Il Cantico

On. Ernesto Preziosi

Mons. Toso non è nuovo a contributi come quello contenuto in questo agile volumetto, avendo affiancato da tempo lo studio della dottrina sociale della Chiesa, con i suoi riferimenti filosofici e antropologici, con una lettura del contesto presente, sottolineando con stile pastorale le urgenze e le sfide con cui si deve misurare il popolo di Dio in questo frangente storico.

1) UN TEMA “ANTICO”?
Nella Presentazione, Vittorio Possenti parla di “cattolici e politica” come un tema “antico”; questo vocabolo può essere letto in due modi differenti: e personalmente vorrei leggerlo non nel senso di un tema che si tratta da tanto tempo, continua a ricorrere e, in sostanza si vorrebbe dire che ha stancato, bensì che è un tema che chiede di essere letto nella chiave storica di un lungo periodo di presenza dei cattolici nello stato e nella politica.
img90 (1)Tra i difetti formativi del nostro tempo vi è senz’altro la scarsa conoscenza della nostra storia.
Non mi riferisco alle date e ai particolari ma al senso d’insieme che faccia cogliere la presenza dei credenti nella storia. Anche la manualistica scolastica non aiuta, ignorando in gran parte le vicende dei cattolici, se non con pochi e marginali riferimenti. Una lacuna cui non supplisce la formazione di base, parrocchiale, associativa e vorrei dire anche quella dei seminari.
Pertanto nell’affrontare il tema sappiamo che la comunità cristiana spesso non è a conoscenza del percorso compiuto dai cattolici nello stato unitario, delle differenti fasi attraversate, delle idee e delle sintesi maturate grazie anche alle esperienze.
Veniamo tra l’altro da anni in cui, il tema della politica è stato vissuto in prima persona dal vertice della CEI, con una troppo lunga supplenza che ha finito per indebolire la presenza politica dei cattolici, la loro capacità di elaborazione di confronto e soprattutto ha fatto considerare dalle comunità cristiane la politica come un fattore divisivo che, come tale, andava tenuto lontano. In tal modo si è ulteriormente abbassato il livello della coscienza cristiana e della stessa capacità critica e culturale.

2) IL VOLUME DI MONS. TOSO
Mons. Toso frequenta da tempo il tema “cattolici e politica” e anche in questo caso ci sollecita ad una riflessione guidata da molteplici aspetti di attualità. È evidente la sua preoccupazione, comune a tanti di noi, di porsi nell’atteggiamento di individuare le modalità di una presenza “rilevante ed incidente dei cattolici nell’attuale situazione sociopolitica”.
Vi è un invito, che in Romagna deve essere sentito come particolarmente rivolto a questa realtà, che viene da papa Francesco: parlando delle ragioni che dovrebbero spingere ad un impegno responsabile nel campo della politica, papa Francesco, il 1° ottobre 2017 in Piazza del Popolo a Cesena, in occasione della sua visita nel terzo centenario della nascita di Pio VI, ha ricordato come sia essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune.
«Dal discorso del pontefice – scrive Toso – emergono alcuni elementi fondamentali: tutti devono coltivare l’impegno di lavorare per il bene comune, perché tutti, adulti o giovani, “sono cittadini e hanno una vocazione al servizio del bene comune”»2. Per Toso l’orizzonte e il fine dell’impegno deve essere la buona politica, “amica delle persone, inclusiva e partecipativa, che non lascia ai margini nessuno, che tiene il timone fisso nella dilezione del bene di tutti”.
Per questo è necessario prepararsi per essere in grado di agire efficacemente, in prima persona.
«Chi intende impegnarsi – scrive mons. Toso – direttamente in politica deve prendere la propria croce e sapere che potrebbe essere un “martire” al servizio di tutti. L’agire politico, in nome e a favore del popolo, è una nobile forma di carità. Il che esige coerenza dai protagonisti della vita pubblica. Essi vanno accompagnati con una critica costruttiva. Non è lecito fermarsi a guardare da un balcone nella speranza del fallimento del proprio avversario. Occorre dare, hic et nunc, il proprio contributo, riscoprendo il valore della dimensione sociale della convivenza»3.
Prima di affrontare le ragioni che possono aiutare un’efficace presenza, il vescovo tratta delle precondizioni affermando che “è prioritario costruire l’unità dei cattolici nel prepartitico”4.

