Il Cantico

lembijpegChe cosa significa oggi nel XXI secolo come cittadini, come cristiani o per una comunità francescana impegnarsi per la “custodia dei creato”, cioè accogliere l’appello del Magistero della Chiesa di cui papa Francesco si è fatto portavoce nella sua visita qui ad Assisi il 4 ottobre 2013?
Il percorso che vi propongo per tentare di rispondere a questa non facile domanda è quello di partire all’approfondimento delle parole sottostanti: custodire e beni comuni.
In qualsiasi dizionario, il termine “Custodire” è sinonimo di: Sorveglianza-Salvaguardia – Responsabilità – cioè Governo.
Impegnarsi per la custodia dei beni comuni comporta quindi una molteplicità di impegni, cioè di doveri che possono essere cosi sintetizzati:
Sorvegliare l’evoluzione delle concezioni di bene comune e dei beni comuni
Salvaguardare l’integrità dei “beni comuni”
Adottare atteggiamenti responsabili sia in termini di usi che di relazioni personali, ma soprattutto collettive
Partecipare e monitorare i modelli di “governo” dei beni comuni.
Questi verbi declinano quindi con efficacia quanto sia oneroso impegnarsi a difesa dei beni comuni, cioè di quei beni che sono identificabili come diritti universali e indispensabili per la dignità umana di ogni persona.
Impegnarsi per la custodia dei “beni del creato”, cioè per tutti i beni messi a disposizione dell’uomo come “dono” dal Dio creatore, rappresenta un impegno ancor più oneroso della difesa etica, sociale dei beni comuni. Per un credente farsi carico del ruolo di “custode” significa assumere la consapevolezza di essere membri della grande famiglia che è l’umanità, cioè a partire dalla consapevolezza della “mondialità” della nostra appartenenza.
Ma impegnarsi per custodire o promuovere “i beni comuni” presuppone la presa di coscienza di questa mondialità e condivisione della loro definizione. In assenza di una visione comune del bene comune e dei beni comuni risulta più difficile impegnarsi sul “cosa fare insieme”.
La concezione di “bene comune” è infatti una dizione vaga perché dipende dalle culture e dalla storia delle singole società, delle comunità. Richiamo alcune di queste visioni:
• Nel mondo cattolico i beni comuni sono quelli del creato e quindi un “dono di Dio”;
• Nella visione laica i beni comuni corrispondono a diritti universali, che nonostante le Dichiarazioni e le Carte costituzionali non sono ancora accessibili a tutti gli uomini, cioè universalmente riconosciuti e garantiti;
• In una visione liberale i beni comuni sono spesso associati ai diritti sociali da garantire attraverso la crescita economica e una giustizia redistributiva;
• In una visione economica i beni comuni sono commodity (merci) a cui si accede attraverso un prezzo, da cui l’importanza di dare loro un valore economico e quindi il rischio della speculazione finanziaria da parte del capitale finanziario.

BENI COMUNI
Consentitemi quindi di dedicare la prima parte del mio contributo a richiamare le principali concezioni dei “beni comuni” e del “bene comune” , perché da esse dipendono gli atteggiamenti da parte della politica, della cultura, della stessa chiesa ed anche da ciò che ciascuno di noi può fare.
La Bibbia ci insegna che la creazione intera è per l’uomo, cioè i beni del creato sono un dono che l’uomo ha il compito di mettere a valore col suo lavoro. Se la terra è fatta per fornire a ciascuno i mezzi della sua sussistenza e gli strumenti del suo progresso, ogni uomo ha dunque il diritto di trovarvi ciò che gli è necessario.
Successivamente la visione del magistero della Chiesa ha attraversato diverse fasi: un primo approccio è stato quello di beni messi a disposizione dell’uomo, poi si passa alla denuncia della ingiustizia fra Nord e Sud, segue quella della ingiusta redistribuzione dei beni all’interno di una nazione, quindi dello sfruttamento dei beni in funzione del crescita e il richiamo del ruolo degli Stati che non possono trasformarsi in organismi assistenziali ed infine si arriva alla denuncia del mercato e dei capitali che devono sottostare alle regole in funzione del bene comune.
E’ opportuno ricordare che il Magistero della Chiesa annovera fra i beni del creato sia i beni naturali del Pianeta Terra sia la persona umana.
Per lo Stato, per le comunità organizzate sui territori, i beni comuni sono tradizionalmente identificati dai beni demaniali, cioè quei beni che ricadono sotto la sovranità nazionale e quindi sono beni pubblici. Questi beni sono stati gestiti fino al novecento dagli Stati/Nazione e l’accesso ai beni equiparati ai diritti di base è stato garantito attraverso politiche di welfare state e presa in carico da parte della fiscalità dei costi e della finanza pubblica degli investimenti. La gestione collettiva e solidale di questi beni ha concorso a creare la ricchezza nazionale, il “ben-essere” individuale e collettivo delle comunità. In funzione di una rarefazione delle risorse si è poi avviato un processo verso la mercificazione di tutti i beni e tutti i beni della Terra sono stati trasformati in “risorsa” a valenza economica, inclusa le persone che sono state definite come “risorsa umana”.
Nell’era della “globalizzazione” non vi sono più comunità umane, ma mercati; non vi sono diritti collettivi ma servizi per utenti/clienti a cui si accede in funzione del potere d’acquisto; non c’è più solidarietà ma competizione e compassione; non esiste più la cooperazione ed il mutualismo ma la concorrenza, la competizione per l’appropriazione delle risorse ancora disponibili per la propria sicurezza individuale e per il proprio benessere individuale: idrica, alimentare, energetica.
Se queste sono le concezioni prevalenti sul piano della identificazione, classificazione dei beni comuni, quali sono le criticità che gravano sui beni comuni e perché si denuncia la distruzione dei beni comuni?

