di alcuni ambiti tematici considerati prioritari;
3. favorire il confronto sui temi individuati o sulle elaborazioni tra quanti si interessano e partecipano attivamente alla politica con l’intento di promuovere, a vari livelli, scelte legislative e amministrative;
Accanto a queste tre finalità principali, vanno considerate due finalità più generali che, per così dire, stanno sullo sfondo:
4. facilitare la messa in comune di esperienze riferite ad una presenza cristianamente ispirata che esprima, in termini di laicità, un servizio e un fermento alla politica;
5. realizzare, nella corretta distinzione, un franco dialogo con la comunità ecclesiale e con i suoi pastori, con le realtà associative, offrendo occasioni di studio e di confronto.
Il discorso è aperto e può favorire un ampio dibattito sapendo cogliere le opportunità di una fase nuova alla luce delle esperienze recenti e delle sollecitazioni di studi come quella di mons. Toso.

1 Presso l’Istituto Veritatis Splendor Via Riva Reno 57, Bologna. Vi partecipano Prof.ssa Vera Zamagni; Prof. Stefano Zamagni, Mons. Mario Toso; Modera: Dott. Luca Tentori, giornalista.
2 N. Bobbio, Il futuro della democrazia. Una difesa delle regole del gioco, Einaudi, 1984, p. VII.
3 Ib.
4 Ib., pag. 29.
5 R. Dahrendorf, Cittadini e partecipazione: al di là della democrazia rappresentativa?, in Il cittadino totale, Centro di ricerca e documentazione L. Einaudi, Torino 1977, pp. 33-59. «Le società diventano ingovernabili, se i settori che le compongono rifiutano il governo in nome dei diritti di partecipazione, e questo a sua volta non può non influire sulla capacità di sopravvivenza: ecco il paradosso sociale» (p. 56).
6 M. Luciani, Il paradigma della rappresentanza di fronte alla crisi del rappresentato, In: Nicolò Zanon e Francesca Biondi (a cura di), Percorsi e vicende attuali della rappresentanza e della responsabilità politica: atti del convegno, Milano, 16-17 marzo 2000, Milano, Giuffrè, 2001. p.117.
7 Personalmente ho presentato un disegno di legge su: Modifiche all’articolo 71 della Costituzione, in materia di iniziativa legislativa popolare e di referendum deliberativi e di indirizzo.
8 Mario Toso, Per una nuova democrazia, Libreria Editrice Vaticana, 2016, pp. 7-8.
9 Ib., p. 17.
10 Ib., p. 21.
11 Ib., p. 29.
12 Cit. in Ib., p. 28.
13 Ho sviluppato questo tema in E. Preziosi, Il Codice di Camaldoli: storia e attualità di un’esperienza in «La Società», n°1/2014, pp. 48-80.
14 Mario Toso, Per una nuova… cit., pp. 33-35.
15 Ib., p. 44.
16 Ib., pp. 55 e ss.
17 Ib., p. 57.
18 Mario Toso, Per una nuova… cit., pp. 58-59.
19 Ib.
20 Ib., p. 59.
21 Ib.
22 Si v. le conclusioni in E. Preziosi, Il Codice di Camaldoli: storia e attualità… cit.
23 Si v. per una sintesi di quelle che potremmo chiamare ideeforza di un rinnovato cattolicesimo democratico, Il cattolicesimo democratico in ricerca. Radici e reti qui e adesso, Cittadella, 2013, pp. 22 e ss.

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