2.1) Una lettura della storia recente
Ripartire dalle fondamenta
– scrive Toso – è essenziale. Ma non è solo un problema di ricomposizione dell’area cattolica5, il problema è più di fondo: formativo e culturale. Perché tanto si è frantumato, sfarinato, dissolto anche nelle comunità cristiane, nell’associazionismo, nella mentalità dei singoli credenti.
Dico da tempo che sarebbe necessaria una analisi storica che spieghi, a chi oggi ha le responsabilità della comunità, come si sia passati:
a) Dal Movimento Cattolico ai movimenti cattolici. Ovvero come si sia passati da una realtà plurale, che aveva una sua organicità e una sua comune direzione, in cui le singole parti, anche nella forma di associazioni o movimenti, si applicavano a differenti campi di formazione e di missionarietà (scuola, lavoro, docenti, sindacati, ecc.), ad una pluralità di movimenti cattolici che rispondono ad una logica diversa che li porta a tentare di replicare un’articolazione al proprio interno (abbiamo così più realtà che si impegnano nella scuola non comunicando tra loro, così è per il mondo del lavoro e delle organizzazioni professionali, persino per i movimenti terza età).img92 (2)
b) La frammentarietà ha moltiplicato l’autoreferenzialità, la disarticolazione e ha alimentato un diffuso analfabetismo di ritorno quanto a cultura cattolica e in modo particolare la cultura sociale.
La crisi vissuta dall’AC a partire dalla metà degli anni ’80 (una crisi ben diversa da quella di rinnovamento e di crescita vissuta nel post Concilio) ha avuto come effetto indiretto quello di indebolire l’inculturazione dei cattolici, con il venir meno di quella presenza capillare che non era solo un valore in se (per l’AC) ma che, in maniera impercettibile ma assai efficace, contribuiva ad innervare il tessuto parrocchiale, il laicato diffuso e “sfuso”, non associato, attraverso convegni, riviste, e con la presenza di personalità qualificate e formate. La crisi dell’AC, vissuta al suo interno, ma che da un certo punto in poi ha registrato un venir meno di fatto dell’investimento delle gerarchie ai vari livelli, è fenomeno da studiare per cogliere la realtà presente.
c) Alla clericalizzazione, favorita da fenomeni come quelli appena richiamati, e che ha prodotto i suoi effetti nel contesto ecclesiale, nella seconda metà degli anni ’80 si è affiancata la clericalizzazione del rapporto con la politica che ha portato ad un salto di una generazione, di fatto esautorata da un modello verticistico ruiniano che “dava la linea”. Una situazione in cui anche gli strumenti messi in atto, si pensi al “progetto culturale”, hanno perso la loro efficacia proprio in virtù di come sono stati interpretati e lo stesso è accaduto per strumenti che erano finalizzati a favorire una convergenza del laicato, si pensi a “Reti in opera” che ha finito per rispondere a criteri mobilitativi. Si sono così disconosciuti e dimenticati i criteri di ecclesialità a più riprese proposti dalla Conferenza episcopale6.

2.2) Di qui la necessità e soprattutto la ricchezza e la fecondità della categoria della distinzione rivolta ad unire e non a separare. Una categoria che chiede di avere alcune idee chiare. Di per sé è la stessa scelta che opera Sturzo cento anni fa per fondare il Partito Popolare ponendo a sua fondamento una chiara distinzione. Ha scritto Sturzo:
«Il Partito Popolare Italiano è stato promosso da coloro che vissero l’Azione Cattolica, ma è nato come un partito non cattolico, aconfessionale, come un partito a forte contenuto democratico e che si ispira alle idealità cristiane, ma che non prende la religione come elemento di differenziazione politica»7.