PROCESSI DI APPROPRIAZIONE E DI ESCLUSIONE
Per difendere i beni comuni è necessario fare insieme un secondo passaggio che consiste nell’assumere la consapevolezza dei processi che sono sottostanti i beni comuni.
Si dice che i beni comuni sono stati trasformati in merce o devono essere gestiti come merce. Cosa significa la mercificazione dei beni comuni.
Significa la de-sacralizzazione della vita, cioè che ogni espressione dignitosa della vita è stata ridotta a merce, ad una relazione di scambio mercantile (la persona, l’acqua, la terra, la conoscenza, la salute, l’aria…. ). La sacralità della vita non è necessariamente legata alla trascendenza, al “divino” ma alla possibilità di accesso per tutti.
Si dice che i beni comuni hanno un valore economico perché rari anche per effetto dei cambiamenti climatici, della crescita demografica. Cosa significa la monetizzazione, la finanziarizzazione della natura e delle relazioni umane?
Significa che le nostre società non credono più nel principio della “gratuità” della vita, dove per “gratuità” non si intende l’assenza di costi ma che questi, inclusi i costi monetari, sono presi a carico dalla collettività attraverso la finanza, la fiscalità pubblica nel rispetto dei diritti di tutti. Oggi accettiamo che per rendere accessibile e usufruibile un bene, o un servizio, ciascuno di noi come “consumatori” debba pagare il prezzo (o tariffa) fissato in funzione della quantità “consumata” e della qualità dell’acqua o del servizio prezzo che deve coprire tutti costi, compreso la remunerazione del capitale.
I “beni comuni” della terra – ancora disponibili – sono soggetti alle logiche di appropriazione, di accumulazione, di esclusione. Qualsiasi bene, naturale o artificiale, e servizi annessi, ivi compresi quelli finalizzati alla tutela degli ecosistemi, sono oggi passibili di esser assoggettati ai seguenti processi : la mercificazione, la privatizzazione della gestione, cioè dei servizi di accesso ai beni comuni; l’accaparramento; la monetarizzazione; la finanziarizzazione; la espropriazione della governance (governo dalle comunità) ed il conferimento ai portatori di interesse.
Il nostro secolo, il XXI secolo, si caratterizza quindi per una profonda crisi che però non è solo una crisi economica del modello di economia fondato sulla crescita economica che è entrato in stallo e non è più perseguibile. E’ una crisi di valori perché si sono persi i valori comuni alla base della pacifica convivenza e soprattutto è una crisi delle relazioni fra stati, fra comunità, fra cittadini, fra persone che ha sconvolto anche le classi tradizionali di articolazione della società del novecento. Questo modello di sviluppo, di sfruttamento delle risorse e dei beni comuni, di relazioni sociali non è più sostenibile, non è più tollerabile. L’uomo è entrato in conflitto con il Pianeta Terra e con ogni altro “essere vivente”. L’impronta ecologica e quella idrica testimoniano la drammaticità di questa crisi.

