Il Cantico
Un anno per una fede viva - Don Massimo Serretti | http://ilcantico.fratejacopa.net

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«Quest’anno è volato!» È un’espressione che usiamo spesso riferendoci all’anno solare e allo scorrere rapido del tempo. Ruit hora. Anche questo Anno della fede che il Successore di Pietro, il Papa Benedetto XVI, ha proposto alla Chiesa intera volerà via in un battibaleno se non ci approprieremo dell’occasione che esso ci offre dell’esperienza meravigliosa del trascendersi della fede: dell’andare «di fede in fede». È con l’invocazione evangelica che possiamo apprestarci a far nostro l’invito che ci viene rivolto: «Io credo, aumenta la mia fede!» Del resto sappiamo che quando ci muoviamo nell’obbedienza la fecondità è garantita.

Il Papa Benedetto ha indetto questo Anno della fede con la Lettera Apostolica La porta della fede (Porta fidei) prendendo come data d’inizio quella dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (11 ottobre) e come chiusura la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo (24 novembre 2013). Non è la prima volta che viene indetto un Anno della fede. Già nel 1967 il Papa Paolo VI lo aveva proposto in occasione dei millenovecento anni della testimonianza di fede resa nel martirio dagli Apostoli Pietro e Paolo. Paolo VI mirava a che si riprendesse una «esatta coscienza» della fede, che la si ravvivasse, la si purificasse, la si confermasse e la si confessasse (cf. testo Esortazione cit. in Porta fidei, 4).

La fede infatti, come ogni dono di Dio presente in noi, è qualcosa di vivo e di dinamico. Essa chiede di essere conosciuta e il sapere intorno alla fede è sempre un sapere dal di dentro della fede presente e viva. Essa chiede anche di essere pura. C’è una purezza caratteristica della virtù teologale della fede che può subire opacizzazioni, riduzioni, alterazioni e addirittura, a volte, sfigurazioni. Cercare la purezza della nostra fede «più preziosa dell’oro» sarà un compito che ci impegnerà in questo anno. C’è anche una stabilità e una fermezza della fede, dell’atto di fede, che chiede sempre ulteriore conferma, non solo quando per un motivo o per un altro esso viene ad essere malfermo, ma anche per una necessità interiore di consolidamento.

Col crescere degli anni, degli incontri, delle esperienze, della grazia, la fede si consolida. Ma infine tutto si riassume e si innalza in un atto che è quello della professione della fede. Un atto che è sia personale ed interiore che sociale e pubblico. Come ogni dono dall’Alto, anche quello della fede è dato «per l’utilità comune» e quindi la fede è data per essere confessata. Ed è proprio nella confessione che essa si precisa, si rinsalda e si rafforza.

I Vangeli ci attestano che Pietro è l’unico per la cui fede Gesù prega in maniera personale («ho pregato per te, che non venga meno la tua fede») e il ministero petrino è proprio centrato sulla fede («e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » Lc 22, 32). Accogliamo dunque cordialmente l’invito che ci viene da Pietro a lavorare sulle due linee maestre della fede: quella della sua verità e quindi dell’integrità e perfezione dei suoi contenuti e dei suoi articoli e quella della veridicità e della pienezza dell’atto della sua professione, sempre nella consapevolezza che all’inizio c’è il dono gratuito.

Don Massimo Serretti

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1 Comment for this entry

  • teresa says:

    NOn ci sarebbe bisogno di alcun commento da quanto è affermato da don MASSIMO in questo articolo. Oserei solo ricordare, dalle parole anche di ARGIA e P. LORENZO che ,avere FEDE è molto più importante che possedere mille lingotti d’oro. Ed è proprio così, è la VERITA’…E,vorrei ricordare che ,com’è ribadito nella Lettera ai fedeli laici…della”Cei”…La relazione con DIO è il fondamento originario e il modello liberante di ogni altra relazione umana-dalla relazione con noi stessi, a quella con gli altri tratelli e sorelle e con la NATURA-, CONFERENDOLE UN SENSO PIENO E UN VALORE AUTENTICO.Dobbiamo ,pertanto, ritrovare il senso ultimo del nostro incontro con DIO in Cristo nel cuore stesso di ogni apertura relazionale, a cominciare da quella relazione riflessiva, dell’io con se stesso,dalla quale dipende la nostra identita’ personale, per arrivare alla relazione con gli altri nella fraternita’ universale e a quella con il Creato affidato alla nostre mani.La fede in Cris non puo’ lasciarci indifferenti rispetto a tutte le sfere di relazioni interumane,nè può mai rassegnarsi a chiusure settarie o ad aperture strumentali. In LUI scopriamo la radice ultima della nostra umaniya’, che ci fa vedere in ogni persona un nostro fratello.

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