Il Cantico
S. Elisabetta d'Ungheria | ilcantico.fratejacopa.net

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Con timore e tremore ci avviciniamo alla figura di S. Elisabetta, vero gigante della fede, della speranza, della carità, che nella sua intensa vita, proprio nella fragilità di un tempo breve – 24 anni –, ci manifesta tutta la potenza dell’amore del Signore che ha reso fecondo ogni attimo della sua esistenza, e non solo per il suo tempo, ma per ogni tempo. La sua testimonianza, tutta avvolta nella carità che è Dio, ci propone la vita cristiana come grazia, dono di Dio, che viene elargita ai poveri di spirito, in un impegnativo cammino di conversione (“penitenza”), e traccia, in una interazione continua tra contemplazione e vita nel mondo, un avvincente percorso di carità per tanti uomini e donne chiamati a vivere lo spirito di Francesco d’Assisi nella quotidianità.

Ancora una volta nella Festa di S. Elisabetta d’Ungheria “siamo investiti da un turbine di stupore per i meriti della Santa, la quale visse povera di spirito, mite nella mente, deplorante i peccati propri e quelli altrui, sitibonda di giustizia, dedita alla misericordia, monda di cuore, veramente pacifica, …” (Bolla di canonizzazione 1235). Elisabetta, nel suo cammino incessante per conformarsi a Cristo e farsi tutto a tutti, ha rafforzato l’azione missionaria della Chiesa, incarnando e diffondendo la spiritualità francescana come fermento di vita evangelica nelle comuni occupazioni del mondo, ponendo il principio della fraternità a fondamento del rapporto tra gli uomini. Pur nella sua breve vita, e come donna, ha vissuto da protagonista quella rivoluzione pacifica che il francescanesimo inaugura nella sua epoca in ordine allo stile di vita, alle relazioni familiari e interpersonali, alla riconciliazione tra le classi sociali, all’amministrazione dei beni, alla cura della “città”. Attraverso la sapienza dell’altissima povertà e la profezia della sua carità giunge fino a noi oggi per farci dono dei pani che porta in grembo.

La regalità di Elisabetta

Elisabetta è regina, ma di una regalità tutta nuova che sa unire ciò che sembrerebbe opporsi radicalmente: è regina e sorella, regina e penitente, regina che non si appropria ma condivide, regina che si fa serva di tutti e in particolare degli ultimi, regina prostrata giorno e notte davanti all’unico vero re, il Signore Gesù. Regina che depone la sua corona dicendo: “Come posso io portarla davanti a Colui che ha portato una corona di spine e l’ha portata per me!”. L’esemplarità di S. Elisabetta è stata decantata attraverso molteplici straordinari episodi della sua intensissima vita, che hanno messo in luce in modo preminente l’aspetto della carità, ma che troppe volte abbiamo considerato con superficialità come azioni di carità, come gesti di carità, senza cogliere la portata appassionante di una vita che in ogni momento, in ogni situazione, in ogni condizione, ha saputo farsi manifestazione della carità di Colui che per amore si è dato totalmente a noi. Tutta la vita di Elisabetta è mossa da quell’amore, è in un operare instancabile perché quell’amore la trasformi “a sua immagine” e possa così usare a sua volta misericordia, espandere la misericordia di Dio nel mondo a favore di ogni uomo, per il quale Cristo è nato, è morto, è risorto. La sua vita è per noi una delle testimonianze più vive di quell’essere “fratelli e sorelle della penitenza” a cui ci chiama ancora oggi la Chiesa sulle orme di S. Francesco. Ricordiamo le parole della Lettera a tutti i Fedeli: “Tutti coloro che amano il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, con tutte le loro forze e amano il prossimo come se stessi …..e fanno degni frutti di penitenza: quanto mai sono felici questi e queste facendo tali cose e preservando in esse …” (cfr FF 178). Queste sono le parole che Elisabetta ha certamente sentito nella sua vita dai primi Frati giunti in Germania. Queste le parole che Lei incarna in maniera eccelsa, rendendo evidente nei fatti come la via della penitenza, della conversione, non sia qualcosa di lugubre, non si sostanzi essenzialmente di digiuni, macerazioni, cilizi (come sembrava sostanziarsi in quel tempo la penitenza), ma sia soprattutto e innanzitutto un programma di amore, di crescita nell’amore, in quell’amore che ci ha creati e redenti e che nello Spirito sostiene costantemente la nostra possibilità di amare. È questa la intuizione evangelica di Francesco d’Assisi che Elisabetta abbraccia con gioia, con perseveranza, sentendola propria vocazione, avvertendola come proprio modo di essere nel mondo per ri-orientarlo a Dio, a quell’amore, a quella carità, a quella misericordia che solo può illuminare il mondo e rinnovare i rapporti tra gli uomini. Questo è l’annuncio fraterno salvifico che lei sente di dover portare con tutta la sua vita, evocando nel cuore degli uomini quella forza d’amore che solo può ristorare, che solo può offrirgli pienezza di senso e dunque autentica felicità.