PER DIFENDERE I BENI COMUNI
Per contrastare queste minacce, per essere dei buoni custodi dei “beni comuni”, è necessario dunque conoscere ed approfondire l’evoluzione delle politiche messe in atto dalla politica, dal mercato nei confronti del bene comune e dei beni comuni. E’ a partire da queste consapevolezza, soprattutto dei processi in atto per appropriarsi dei beni comuni, che è possibile tentare di organizzare la resistenza per custodire e difendere i beni comuni.
Il primo passo risiede in una visione condivisa del bene comune, dei beni comuni e quindi dei beni del creato.ambjpeg
Vorrei quindi condividere con voi, la visione di “bene comune” che il Contratto Mondiale dell’acqua (CICMA) e con noi diversi Reti di movimenti dell’acqua nel mondo siamo impegnati a realizzare, maturata nell’ambito della difesa dell’acqua, come il bene comune per eccellenza.
La nostra definizione di beni comuni si fonda su alcuni principi che diventano discriminanti rispetto alla definizione di un bene comune pubblico. Questi criteri sono cosi sintetizzabili e cioè : • L’essenzialità ed insostituibilità per la vita
• La indissociabilità dai diritti umani e sociali
• La responsabilità e proprietà collettiva in una logica di solidarietà pubblica
• Il governo pubblico della risorsa in termini di governo/gestione/controllo
• La partecipazione reale dei cittadini al governo dei beni comuni pubblici
I “beni comuni” ed i servizi comuni sono quei beni essenziali per la vita ed il vivere insieme, cioè beni che appartengono all’umanità non al mercato, appartenenza non in termini di proprietà ma di “responsabilità”.
La proprietà, cioè la responsabilità dei beni comuni, è per natura “pubblica” e quindi “mondiale”; nessuno, può appropriarsi a titolo specifico della proprietà dei beni comuni legati alla vita degli esseri umani e dell’ecosistema (non è pensabile tutelare solo a livello locale un bene comune).
Gli Stati e le collettività locali hanno il potere e l’obbligo di salvaguardare ed utilizzare i beni comuni in maniera giusta e sostenibile nel rispetto della sostenibilità della vita umana.
L’acqua, così come terra, aria, energia, sono beni comuni – locali e mondiali – quindi un patrimonio della umanità, che risponde ad un diritto che riguarda il “vivere insieme, cioè le condizioni di vita“ di ogni essere vivente e quindi l’avvenire dell’umanità e dell’ecosistema, cioè del pianeta.
Come CICMA, dopo il percorso politico-culturale durato 12 anni per affermare che l’acqua è un diritto umano, obiettivo conseguito con il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite nel 2010, riteniamo che la nuova frontiera di impegno è quella di promuovere il riconoscimento che l’acqua è un bene comune e sulla base di questo presupposto la difesa di tutti quei beni della terra riconosciuti come Beni comuni.
E’ per questo che abbiamo lanciato un Manifesto dell’Acqua e dei Beni comuni associata ad una agenda di percorsi ed azioni come strumenti di riflessione a sostegno di una nuova cultura e di un progetto politico a difesa dei beni comuni. (www.contrattoacqua.it).
La sfida per una nuova cultura e riconoscimento dei “beni comuni” richiede però il superamento delle tradizionali definizioni dei beni comuni e dell’acqua finora definiti solo sui principi della “non esclusività” (un bene è pubblico perché nessuno può esserne escluso) e della “non rivalità” (per accedere al servizio non bisogna essere in competizione).

