Il Cantico

Sintesi della Relazione di p. Vittorio Viola*

La povertà negli scritti di San Francesco | ilcantico.fratejacopa.net

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Non c’è un aspetto della vita di S. Francesco che non sia impregnato di povertà. In genere noi siamo colpiti dall’apparire, dai gesti, dagli atteggiamenti che manifestano la povertà esteriore; invece la povertà è molto di più, poiché dà forza all’interiorità. È un luogo santo in cui fare esperienze forti che segnano e colorano la vita in profondità. Perciò dobbiamo avvicinarci con trepidazione e timore alle parole di S. Francesco, poiché solo in esse può trasparire il suo mondo interiore. Nelle Regole (bollata e non bollata) sono frequenti le esortazioni alla povertà (FF 4.5.24.28.29.90) che esprimono la ricerca della purezza della povertà esteriore. Si percepisce una posizione estremista che sarebbe eccessiva se non fosse dovuta all’aver colto nell’“altissima povertà” qualcosa di profondo al di là del quale la povertà esteriore perde senso e si riduce a pura apparenza. La determinazione assoluta di non voler possedere nessuna cosa deriva dal volersi mettere nella condizione di non avere sicurezze che possano sostituirsi a Dio. S. Francesco propone una revisione di vita che privi di ogni sicurezza, che spogli di ciò che fa sentire padroni di qualcosa. Non vuole che ci sia nulla tra sé e Dio. Non si ritiene autonomo, ma assolutamente dipendente da Lui.

L’espropriazione non è solo relativa alle cose. L’Ammonizione VII ci parla dell’espropriazione della scienza. La conoscenza alla lettera della Scrittura è come un possesso che consente di “essere ritenuti più sapienti degli altri” e di “acquistare grandi ricchezze” (FF 156). Ma “la lettera uccide, lo spirito invece vivifica”! Sono invece vivificati dallo spirito della Scrittura i poveri, cioè coloro che “con la parola e con l’esempio la rendono all’Altissimo al quale appartiene ogni bene”. L’Ammonizione IV e la Rnb XVII ci parla dell’espropriazione dell’ufficio. Coloro che sono costituiti in autorità devono usare il loro ufficio per lavare i piedi ai fratelli altrimenti “ammassano un tesoro fraudolento a pericolo delle loro anime” (FF 152). Non c’è aspetto della vita che non possa essere illuminato dalla povertà. Nell’Ammonizione XI si afferma che quando ci si lascia prendere dall’ira o dallo sdegno per il peccato dell’altro, ci si macchia di tale peccato che diventa per noi un “tesoro fraudolento” (FF 160).

L’Ammonizione XIV si rivolge a coloro che si irritano o si scandalizzano quando qualcosa viene loro tolta. Essi non sono poveri di spirito anche se si applicano insistentemente in preghiere ed uffici. Lo sono invece coloro che odiano se stessi, cioè rinnegano se stessi in quanto non vogliono possedere la loro volontà. E chi è più povero di colui che rinuncia alla propria volontà? Perché tanto sacrificio? Perché, come è espresso nell’Ammonizione II, la radice del peccato è il male della propria volontà. La povertà riguarda anche l’atteggiamento di restituzione a Dio di tutto il bene che facciamo: “tutti i beni sono suoi” e “procedono da Lui” (FF 49). La tentazione di presentarci a Lui con qualcosa di nostro, con le nostre opere buone per avere un contraccambio, falsa il nostro rapporto con Lui. Noi non possiamo vantare nulla, ma solo sentirci raggiunti da Lui e stare di fronte a Lui nella più totale dipendenza. Tale atteggiamento dà forza anche alla nostra preghiera, poiché Dio è “costretto” a parteciparci il tutto di sé.

S. Francesco non acquista consapevolezza profonda del senso della povertà né dalla condivisione con i poveri, né dalla necessità di una propria coerenza, ma ascoltando il Vangelo ne riceve un’illuminazione e comprende che l’unica motivazione della povertà è la conoscenza vitale di Lui. Infatti dopo aver aperto a caso il Vangelo ed avervi trovato i brani relativi alla povertà “subito esultante esclamò: questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore” (FF 356 o FF 1431). E quando i frati gli chiesero quale virtù rendesse una persona più amica a Cristo rispose che “la povertà è via particolare di salvezza”. Chiamava “la povertà regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina” (FF 788). La povertà di Cristo è frutto della decisione presa dalle tre Persone della Trinità per raggiungerci. Egli infatti si è fatto povero incarnandosi, precipitando nella condizione umana per poterci raggiungere nella nostra condizione di peccato dovuta all’appropriazione della nostra volontà (vedi Amm. II).

È venuto per espropriarci della nostra volontà, cioè per liberarci dal peccato. Ha dato visibilità alla relazione tra le persone della Trinità dove ciascuno ama l’altro svuotando se stesso, all’opposto della nostra relazionalità peccaminosa in quanto è appropriazione di sé. Facendo la volontà del Padre ha svuotato se stesso incarnandosi. S. Francesco, contemplando il mistero dell’incarnazione, ha voluto svuotare se stesso facendosi anche lui povero, cioè espropriandosi della propria volontà e restituendo a Dio i suoi beni. Ha voluto avere in sé gli stessi sentimenti che furono di Cristo (vedi Fil 2, 5), ha sentito il bisogno istintivo di buttare via tutto ciò che prima aveva occupato il suo cuore. Non ha fatto riferimento a ragionamenti che valutassero il da farsi, non ha chiesto garanzie, ma “subito” ha agito per non soffocare il fuoco della Parola con una coperta bagnata, nella consapevolezza di seguire “solo da lontano” le orme di Cristo. Il punto estremo della povertà è l’Eucaristia. Umiliandosi nel pane e nel vino Cristo mostra, ancora una volta, il desiderio di raggiungerci. E noi per accoglierlo dobbiamo vivere lo stesso movimento di svuotamento, altrimenti non crediamo nell’Eucaristia, ma ci comportiamo come quei giudei che non riconobbero in Cristo il Figlio di Dio, poiché non lo contemplarono con gli occhi della fede (FF 144).

L’accoglienza del dono eucaristico richiede la disposizione di uno spirito povero che non tiene niente per sé: non possiede il tesoro fraudolento della colpa altrui o dell’ufficio, non si irrita per un’ingiuria… La vera fraternità è frutto della povertà, poiché si costruisce svuotando se stessi nell’accogliere l’altro, nella benevolenza, nell’obbedienza ad una comunione che da “molto lontano” ricorda la relazione nella Trinità. “Nulla, dunque, di voi tenete per voi, affinché vi accolga tutti colui che a voi si dà tutto” (FF 221).

A cura di Graziella Baldo * (Istituto Teologico di Assisi e Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma)

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