Il Cantico

Un nuovo libro di Frate Jacopa

Copertina(1)

Il volume, a cura di Argia Passoni, propone i contributi di Don Stefano Culiersi (Storia della teologia), Don Massimo Serretti (Teologia dogmatica), p. Lorenzo Di Giuseppe ofm (Teologia morale), Maria Bosin (Sindaco di Predazzo), Marcella Morandini (Direttore Fondazione Dolomiti Unesco), Mauro Leveghi (Segretario Gen. CCIAA di Trento e Bolzano), Piero Badaloni (Giornalista), Don Rodolfo Pizzolli (Del. PSL Diocesi di Trento), S.E. Mons. Mario Toso (Vescovo di Faenza Modigliana), Giustino Basso (Presidente Ucsi Trento e Bolzano), Simone Morandini (Teologia della creazione e Ecumenismo), Paolo Rizzi (Economia).
Il libro si può richiedere a Societa Cooperativa Sociale Frate Jacopa info@fratejacopa.it
- Tel. 06631980 – 3282288455 – ISBN 9788894104769 – pag. 172 -
Prezzo € 13,00.

Presentazione

Questo volume raccoglie gli Atti del Convegno “Seminare speranza nella città degli uomini”, promosso dalla Fraternità Francescana Frate Jacopa a Bellamonte (TN) dal 22 al 25 agosto 2017 con il Patrocinio del Comune di Predazzo, e ne include le premesse valoriali espresse dagli apporti “Orizzonti di speranza” in cui si inscrive l’azione del seminare speranza, oggetto del Convegno.
Autorevoli teologi ed esperti in vari campi convergono con i loro contributi in un approfondimento articolato, a partire da una riflessione sul rapporto “Chiesa e città” che collega la responsabilità dell’abitare al punto cardine dell’evangelizzazione, l’essere testimoni della Resurrezione di Gesù (Stefano Culiersi), e dunque all’azione del “seminare speranza”.
Ad essa fa seguito il contributo “Portare speranza” (Massimo Serretti) che mette in luce come alla radice della speranza umana ci sia sempre l’azione divina. “L’uomo è impastato della necessità della speranza poiché il fine dell’uomo non è naturale ma soprannaturale”. Le patologie della speranza a cui assistiamo oggi dicono la fame di speranza, un’assenza di speranza che produce volti senza identità e vite senza futuro.
Dunque è fondamentale l’ancoraggio dell’umano al divino, come risposta all’incarnazione del divino nell’umano. Lungi dall’essere uno statomentale la speranza cristiana è legata a qualcuno che si è donato a noi. In Cristo, nostra speranza, l’eternità di Dio verso cui tutti gli uomini sono orientati, si rende presente e si autopartecipa. Ora “i cristiani rappresentano per il mondo il filo che lo riannoda all’ancora sicura e salda”: ecco la responsabilità del portare speranza.
Siamo chiamati a “lavorare alla speranza”: aiutare ad uscire dalle pseudo speranze, dando credito all’altro e prendendosi cura della crescita della sua speranza, è parte integrante del “rendere ragione della speranza che è in noi”.
In tal senso è particolarmente significativa l’esemplarità di S. Francesco “specialista della speranza escatologica e della speranza umana”. In lui, “missionario di speranza” (Papa Francesco) con tutta la sua vita, “la speranza era uno sperare in Dio e nelle sue promesse ma era anche uno sperare negli altri, con gli altri e per gli altri” (Lorenzo Di Giuseppe).
In questo orizzonte si snodano i contributi del Convegno “Seminare speranza nella città degli uomini”, puntando l’attenzione ai semi di speranza già presenti in questa nostra complessa realtà per proiettarsi poi nell’approfondimento di alcuni rilevanti nodi che il seminare speranza oggi richiede di affrontare.
In questo tempo di svolta epocale è evidente il bisogno di cammini di speranza e di pace rispetto ad una società sempre più disorientata, distratta nei confronti del bene comune e dell’alterità, e contrassegnata da una violenza pervasiva a vari livelli. Come punto di partenza è stato privilegiato il volgere lo sguardo ai semi di speranza in atto, attraverso la testimonianza efficace del Documentario “Dolomiti. Economia del bene comune” del regista Piero Badaloni, ripresa nel Testo attraverso gli apporti dello stesso Badaloni, Rodolfo Pizzolli e quelli istituzionali del Sindaco Maria Bosin, Marcella Morandini e Mauro Leveghi, che rimandano all’esemplarità di un’autentica economia del bene comune: una esemplarità di attenzione alla persona e alla dignità del lavoro, alla preziosità dell’ambiente, alla sua bellezza e sostenibilità, e accanto a questo l’esemplarità di una comunità, di quel “noi” così importante che costituisce di per sé “bene comune”; una comunità che fin dal 1100 ha saputo darsi Regole per tutelare i beni ambientali come beni collettivi, inalienabili, indivisibili, per poterne godere in maniera condivisa e poterli consegnare alle generazioni future.