UNA CULTURA DEL BENE COMUNE
Alla luce di questa sommaria contestualizzazione delle diverse visioni/narrazioni dei “beni comuni” e degli atteggiamenti e criticità sottostanti i beni comuni, possiamo adesso tentare, senza avere la presunzione dare delle risposte universali, di identificare alcune delle azioni per promuovere la difesa dei beni comuni e quindi tentare di “custodire” i beni del creato.
La prima proposta è quella di impegnarci per promuovere una cultura del bene comune.
Questo impegno comporta un impegno personale che va indirizzato su due fronti:
Primo. Operare ed educarci a promuovere il “Bene comune”. Bene comune inteso come la capacità di ciascuno di noi e quindi di ogni esseri umano di saper “vivere insieme” con l’altro, con il diverso con dignità, giustizia e solidarietà. Vivere insieme è l’espressione intrinseca della condizione umana nelle sue variazioni attraverso il tempo e lo spazio.
Il vivere insieme si esprime: da un lato con la mondialità della condizione umana e della vita, che deve essere condivisa con le altre specie viventi, in un mondo finito; dall’altro con la mondialità della coscienza cioè la consapevolezza dell’appartenenza a una comunità mondiale (l’umanità), di cui certi valori e certe pratiche costituiscono un bene comune.
Secondo. Agire per promuovere una visione comune di “bene comune”. Questo impegno significa che ciascuno di noi deve impegnarsi per:
• (ri)definire i fondamenti e i valori nelle relazioni con l’altro, il diverso, cioè sia come comunità di persone che nei confronti dell’ambiente
• reintrodurre “l’altro” nella dinamica dei rapporti interpersonali all’interno delle comunità umane ed in tutte le relazioni della società civile mondiale e dell’ecosistema planetario.
La costruzione di un modello di comunità fondata sul “vivere insieme” richiede un lavoro lungo e paziente che dalla dimensione relazione fra persone comporta la capacità di saper agire anche a livello di relazioni con le istituzioni cioè su diversi fronti:
• passare dalla delega alle istituzioni alle forme di vita partecipata e relazionale delle comunità
• ricongiungere i segmenti della frammentazione della vita privata, pubblica, produttiva, riproduttiva e di consumo finalizzandolo al ripristino delle relazioni comunitarie, alla dimensione del vivere insieme a livello comunitario e planetario.
Si tratta quindi di saper promuovere il risveglio delle persone e delle comunità, l’armonia sociale, di mettere in discussione i modelli di sviluppo e i concetti di sostenibilità finora sbandierati, di porre vincoli alla finanza speculativa ed al suo controllo sulle economia e sugli Stati

BENE COMUNE E MONDIALITÀ DELLA CONDIZIONE UMANA
Ma parlare di bene comune significa riferirsi sia a una possibile aspirazione umana a livello planetario, sia a un ambito di recupero della identità di appartenenza (comunità, società, stato, etc.). La cultura oggi prevalente è quella di definire i bisogni, le aspirazioni, etc. come risultato di processi di socializzazione e non come un carattere “naturale” e quindi universale di persone che appartengono ad una stessa famiglia l’“umanità”. Va spiegato che esiste un “bene comune” che è comune solo se promosso e difeso in senso planetario e non come sommatoria dei vari beni comuni presenti sui territori.
Ciò implica un diverso rapporto con la scienza e la tecnologia che devono recuperare una funzione sociale ed umana ed essere ecologicamente sostenibili e non finalizzati al mercato ed alla logica del profitto. Si tratta, da un lato, di promuovere la consapevolezza della mondialità della condizione umana e della vita, condivisa con le altre specie viventi, in un mondo finito; dall’altro della mondialità della coscienza, cioè la consapevolezza dell’appartenenza a una comunità mondiale (l’umanità), di cui certi valori e certe pratiche costituiscono un bene comune.

UN’UNICA FAMIGLIA UMANA
natjpegQuesta visione di bene comune e dei beni comuni, come beni del creato è utopistica o ideologica? Esiste oggi una famiglia umana, cioè l’umanità come soggetto titolato a gestire i beni comuni? Esiste oggi una concezione della Terra come “casa” comune? Esiste una politica che punta alla salvaguardia dei beni comuni, anche verso le future generazioni, verso i poveri?
Le risposte a questa serie di domande sono purtroppo negative. Ma non bisogna scoraggiarsi.
Questa consapevolezza non soltanto è denunciata da tempo dai Movimenti, da associazioni e gruppi di cittadini, a partire da quelle impegnate nella difesa dell’acqua e dei beni comun ma è presente nel Magistero della Chiesa.
La consapevolezza di contrastare queste tendenze alla mercificazione dei beni del creato è presente nella Populorum Progessio di Papa Paolo VI, nell’enciclica “Caritas in Veritate” di Papa Benedetto XVI nella quale viene lanciata la proposta forte come quella di Autorità Mondiale come entità giuridica, economica e politica finalizzata a realizzare il bene comune (in relazione a problemi per loro natura globali), senza sacrificare il ruolo degli Stati, delle formazioni sociali, delle imprese, delle persone. La proposta di una Autorità nasce dalla consapevolezza della stessa Chiesa della urgenza di sottrarre il “governo” dei beni comuni, cioè dei beni del creato, dalle leggi del mercato e dalla finanza.