Testimone del Vangelo della carità nel mondo

S. Elisabetta testimone del Vangelo | ilcantico.fratejacopa.net

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Elisabetta rende ragione con la sua vita della finalità del professare una Regola per la conversione, per la penitenza “raggiungere la perfezione della carità nel proprio stato secolare” (Reg, 2). Vive in pienezza il Vangelo della carità, della misericordia, dell’amore, nel secolo, nel mondo, che diviene così luogo di appuntamento con Dio, terreno di rendimento di grazie, possibilità di restituzione a Dio nella edificazione del suo disegno di amore per ogni uomo. Elisabetta accoglie prontamente la pedagogia di Dio che si rivela in Cristo. Il suo impegnativo cammino di conversione è tutto orientato dall’ordine dell’amore di Cristo, in cui progredire senza posa. L’ordine dell’amore di Cristo, alla cui sequela risanare il proprio ordine di affetti, il proprio ordine di amore, rinunciando innanzitutto ad appropriarsi della propria volontà. In questo cammino Elisabetta sente come via privilegiata la povertà. Si sente come Francesco chiamata alla povertà dalla povertà di Cristo che “da ricco che era si è fatto povero per noi”. Elisabetta come Francesco non disserta sulla povertà, la assume, perché in Cristo la povertà è rivelata a noi come via di salvezza per tutta l’umanità. Per lei vivere il Vangelo è imitare gioiosamente Cristo povero e crocifisso, imitare la sua condiscendenza in quel “farsi poveri” per farsi prossimo, per farsi fratello. Francesco chiama a vivere “senza nulla di proprio”, riconoscendo che ogni bene è proprietà di Dio e noi stessi siamo di Dio. Francesco è colui che ci porta in presenza con la sua vita povera e umile dove risiede la vera dignità dell’uomo, che non sta nella ricchezza, nel potere, nel successo, ma nell’essere fatti “a immagine e similitudine di Cristo”. Francesco è colui che ci dice come l’uomo potrà realizzare se stesso non vivendo da padrone della propria vita, ma vivendo in un continuo rimando al Creatore, un Creatore che si è talmente compromesso con noi da farsi povero, piccolo, sofferente in croce, per riportarci alla possibilità piena di riconciliazione con Lui e con tutte le creature. Il peccato dell’uomo, ci ricorda Francesco, consiste nell’appropriarsi della propria volontà in definitiva, consiste nel credersi Dio, artefici di se stessi. Vivere “senza nulla di proprio” significa vivere non ponendo se stessi al centro della propria vita, ma ponendo Dio al centro e il suo mistero di amore, che ci rende figli e ci rende fratelli. E lo sforzo costante di Francesco sarà quello di restituire tutto a Dio, di non trattenere per sé, condividendo con i fratelli, per riconoscere così in tutti la regalità di Dio, la paternità di Dio, l’orma buona dell’Onnipotente Bon Signore. Elisabetta declina tutto questo nella sua condizione di laicità, nella fedeltà più piena alla propria posizione, alla propria condizione nel mondo, perché questa condizione fa parte del dono di Dio, è grazia di Dio, è possibilità di rimando a Lui, è condizione per amministrare e far fruttificare il talento dell’amore di Dio nel mondo, è terreno in cui seminare il bene e volgere il cuore dell’uomo alla misericordia di Dio. Elisabetta non decolla dalla realtà, non evangelizza, unisce corpo e spirito, contemplazione e azione. Non si tratta infatti di abbondanare tutto, nel senso di uscire dalla condizione di vita, di famiglia, dal proprio posto nella società. Al contrario si tratta di uscire invece da tutti gli egocentrismi che dominano la nostra vita, dalle ingiustizie, dall’indifferenza, dall’assuefazione (tutto ciò che rappresenta la vita animata dallo spirito della carne) per assumere la propria condizione di vita nel mondo in modo nuovo, non da padroni ma da amministratori fedele, ed esercitare una carità senza confini proprio interessandosi del mondo perché il mondo sia il mondo dei figli di Dio, a partire dalla propria quotidianità. Non si tratta tanto di dare qualcosa del proprio patrimonio, si tratta piuttosto di sentirsi in cammino sulle orme di Cristo, sorretti dalla forza del suo amore, per compromettersi in una restituzione perseverante che renda ragione della speranza che è in noi, poggiando non sulle false sicurezze della nostra sola volontà ma sull’azione di Dio.