È il grande tema del bene comune che oggi deve trovare casa nella nostra realtà globalizzata per custodire prospettive di speranza e di futuro rispetto ad una economia che è agli antipodi poiché pone al centro non le persone ma l’assolutizzazione del profitto con tutto ciò che ne deriva in termini di mercificazione della vita e di cultura dello scarto.
Il primo nodo affrontato nella prospettiva del “seminare speranza nella città degli uomini” è il tema del lavoro, bisogno fondamentale della persona per crescere in dignità e rendere possibile il proprio contributo al prendersi cura del mondo secondo il mandato ricevuto dal Creatore. Quale speranza può esserci infatti per una società che aliena una delle dimensioni costitutive della persona e che potrebbe tendere a farlo sempre più a fronte della introduzione di un’automazione sempre più avanzata? Se si mercifica il lavoro senza guardare all’aspetto soggettivo del lavoro si nullifica la dignità del lavoro e dunque si depaupera la persona e la società. Occorre stare dentro al mondo del lavoro con la criteriologia tipica di chi si avvale di una visione dell’uomo “immagine di Dio”, individuando parametri per leggere la realtà attuale, mettendo al centro la persona non il profitto, ponendoci di nuovo la domanda “Che cos’è il lavoro oggi?” (Mons. Mario Toso), secondo le piste indicate nel documento preparatorio alla Settimana Sociale 2017 alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa di denuncia del male e di annuncio del bene. Ne scaturisce un forte appello ad essere cultori e amministratori della visione biblica del lavoro da onorare nei fatti individuando le modalità che consentono di accrescere la preziosità del lavoro nel contesto attuale. I tre riferimenti della DSC “il lavoro è un bene dell’uomo, il lavoro ha il primato sul capitale, il lavoro è ordinato alla persona” ci indicano la conversione culturale da porre in campo in una rivalutazione della dimensione soggettiva del lavoro più che mai necessaria. Una conversione culturale che sia in linea con uno “sviluppo integrale, solidale, sostenibile, inclusivo, alternativo al modello di sviluppo imperante”. Solo se il lavoro sarà “libero, creativo, partecipativo e solidale” diventerà generativo e sarà posto al servizio della pace e del bene comune della famiglia umana rigenerando speranza. E tutto questo richiede un movimento di popolo (Toso).
Il secondo nodo, il versante della comunicazione sullo sfondo di una trasformazione senza precedenti, richiama più che mai a farci prossimo nella comunicazione per custodire uno stile di comunicazione che orienti alla speranza, sapendo andare contro corrente, secondo un’etica della responsabilità, che se attiene in primo luogo ai giornalisti, riguarda comunque tutti nell’attenzione alla verità e al bene (Giustino Basso).
Saremo capaci di vivere lo spazio plurale riconoscendo la diversità come ricchezza e non come contrapposizione? Come far sì che le diverse religioni aiutino e sostengano la convivenza nella città globale? Sono interrogativi che soggiacciono al sondare l’ampio nodo del ricostruire le ragioni del vivere insieme nell’urgenza di un paradigma innovativo di cittadinanza in un mondo non più chiuso.
