Il Cantico

Sono occhi di luce

28/02/2019

Maria Rosaria Restivo

img60 (1)Esistono momenti nella nostra memoria che una volta svelati ci donano appartenenza, calore, emozione. Sono attimi unici in grado di cambiarci, di renderci migliori, di donare forza, coraggio, determinazione. Preziosi istanti di una vita vissuta in pienezza, nell’Amore. Nella consapevolezza di ciò che veramente conta, di ciò che per fortuna non ha prezzo seppur nasconda nella sua intimità la ricchezza più grande. Ed è in questi attimi che ci ricordiamo il motivo per il quale siamo nati. Essi infatti ci donano la consapevolezza di ciò di cui realmente abbiamo bisogno e sanno illuminarci verso il lento cammino di una vita piena, in Felicità.
La nascita di un bimbo è uno di questi momenti, il più importante forse. Non dimenticherò mai l’istante in cui i miei occhi hanno incrociato quelli di mia figlia per la prima volta riempiendo il mio cuore in modo indicibile, l’ho guardata venire al mondo nel dolore ma, insieme a mio marito che era al mio fianco, ho sorriso, del sorriso più bello possibile. Con lei veniva al mondo la felicità.
Diventare madre e padre racchiude la preziosità del senso della vita. Questa condizione è in grado di cambiare ogni donna ed ogni uomo che ne vengano coinvolti in modo disarmante. Si muta per far posto alla vita nuova. L’unicità perderà significato, il pensiero ed il cuore si espanderanno verso orizzonti nuovi ed inesplorati. Si scoprirà di conoscere cose per le quali non ci si credeva all’altezza, si esprimerà amore in ogni parola ed in ogni gesto, si imparerà a donare se stessi per l’altro, sacrificandosi senza soffrirne, si saprà agire con sapiente istinto per salvaguardare quel prezioso dono, quel profumo impagabile, quell’unicità indissolubile che vivrà nel suo cuore per sempre.
Essere genitori significa dare forma a un amore che non si credeva potesse esistere e che invece travolge totalmente, perché è dentro di noi fin dal principio. Vuol dire creare un legame speciale, unico; vuol dire mettere il cuore fuori dal proprio corpo e prima di tutto e tutti. Significa partecipare attivamente al meraviglioso progetto di Dio, la creazione. E’ un’esperienza intensa e totalizzante al punto da far perdere di vista il senso della prospettiva. Quello che si vive è talmente grande, impegnativo, assoluto, che in qualche modo sembra destinato a durare in eterno.
E invece i figli non restano neonati che per un pugno di settimane, solo in apparenza “interminabili”, diventeranno grandi fino a che un giorno, senza alcun preavviso, non sarà più possibile prenderli in braccio, diverranno donne e uomini adulti che porteranno nel loro agire l’amore che saremo stati capaci di donargli, e, sopra ogni cosa, la capacità di amare che avranno imparato da noi, la capacità di amare se stessi, gli altri, il proprio lavoro, la vita.
Il dono più ricco che possiamo fare ai nostri figli è la consapevolezza dell’Amore che vive in eterno e che rende felici. L’amore di Dio che si svela nel dono totale di sè. Che dà senso all’esistenza perché la nutre. L’amore, però, non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e rinnovato ogni giorno; esso ripaga quest’attenzione meravigliosamente, permettendoci di vivere la vita in pienezza, colmandola di senso.
La mentalità materialistica che oggi predomina celebra la vita solo nella misura in cui raggiunge il successo, l’efficienza, la ricchezza, il piacere. Non le riconosce un valore in sé e per sé. Perciò finisce per alimentare una cultura di morte, che trova le sue manifestazioni nel disprezzo e nell’emarginazione dei più deboli, nell’infelicità di una quotidianità egoista e individualista che ha riempito le nostre case del più atroce nichilismo e dell’aggressività rabbiosa.
L’uomo, immagine vivente di Dio, vale per se stesso, non per quello che produce o che possiede e va rispettato e amato incondizionatamente. È la sua dignità di persona che conferisce valore ai beni che gli servono per esprimersi e realizzarsi. Se è vero che nasce incompiuto e cresce mediante un’esperienza di donazione fino alla perfezione definitiva dell’eternità, è anche vero che fin dall’inizio ha un animo irripetibile, aperto all’infinito, chiamato a vivere per gli altri e con gli altri.
Dio ama questa nostra vita, sana o malata, felice o infelice, virtuosa o sfigurata dal peccato; Cristo la vive insieme a noi, condividendo i nostri beni e le nostre miserie, come se fossero suoi; lo Spirito la sostiene e la orienta, perché diventi dono di amore.
Credere significa avere la più alta considerazione dell’uomo, del valore della vita come tale e quindi di ogni vita. Invece, ancorare la propria esistenza al successo, all’efficienza, al possesso o al piacere, significa costruire sulle sabbie mobili della precarietà e dell’individualismo, l’infelicità perenne.