La sapienza della povertà, parola di carità

S. Elisabetta - La sapienza della povertà, parola di carità | ilcantico.fratejacopa.net

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Elisabetta si fa povera nella vita matrimoniale, ricercando sempre insieme al suo sposo, Luigi Langravio di Turingia, la volontà di Dio. Elisabetta e Ludovico si amano di un affetto meraviglioso nel Signore, esortandosi a vicenda nel bene, crescendo in amore e fedeltà, crescendo in atteggiamento di rendimento di grazie per il dono della vita, per il dono dei figli ai quali, pur nei fasti della reggia, sanno indicare come primo bene l’amore per il Signore. Essi non vivono il matrimonio come un progetto loro, ma di Dio, a cui entrambi si sentono convocati a collaborare, tanto che Elisabetta arriva a dire, vedova a 20 anni, davanti alle ossa del marito, straziata dal dolore: “Ora Signore, rimetti lui e me alla tua misericordia: possa la tua volontà essere portata a termine in noi”. Elisabetta si fa povera assumendo un movimento continuo di attenzione e di cura, di vigilanza evangelica, verso il proprio ambiente, la propria realtà. Animata dal di dentro dall’amore di Cristo, su cui poggia per lei ogni altro amore, Elisabetta anche in tutta la prima parte della sua vita (la sua vita di langravia accanto a Ludovico) non esita ad andare tra i poveri, a vedere con i propri occhi la loro condizione per comprenderla e farsene carico. Non esita a compromettersi, a mettersi in campo per potersi prendere cura dei più deboli, di quelli che nessuno cura. Non esita a cercare di farsi voce; non esita a lenire in ogni modo possibile quella miseria, ad asciugare le lacrime, se non altro con la sua presenza, con la sua vicinanza. Non esita a sentirsi familiare ai poveri, allargando i confini della propria famiglia, maturando giorno dopo giorno una convivialità che non avrà più freno nel farsi tutto a tutti, madre di tutti. Siamo dunque ben lontani da qualche elargizione di denaro (anche se su questo piano Elisabetta arriva a donare tutto quello che ha; alla fine della sua vita dirà “Tutto ciò che c’è, appartiene ai poveri”). Siamo in presenza di un “farsi poveri” che diventa autentica prossimità, custodia della dignità dell’uomo, nell’esercizio di una misericordia che riesce a “restituire” al povero con i beni materiali anche l’amore divino, che è comunque eredità di ogni emarginato, di ogni affamato, di ogni impoverito della terra.