Così come dobbiamo dire che il campo più appropriato per un rinnovato impegno dei cattolici in politica è il prepartitico. Cioè il campo di una elaborazione culturale che diventi oggetto di confronto e di una ampia diffusione popolare sui temi prioritari dell’agenda politica del Paese. Questo è il campo vero dell’impegno, anche se non possiamo rinunciare al passaggio ulteriore, all’impegno partitico, inevitabilmente plurale. In proposito anzi va detto che è urgente e necessario rivedere tutto il tema delle intermediazioni (già in campo ecclesiale: il tema è quello dei criteri di ecclesialità, dei ruoli, degli ambiti delle varie forme aggregate) sul piano civile e politico. È sotto gli occhi di tutto come i partiti, ma prima ancora come le associazioni professionali e sindacali rispondano a criteri e presentino strutture legate ad un’altra epoca e ad un’altra cultura. Non intervenire in questo campo significa decretarne la sopravvivenza, ma in ultima analisi l’irrilevanza e l’insignificanza.
Sullo sfondo sta un tema ancora più generale che deve motivare un impegno straordinario da parte dei credenti nella vita civile e politica e che mi è parso ancora più evidente nel corso della esperienza parlamentare è la crisi della democrazia partecipativa.
Al centro va messa l’elaborazione comune su alcune priorità dell’agenda politica con soluzioni, proposte, caratterizzate per noi dall’ispirazione cristiana, da valori e principi che, attraverso l’elaborazione culturale diventano possibile terreno d’incontro per tante donne e uomini di buona volontà e tracciano una strada possibile su un terreno di cultura politica. Una politica quindi che sappia leggere e elaborare.
Lo scenario in cui ci muoviamo e che deve guidare le nostre scelte non può essere appena quello nazionale. Bensì uno scenario europeo, mondiale, che vede tutti i temi affrontati in quella interconnessione che oggi è indispensabile, “obbligatoria”. E che, insieme, è una risorsa incanalata verso una governance più ampia che possa assicurare un valore grande come la pace e la convivenza pacifica tra i popoli. È anche questo un obiettivo prioritario dell’impegno politico dei credenti, spesso assente dal panorama delle proposte di cui si discute.
3) DALLA DIASPORA È NECESSARIO USCIRE
Questa uscita comporta, ancora una volta, chiarezza di idee. Uscire dalla diaspora non può significare: rinunciare ad una corretta distinzione, ad un legittimo pluralismo, a presenza differentemente caratterizzata. Deve e può invece significare: non rinunciare ad una presenza “pubblica” della Chiesa, ad una formazione cristiana che sappia esprimere giudizi culturali e, anche per questo, sia aperta al dialogo.
Toso parla di diaspora e di tramonto del movimento politico dei cattolici (p. 21 e ss) datando il fenomeno dagli inizi degli anni ’90. Ho già richiamato la necessità di un confronto su di una lettura storica. La stessa lettura riguarda anche il presente. È un terreno delicato, su cui sarebbe necessario fare davvero chiarezza. Passando in rassegna, non già per un giudizio ma per un discernimento attento, scelte e comportamenti che talvolta appaiono esternamente ben diverse da quelle che sono nella realtà, non solo per quanto riguarda le intenzioni ma per gli effetti che producono.
Difficile e improbabile dare pagelle: ma certo occorrerebbe valutare quanto poco siano stati producenti le voci che si alzavano rivendicando una identità cattolica in politica, mettendo poi in atto una sovraesposizione mediatica dovuta talvolta a presenzialismo ed in qualche altro caso ad incontinenza verbale. La politica è una cosa seria e dovremo valutare i fatti più che le troppe parole.
Troppa ansia di dichiararsi cattolici in politica “a differenza di altri”. Così come è accaduto che si mettesse a tema la bontà di una presenza cristiana non legata ad una visione e ad una proposta complessiva per il bene comune possibile in una determinata situazione, bensì relegata alla battaglia per alcuni valori, ma a prescindere da una, per quanto umanamente possibile, coerenza di vita in quegli stessi campi. Fatti, opinioni, segnali di una stagione che va superata.