I RICHIAMI DEL PAPA
A queste prese di posizione si devono aggiungere i diversi messaggi e l’impegno di denuncia di Papa Francesco, da ultimo con richiami lanciati qui ad Assisi, nel corso della sua recente visita.
Vorrei ricordare alcuni richiami lanciati da Papa Francesco che messi insieme possono diventare l’agenda del “cosa fare” per rilanciare il nostro impegno a difesa dei beni comuni.
Abbiamo bisogno di cambiare, se vogliamo salvarci dal naufragio. La possibilità di cambiare passa quindi da noi e ciascuno deve essere capace di dire: comincio io!
Dobbiamo riscoprire la nostra umanità: la strada del cambiamento significa avere rispetto per ogni essere umano e per tutto quello che è stato creato.
È necessario liberarci della cultura dello “scarto” e aprirci alla cultura dell’inclusione, dell’accoglienza, della condivisione..
Impariamo ad ascoltare. Le vittime della cultura dello scarto hanno bisogno di essere riconosciute e ascoltate. Imparare ad ascoltare gli altri per capire, intervenire, crescere insieme, liberi da quell’assurda rincorsa dell’io e dei soldi che ci ha reso più soli e vulnerabili.
La testimonianza viene prima delle parole. Prima i fatti. Poi, se servono, le parole. “Sapete che cosa ha detto Francesco una volta ai suoi fratelli? «Predicate sempre il Vangelo e se fosse necessario, anche con le parole!». E’ una questione di credibilità e di efficacia. Camminiamo insieme. non da soli, non da isolati.

LA SOCIETÀ CIVILE
Accanto a queste esortazioni del Papa e della Chiesa si affiancano le diverse esperienze di attività cosiddette di “economia sociale” cioè di attività solidale, promosse e sperimentate dalla società civile. Esistono esperienze di cogestione comunitaria dei beni o esperienze basate sul “dono” (banche per la salvaguardia e scambio dei semi, di attività di educazione, di servizi ai bambini, di assistenza alle persone anziane, di banche del tempo, dei banchi alimentari ..), oppure esperienze di rapporti diversi con la natura (orti urbani, gli eco-quartieri ed eco-villaggi) di gestione comunitaria di servizi locali, di iniziative in favore della decrescita….
Conosco molte di queste esperienze “alternative” ma la mia opinione è che restano troppo spesso esperienze irrilevanti rispetto alla capacità e possibilità di incidere sull’economia dominante, cioè di intaccare le regole. La maggioranza di queste esperienze si caratterizza ancora per una eccessiva frammentazione, difficoltà a diffondersi, a mettersi in sinergia, ad inserirsi in progetti ed esperienze “globali” di messa in discussione dei processi del sistema che si desidera cambiare ed inoltre si collocano come nicchie sempre all’interno del mercato, della economia, della finanza. Più che impegnarsi per tentare di declinare con aggettivi i modelli di economia ( economia sociale, economia solidale, finanza etica etc.) ritengo sia necessario assumere come impegno prioritario quello culturale, cioè promuovere una cultura a difesa dei “beni comuni”, un livello di “conoscenza” diffuso di che cosa sono, quali sono le criticità da contrastare a livello dei territori ma in prospettiva mondiale. Queste consapevolezze possono far esplodere il risveglio del coscienze, il gusto e la voglia della partecipazione; ecco perché queste informazioni vanno diffuse fra i giovani, nelle scuole, a livello di relazioni personali, nelle famiglie, nelle nostre comunità, nel mondo del lavoro, delle imprese e della società..
Sconfiggere le politiche di accaparramento dell’acqua fonte di vita, dei beni comuni costituisce la grande sfida del XXI secolo, il percorso virtuoso da attivare tutti insieme, ciascuno a partire dalla propria motivazione o dai valori in cui crede, a difesa di tutti i beni comuni e dei beni del creato.
Questa sfida si può vincere se accettiamo di riconoscerci come persone che appartengono ad una stessa famiglia, l’umanità e quindi se saremo in grado di promuovere e costruire un patto sociale mondiale, cioè costruire Reti di cittadini, di persone pronte ad impegnarsi a difesa di quei beni comuni che sono alla base della pacifica convivenza fra esseri umani e con la natura. Il cammino per agire come custodi del bene del creato è quindi lungo ed irto di ostacoli.
Alla luce di questa sommaria ricostruzione, sono consapevole che ho deluso la vostra aspettativa per una ricetta sul cosa fare, credo però che sussistano sufficienti elementi di contesto, soprattutto per comunità animate dallo spirito francescano, per saper identificare come impegnarsi per promuovere una cultura della mondialità, della partecipazione e mobilitazione a difesa dei beni comuni. Torniamo a casa e cominciamo ad agire ciascuno con i suoi carismi. C’è lavoro per tutti!

Rosario Lembo
Presidente Comitato Italiano Contratto Mondiale dell’acqua
www.contrattoacqua.it

(Relazione del 9 novembre 2013, Assisi)

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