Elisabetta madre di tutti

S. Elisabetta - Madre di tutti | ilcantico.fratejacopa.net

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È una assunzione piena di maternità per il bene di tutti quella di Elisabetta. Si fa madre di tutti per condividere con tutti la buona notizia di un Padre che ci ama e che ci vuole tutti suoi figli. E per curare e custodire ogni dignità negata, violata, calpestata. E quando ormai non più regina, cacciata dal castello, potrà disporre pienamente di se stessa, arriverà ad accogliere come figli i malati più ripugnanti, sentendoli come il dono più prezioso del Signore, sentendo tutta la gioia di potere in loro “lavare il Signore”, accudire alle membra del Signore. Elisabetta si fa povera, anche nel tempo della corte, attraverso il lavoro, lavorando con le proprie mani, sentendo tutta la grazia del lavoro come via di penitenza. Filava, tesseva per i poveri, per i frati, e così fino agli ultimi tempi della sua vita, sentendo il dono di poter fare la propria parte nella umanizzazione del mondo. E ancora più e soprattutto, Elisabetta si fa povera vivendo la realtà terrena “sitibonda di giustizia” come dice la Bolla di Canonizzazione: * trafficando ogni talento, ogni attenzione, ogni cura per porre in essere opere di giustizia. E costruisce il primo ospedale come laica per soccorrere i malati, i pellegrini, i diseredati, dove lei stessa ogni giorno serve con le sue mani i poveri; * denunciando, addirittura con l’astensione dal cibo, tutto ciò che è opera di ladrocinio sui poveri, tutto ciò che è stato sottratto alla mensa dei poveri, mettendosi così ancora una volta dalla loro parte; * e arriva come donna, a dare esempio di autorità come servizio al bene comune, in un contesto come quello medioevale dove l’onnipotenza del signore feudale era indiscussa, quando, esercitando il governo a 19 anni per l’assenza del marito, apre i granai e tutte le riserve dei quattro principati del regno durante la terribile carestia che colpisce in quell’anno la sua nazione. La sua carità si fa audace per rispondere di quella giustizia, sapendo andare contro corrente. E non si limita all’azione immediata. Si fa provvidente, dando a ciascuno non solo il necessario per sopravvivere, ma anche gli strumenti per poter lavorare e mettere insieme il raccolto futuro. Restituisce così dignità al povero, al più debole, additando a tutti la necessità di partire dai più deboli, di tenere conto dei più deboli come fatto di civiltà. E non ci sono limiti alla sua donazione, alla sua oblatività per il bene, perché la sua misura è la misura altissima della passione di Cristo crocifisso. Tanti altri fatti si dovrebbero sottolineare: di certo non si può indulgere ad alcun irenismo quando si tratta della assunzione della povertà di S. Elisabetta. È un cammino indomito il suo, pieno di ostacoli, di sofferenze affrontate con la forza di un amore che tutto spera, che tutto sopporta, e affrontato sempre con la gioia di condividere così la sapienza del Padre per ogni uomo. È la pagina più vera della perfetta letizia quella che abbaglia dalla testimonianza della sua vita nel momento più duro dell’abbandono, il momento della cacciata dal castello assieme ai suoi figli, a cui non sa neppure come provvedere: in questa condizione Elisabetta innalza il Te Deum di ringraziamento a Dio. E il momento più duro diventa il più fecondo, perché Elisabetta – dopo aver assicurato ai figli la possibilità di un futuro – rinnova definitivamente la rinuncia alla sua volontà assumendo l’abito della penitenza, consacrandosi totalmente a servizio del Regno di Dio, potendo finalmente essere tutta del Signore assieme alle sue ancelle che costituiscono la sua fraternità. Un essere tutta del Signore che per Elisabetta mai ha voluto dire però estraniarsi dal mondo. La sua fraternità, il suo ospedale ancora più grande, il suo continuo prodigarsi, è proprio per dilatare la misericordia di Dio nel mondo, è proprio per assicurare una possibilità di accoglienza e di dignità a tutti, è per essere tenda del Signore in mezzo ai poveri, è tutto volto ad esprimere che non ci può essere reale custodia dell’umano senza quell’amore che tutto ha generato. È proprio per dire che la felicità non sta nell’arroccarsi nelle sicurezze materiali o nella torre d’avorio di una religiosità disincarnata, ma sta nello spendersi, nel trafficare il talento ricevuto, la grazia ricevuta, fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo momento della propria vita.