4) PER AGIRE, CHIARIRE I DIFFERENTI PIANI
Il tema cattolici e politica sta da sempre sullo sfondo della società italiana e ha registrato presenze diverse a seconda delle fasi storiche. Oggi il tema si riaccende, sollecitato anche dai risultati elettorali del 4 marzo 2018, che hanno reso evidente l’irrilevanza di una presenza politica cristianamente ispirata. Riferendosi non tanto ai partiti o agli eletti, quanto ai contenuti politici.
Tanti, che negli ultimi anni hanno ignorato il tema (presi magari dalle logiche del maggioritario), oggi ne riconoscono la rilevanza.Anche le parole, pronunciate a più riprese, da mons. Bassetti e da altri vescovi della CEI contribuiscono a riaprire il dibattito.
Il presidente dei vescovi italiani ha richiamato quella “bussola” che è la storia del movimento politico cattolico. Guardare ad una stagione, alta e nobile, del cattolicesimo politico italiano può servire a misurare la distanza e a sollecitare la responsabilità “per affrontare le questioni e i problemi della nostra gente”. Sta qui il giusto richiamo ai “liberi e forti”.
Senza smarrire la prospettiva storica, a noi compete misurarci col presente e con il fatto che – è ancora una affermazione di Bassetti – «se non si trova una forma per esprimersi insieme, si rischia di essere inefficaci» o “irrilevanti”. Parole che trovano consonanza nel libro di Toso.
Se guardiamo l’esperienza della stagione recente, dobbiamo pensare ad un percorso – già avviato – di medio-lungo periodo. La stessa espressione “rammendare” la società italiana “con prudenza, pazienza e generosità”, indica una urgenza che non esclude il compito primario, ossia la tessitura di un nuovo ordito per cui però sono necessari il filo, il telaio, e l’abilità dell’ottimo sarto. Entrambi, obiettivi cui puntare. In che modo?
Mi pare si possano individuare tre livelli di impegno su cui spendersi. Tre livelli distinti ma intrecciati tra loro nel vissuto delle persone.
Il primo è quello di una formazione di base all’interno della comunità cristiana. Una formazione che non trascuri la valenza sociale del cristianesimo.
Per formare un buon cittadino, prima di una scuola ad hoc, sarebbe sufficiente una buona formazione di base. È evidente come, dietro un certo disorientamento elettorale che ha spinto tanti credenti verso il non voto o la protesta demagogica, non vi sia solo l’esasperazione sociale, presente e motivata, ma anche una formazione debole, disincarnata, talvolta spiritualistica, avulsa dalla storia. Qui sta il compito primario da svolgere nell’ambito della formazione cristiana, perché la fede illumini i criteri di giudizio, i modelli di comportamento e di azione, dando luogo in sostanza ad una visione culturale che ha al centro la dignità di ogni persona, che sostanzi una convivenza pacifica e solidale.
Un secondo percorso riguarda la dimensione culturale: la fede vissuta anche nella sua valenza culturale e sociale, nel proiettarsi nella società civile, necessita di una adeguata progettualità, di una mediazione culturale, tale da esprimersi in un linguaggio comune e di aprirsi alla condivisione di tanti. Questo compito attende di essere svolto nei vari ambiti (oggi in crisi) della politica e riguarda anche le tante istituzioni culturali cattoliche.
L’impegno dei credenti in proposito può essere diretto ad alcune priorità e, tra queste, il tema dell’Europa, prospettiva non rinunciabile, anzi da sostenere evidenziandone gli aspetti positivi e i correttivi necessari. Per entrambi questi livelli è stato e potrà ancora essere decisivo il ruolo dell’associazionismo laicale.
Infine il terzo percorso riguarda le forme della partecipazione politica e chiede di ripensare gli strumenti, i partiti in primis.
Cattolici_politicaPuò essere utile sostenere un partito identitario o operare in partiti plurali? Ha precisato papa Francesco «I cristiani devono impegnarsi. Ma non creare un partito cristiano, si può fare un partito con valori cristiani senza che sia cristiano!». È una sottolineatura importante, da mettere accanto all’opportuna verifica di quanto è stato possibile fare nei contenitori plurali, tenendo conto anche di un giudizio di insoddisfazione in merito.
Personalmente, ad esempio, debbo dire delle difficoltà che si incontrano nell’esperienza parlamentare operando in partiti che sono plurali per quanto riguarda la diversità di presenze all’interno ma, mancando queste ultime di caratterizzazioni culturali riconoscibili, è ben difficile realizzare una mediazione, una sintesi. Con ogni probabilità non si tratta del problema di un singolo partito, ma del generale calo del livello culturale.
In ogni caso il tema delle forme di partecipazione richiama un necessario discernimento delle condizioni storiche.
È evidente la necessità di un confronto, vorrei dire spontaneo secondo i criteri della laicità; è infatti compito di un laicato, “convenientemente formato”, individuare e promuovere forme idonee, in un discernimento comune con i pastori. Per riuscirci è necessario favorire un lavoro di elaborazione, costruire legami e relazioni, così come tanti stanno facendo e come abbiamo fatto, con “Argomenti2000”, con “Insieme è politica” e nella “Costituente delle Idee” (vedi www.argomenti2000.it) per cercare di convenire non su contenitori o leader ma su contenuti. È urgente rigenerare una proposta condivisa.
Dobbiamo partire dalla realtà, da ciò che si è trasformato nella società e dal suo triste riverbero nelle istituzioni di ogni livello, da quelle locali a quelle centrali. La politica, d’altra parte, non può che riflettere la scristianizzazione della società.
Allo stesso tempo è necessaria una presa d’atto di come la secolarizzazione abbia rappresentato e rappresenti, prima ancora che un problema, un’occasione di libertà per il cristiano, anche in politica.
La vocazione cristiana ci chiede di essere presenti con uno sguardo di speranza per animare il mondo, così com’è, per contribuire a migliorarlo.
La novità, che tanti si aspettano, può essere frutto di un libero confronto che faccia incontrare l’insieme dei percorsi che sono oggi in movimento, delle competenze e delle buone pratiche, delle persone che si interrogano su una visione di democrazia, di uguaglianza, di cittadinanza, di Europa. Occorre puntare sulle tante persone della società civile che queste idee già mettono in pratica, resistono senza rappresentanza, grazie alla loro intelligenza, ai valori in cui credono, alle nicchie in cui sopravvivere, dove la politica con la p minuscola che ci governa non arriva e che a loro non interessa.