È il tema dell’etica civile, l’importanza di pervenire ad un nuovo ethos sociale, da tradurre in imperativo etico condiviso (Simone Morandini) per una convivenza della famiglia umana. Occorre uno sguardo nuovo da rivolgere alla nostra contemporaneità, non ingenuo, bensì capace di accogliere quel bene, quella fecondità che l’alterità porta con sé. Una città con le mura ma accogliente con le 4 porte aperte è la suggestiva immagine che ci richiama al fatto di un’etica civile improntata a promuovere la cittadinanza, ma al tempo stesso andando oltre “allargando la nostra tenda”, imparando a comprenderci in una realtà profondamente dinamica, ambivalente, in cui abita lo Spirito (Morandini). E già il parlare di convivenza a misura della famiglia umana, il parlare di diritti umani, diventa un paradigma innovativo di grande forza e respiro universale (Patto per un’etica civile).
Passando all’ultimo nodo, considerato come passaggio dalla cultura dello scarto alla fraternità, come non ricordare che in questo contesto sempre più globale – dove il volto dell’altro rapidamente scompare dalla nostra mente e dal nostro cuore – siamo chiamati a rispondere dello statuto d’essere dell’uomo che è relazionale e dello statuto d’essere dell’umanità che è di famiglia e di fraternità? Il Papa ci indica con chiarezza che possiamo costruire il futuro solo insieme senza escludere nessuno. È la dimensione fondante della fraternità che chiede di essere inverata se l’uomo vuole essere veramente se stesso, se l’umanità vuole avere speranza di futuro. Rispetto alle sfide dell’economia contemporanea sul piano della competitività, sostenibilità, equità e della cultura dello scarto divenuta mentalità comune che ingloba creato, cose e persone e rende più che mai i poveri del tutto inutili; di fronte alle disuguaglianze crescenti e alla insostenibilità del modello di sviluppo, occorrono risposte ai livelli internazionali e locali, politiche pubbliche e scelte personali (Paolo Rizzi) e la prospettiva cristiana della fraternità è da mettere in atto proprio per l’eccedenza che il Vangelo indica come stella polare: “guardare alla polis presente con lo sguardo rivolto al politeuma futuro”, non per indifferenza, ma per impegno con spirito di servizio anche nella politica e nell’attività economica e sociale. Una chiamata ad essere in tal senso “strabici” ed esserlo anche a livello geografico, con un occhio attento e dolce verso le persone vicine (vivere il locale) ma con un occhio attento e severo verso il mondo (vivere il globale) sentendo l’urgenza di una rivoluzione dell’amore, a livello politico, economico, culturale, per farne la norma costante e superiore dell’agire: “L’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che … incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società” (LS 231).
Le giornate del Convegno hanno offerto stimoli importanti a crescere nella consapevolezza che seminare speranza nella città degli uomini implica mettere in atto processi che portino al cambiamento, ad una riumanizzazione con tutto ciò che questo richiede di rigenerazione sociale, di riorientamento della economia e della politica per il servizio del vero bene di tutto l’uomo e di ogni popolo; processi che richiedono una conversione personale e comunitaria e quindi un ancoraggio solido alla contemplazione e al discernimento assieme ad una mobilitazione perseverante per passare dalla cultura dello scarto alla fraternità. “Il futuro – ci ricorda Papa Francesco – è soprattutto nelle mani delle persone che riconoscono l’altro come un tu e se stesse come parte di un noi”.
Coralmente emerge l’appello ad un grande lavoro per essere ministri di speranza oggi, che ci interpella più che mai alla costruzione del “noi”, accogliendo l’istanza, in termini francescani, a vivere la cura del bene comune “secondo la misura del Cristo passionato”. Del resto Evangelii Gaudium non ci richiama forse a questa prospettiva quando ci invita a considerare come possiamo noi disinteressarci del mondo, della città, se lo stesso Cristo è venuto ad abitare tra noi, ad abitare le piazze, le case della città degli uomini?
L’edizione di questi Atti vuole essere una partecipazione della ricchezza assaporata, con l’augurio che con l’apporto di ogni uomo e donna di buona volontà possa divenire fermento fecondo di rinnovata speranza.

Argia Passoni, Fraternità Francescana Frate Jacopa


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