La vita è meravigliosa, anche se piena di contraddizioni, incantevole e terribile, colma di potenzialità e bloccata, a volte, in un atavico immobilismo.
Dobbiamo prenderla nelle nostre mani e insegnare ai nostri figli a farlo a loro volta, donandogli ali per volare e radici per tornare.
Toglierla all’indolenza, alla rassegnazione, al compromesso facile e rifarla sulla misura che le appartiene. La vita può essere un paradiso. Dobbiamo alzarci in piedi, strapparla dalle mani dei poteri occulti, delle lobby mafiose, delle clientele invadenti, dei politici infedeli alla loro missione, degli sfruttatori e dei millantatori. Non è vero che nulla può mutare. E non pensiamo che la vita vissuta nella ricchezza disonesta, nell’oppressione degli altri, nel tradimento degli affetti, nella miseria degli ideali, sia una vita felice, realizzata. Siamo fatti per la bellezza, per l’amore, per le relazioni calde e nutrienti. Chi vive fuori di esse, chi non sperimenta tutto questo è in verità un infelice e un disperato. Dobbiamo farci germe e lievito di speranza. E non della speranza episodica, della fiammata di una sera, del sussulto di una fugace emozione.
Vivere la realtà della speranza autentica, che esige fedeltà e rispetto del tempo. Chi è fedele quotidianamente al senso profondo dell’esistenza è in grado di cambiare il mondo.
Questo apprendiamo dalla vita di Gesù di Nazareth, uomo integrale, uomo pienamente realizzato e amante della vita, che rimanendo fedele alla sua interiorità, ai suoi fratelli e al Padre, scelse di attraversare l’abbandono, il tradimento, la delusione per rimanere all’altezza dell’amore e cambiò così per sempre il verso della storia umana: non sono i potenti o i prepotenti ad avere in mano il mondo. A possedere la terra sono i miti, gli operatori di pace e di giustizia, i puri di cuore. A loro appartiene la felicità, secondo la parola delle beatitudini. Se ci faremo travolgere senza temere, un giorno, voltandoci, quando ci sembrerà di non aver fatto nulla, vedremo i frutti nascosti dell’umile lavoro quotidiano, gli alberi nati dai tanti granelli di senape della nostra esistenza consegnata, e dunque felice.
In un tempo di fake news e di post verità, troppi dicono banalmente che ci vorrebbe un ritorno alla verità, come se ciò di cui soffriamo fosse solo una mancanza di oggettività di opinioni e informazioni.
Dostoevskij ci ricorda che la verità come pura affermazione non conta nulla. Che la verità è una Persona, Gesù Cristo, che ha posto la relazione fino al dono di sé. Che la verità abita nella relazione ed è la relazione stessa. E che non si può essere uomini di verità se non si dimora nell’autenticità di fronte all’altro, se non si è fedeli alla sua realtà, prima di ogni idea e di ogni convinzione astratta. img66 (1)
Mentre guardo mia figlia dormire beata, al calduccio, felice al sicuro tra le mie braccia il pensiero non può non andare ai tanti bambini privati della loro infanzia, a quanti sono nati dalla parte sbagliata della terra, a quanti intraprendono un viaggio disperato nella speranza di una vita più degna e trovano soltanto un glaciale rifiuto nell’indifferenza del cuore. E ringrazio il cielo ogni giorno per il dono di poterla accudire nelmigliore dei modi possibili. È forse un nostro merito? Ci chiediamo insieme a mio marito. No, non lo è. Siamo stati più fortunati di tanti altri che non possono offrire ai propri figli neppure il necessario per vivere.
Nel terzo millennio, quando la tecnologia ha annientato le distanze e migliorato radicalmente la qualità della vita del venti per cento della popolazione mondiale, la maggior parte degli uomini e delle donne in questa terra muore ogni giorno di fame e di stentimancando dell’essenziale,mentre nell’ingordo occidente si impara a festeggiare i compleanni dei sedicenti “vip” nei supermercati che vengono vandallizzati e distrutti in un modo di gran lunga peggiore di quanto avrebbero fatto un tempo le orde barbariche. Davvero un bel modo di celebrare la festa!
Mia figlia invece, coi suoi tre mesi e poco più, ha lo sguardo della felicità semplice, della meraviglia del cuore, della gioia che nasce con la vita, se sapessimo conservare tale semplicità saremmo forse capaci di vivere più felicemente anche noi adulti, in serenità.
In questo periodo, Ester ha gli occhi di un colore che è a metà tra il cielo ed il mare, sembrano due zaffiri, non so se resteranno tali, quel che è certo è che sono occhi ricolmi di speranza che guardano al futuro con un sorriso d’incanto, sono occhi brillanti, vividi, luminosi, sono occhi ricolmi di fiducia nei confronti del prossimo e della vita, sono gli occhi con cui ciascuno di noi dovrebbe guardare al grande mistero della vita che ci è stata donata, sono occhi di Luce.

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