5) IN CONCLUSIONE
L’invito del vescovo è rivolto anche allo studio, e dobbiamo dire che ce n’è molto bisogno, così come c’è bisogno di confrontarsi, di interrogarsi su alcuni temi di fondo (interessante la sua sottolineatura di una necessaria “risemantizzazione della laicità”, (pp. 75 e ss.) così come l’invito ad avere un dialogo aperto tra cattolici e laici.
Ma il punto conclusivo della proposta di Toso sul nostro tema è legato ad un aspetto tutt’altro che scontato. «I christifideles laici, per poter esseremaggiormente rilevanti ed incidenti, sono chiamati a credere in Gesù Cristo, ovviamente,ma anche nella funzione pubblica della Chiesa. Ciò potrà sembrare strano per non pochi di loro impegnati in politica, ma con scarso senso di appartenenza alla Chiesa»8.
Non è scontata l’appartenenza alla Chiesa di quanti politici svolgono questo servizio come credenti.
Certo non è scontata per nessun cristiano, ma chi svolge un compito pubblico non può non interrogarsi su “a che punto è la sua fede”. Come sappiamo l’uomo del nostro tempo non ha bisogno di parole ma di testimonianze. Ecco allora il tema della vita cristiana, dell’appartenenza attiva alla comunità, all’ascolto del Magistero, all’elaborazione in prima persona di ciò che il presente ci chiede.
E infine il tema, anch’esso spinoso, della presenza pubblica della Chiesa. Conclude Toso: «Proprio in forza della sua missione, la Chiesa è chiamata ad annunciare e a proclamare la legge morale naturale a tutti – popoli e Stati – ossia a svolgere un ruolo pubblico, percorrendo più vie, a nutrimento di una sana laicità. Se la Chiesa sarà fedele a se stessa, potranno essere rinvigoriti quei valori e quel diritto che il cristianesimo è riuscito a fermentare nell’ethos dei popoli e a immettere nelle istituzioni. Solo così, le forze morali della storia, arricchita dal Vangelo, rimarranno forze del presente e si rinnoverà quell’evidenza dei valori che sono divenuti patrimonio della città, senza i quali la libertà collettiva non potrà che essere più limitata»9.
Non vi è dubbio che la Chiesa ha una missione che la porta ad annunciare in ogni tempo la Parola che le è affidata. Ogni epoca, ogni contesto chiede uno sforzo di inculturazione. Serve pertanto un discernimento adeguato.

1 M. Toso, Cattolici e politica, Soc. Coop. Soc. Frate Jacopa, 2018.
2 Francesco, Discorso in Piazza del Popolo, Cesena, 1 ottobre 2017.
3 Ib.
4 M. Toso, Cattolici e politica, cit.,, p.17; si v. anche F. Occhetta, I cattolici in politica: aurora o eclisse?, in “La Civiltà Cattolica” 2014, I, pp. 54-47.
5 La ricomposizione fu messo a tema, già sul finire degli anni ’70 da padre Sorge; si v. B. Sorge, La “ricomposizione” dell’area cattolica in Italia, Città Nuova, Roma 1979.
6 Si v. CEI, Criteri di ecclesialità dei gruppi, movimenti, associazioni, Nota pastorale del 22 maggio 1981; si v. inoltre Id., Le aggregazioni laicali nella Chiesa. Nota pastorale della Commissione Episcopale per il laicato, 29 aprile 1993
7 L. Sturzo, Il Partito Popolare Italiano, I, Bologna 1957, p. 26.
8 M. Toso, Cattolici e politica, cit., p. 85. 9 Ib., pp. 91-92.
9 I

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