L’eredità di Elisabetta: i pani del suo grembo

Elisabetta, nel suo cammino perseverante e insonne di povertà per farsi tutto a tutti, ha rafforzato l’azione missionaria di tutta la Chiesa, incarnando e diffondendo la spiritualità francescana come fermento di vita evangelica nelle comuni occupazioni del mondo, ponendo il principio della fraternitas a fondamento del rapporto tra gli uomini. Pur nella sua breve vita, e come donna, ha vissuto da protagonista quella rivoluzione che il francescanesimo inaugura nella sua epoca in ordine allo stile di vita, alle relazioni familiari e interpersonali, alla riconciliazione tra le classi sociali, all’amministrazione dei beni, alla cura della polis, della città, quella rivoluzione pacifica che collabora a determinare il passaggio dal Medioevo all’era moderna. Attraverso la sapienza dell’altissima povertà essa attraversa la storia e giunge fino a noi per farci dono dei pani che porta in grembo. Noi come suoi figli, come suoi eredi, siamo chiamati a metterci in cammino. Elisabetta ci rimanda all’ordine dell’amore di Cristo da seguire nella nostra vita. Elisabetta ci rimanda ad assumere la stessa strada di condiscendenza di cui si è degnato il Salvatore facendosi povero per farsi fratello. Elisabetta ci rimanda a lasciarci interpellare dalle situazioni di irriconciliazione del nostro tempo. Ci rimanda a mobilitarci per la pace e il bene, per convertire la nostra vita e poter portare nel mondo la misericordia del Padre. Ci richiama al senso vero della giustizia che è un rendere onore al piano di amore di Dio per l’umanità: un rendere onore che passa dalla quotidianità della nostra esistenza, dal nostro stile di vita, che deve essere attraversato anche oggi dalla sapienza della povertà. Questo rimane un fatto di estrema attualità anche oggi, anzi costituisce più che mai una chiave di volta per il futuro di questo nostro mondo, dove l’uomo, in un vero e proprio delirio di onnipotenza, crede di potersi fare padrone e arbitro della vita e della morte e ricerca la felicità nel possesso idolatrico dei beni, riducendo a massa superflua due terzi dell’umanità e erodendo inesorabilmente le risorse della terra assieme alle risorse di senso di tutta la società. All’assunzione della sapienza evangelica della povertà non possiamo sottrarci, se vogliamo che tutta la nostra vita possa davvero farsi carità. Elisabetta oggi ci ripropone la via francescana come lettera di Dio, come lettera per noi che proviene dall’amore di Dio, non solo per noi ma per l’intera famiglia umana. E ci ridice che la perfezione della carità non è una ascesi individualistica, ma condivisione, condivisione piena: è uno “stare tra”, è uno “spezzare il pane con”, come Cristo è venuto a spezzare il pane con noi fino a farsi nostro “pane”. È portare oggi l’amore di Cristo, un amore che tocca le strutture della vita, che tocca l’uomo dove è e come è; un amore che coinvolge non solo l’interiorità ma tutto l’uomo, la sensibilità, l’intelligenza, la volontà, la creatività, per porle a servizio del disegno di amore del Padre. Portare la sapienza della povertà nel nostro stato secolare diventa compito, missione, diventa la carità più grande per l’umanità del nostro tempo: il non trattenere per noi la buona notizia di un Dio che ci salva, che ci ha pensato e voluto come famiglia, di un Dio che si fa nostra compagnia perché la nostra vita possa essere piena e godere della sua beatitudine. Nel fare memoria di S. Elisabetta nel giorno della sua festa imploriamo dal Signore per sua intercessione di renderci capaci di restituire la grazia ricevuta. Spetta ora a noi, come ha fatto Elisabetta, di “portare Cristo nel nostro cuore e nel nostro corpo … per partorirlo” oggi restituendolo così con le opere sante che devono risplendere agli altri in esempio. E potremo così nel Signore a nostra volta “usare misericordia…”.

Argia Passoni

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