Il Cantico

Bellamonte, Sala Polifunzionale, 27- 29 agosto 2014

Dal 23 al 30 agosto la Fraternità Francescana e Cooperativa Sociale Frate Jacopa si è ritrovata in Trentino, a Bellamonte, per l’annuale Meeting di Fraternità, dove accanto alle moltiplici attività di formazione, preghiera e sereno riposo nella cattedrale naturale delle Dolomiti, ha organizzato un Convegno aperto alla cittadinanza sull’importante tema “Custodire l’umano. Il bene della famiglia”, con il patrocinio del Comune di Predazzo, e nella cordiale collaborazione della Chiesa locale. Ne diamo un sintetico resoconto.

Il Convegno si è aperto mercoledì 27 agosto con la speciale prolusione di S.E. Mons. Mario Toso, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, sul tema “Il Vangelo della gioia. Evangelizzare il sociale alla luce dell’Evangelii Gaudium”. Implicanze pastorali, pedagogiche e progettuali per l’impegno sociale e politico. La Presidente Argia Passoni nel saluto di inizio ha sottolineato la gioia per questa apertura davvero peculiare che immette il Convegno nell’orizzonte della Dottrina Sociale della Chiesa e in particolare nell’alto magistero di Papa Francesco.
Nel suo saluto il Parroco di Predazzo, Don Giorgio Broilo, ha augurato a tutti i convenuti di poter fare un’esperienza gioiosa della luce divina che viene a illuminare ciò che Dio ha fatto perché sia la nostra gioia. L’uomo con la luce di Dio diventa stupendo, come la famiglia illuminata da Dio diventa meravigliosa. “Possiate allora in ogni situazione illuminare con la gioia di Dio l’umano” ha concluso Don Giorgio.
La Presidente, in premessa alla sua introduzione ai lavori, ha rilevato il nesso strettissimo tra custodia dell’umano, famiglia ed evangelizzazione del sociale. Non si può custodire l’umano senza la famiglia: la famiglia ha una funzione civilizzatrice insostituibile, in quanto garante dei valori interiori della società. Se da un lato questo chiama in causa la famiglia stessa come soggetto, artefice di umanizzazione, dall’altro chiama in causa la società. Come si potrà infatti tutelare e promuovere questo cuore pulsante della società senza un progetto di società orientato al suo sostegno? E tanto più oggi per far fronte all’attacco allo statuto creaturale dell’uomo, è più che mai determinante l’evangelizzazione del sociale perché la famiglia è un bene per tutti. E se la famiglia non viene sostenuta come pilastro del bene comune, ne soffre l’intera società.
tavolo rel con tosoCustodia dell’umano ed evangelizzazione del sociale sono profondamente correlate; se infatti a tutti gli uomini compete il custodire, perché l’uomo non si dà senza l’altro, tanto più il compito del custodire ci riguarda come cristiani, avendo nel cuore la gioia di saperci tutti “figli nel Figlio” e dunque fratelli, parte di una unica famiglia umana, chiamati a rispondere di questa verità comunionale che fonda ogni rapporto e ogni dimensione sociale. La fede “è un bene per tutti, è un bene comune”; “senza l’amore affidabile di Dio infatti l’unità tra gli uomini sarebbe fondata solo sull’utilità, sull’interesse o sulla paura” (LF 51).
Oggi siamo in presenza di molteplici forme di erosione della socialità (frutto di una cultura contrassegnata da individualismo, utilitarismo, consumismo pervasivo) con tutto ciò che ne consegue di irresponsabilità, di frammentazione, di mentalità dello scarto, di atrofizzazione dello stesso ethos civile. Come cristiani possiamo forse delegare ad altri l’azione trasformatrice e redentrice di Cristo nel nostro oggi, nelle nostre città, in questo nostro mondo ormai planetario e sempre meno fraterno? Di fronte al volto deturpato dell’umano possiamo semplicemente stare a guardare, rispondendo anche oggi come Caino “Sono forse io il custode del mio fratello?” o entrare in gioco crescendo come comunità in una prossimità che sappia farsi carico delle ferite inferte all’originaria fraternità umana.
S.E. Mons Mario Toso è entrato nel merito di questa problematica viva a partire dalle motivazioni che hanno portato Papa Francesco a dare un’ampio spazio nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium all’evangelizzazione del sociale: senza farsi carico dell’evangelizzazione del sociale si corre il rischio infatti di sfigurare la missione evangelizzatrice della Chiesa.
L’evangelizzazione implica l’evangelizzazione di tutto l’umano. Evangelii Gaudium al Cap. IV sottolinea la dimensione sociale (politica, familiare, internazionale…) dell’evangelizzazione. Il primo annuncio della salvezza (Kerigma) possiede un contenuto sociale, poiché nel cuore del Vangelo si trova la vita con gli altri e per gli altri. Cristo redime tutto di noi, non solo la vita interiore, ma anche le relazioni con gli altri, le attività, le relazioni tra i popoli. È il realismo dell’evangelizzazione e dell’incarnazione per cui noi siamo in Cristo, ci muoviamo in Lui.
L’evangelizzazione del sociale deriva dall’incontro con Cristo redentore di ogni uomo. Uniti a Cristo siamo chiamati a rendere migliore il mondo, abbiamo una vocazione a rendere il mondo uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace dove tutti gli uomini possano vivere in dignità. Tutto questo è essenziale alla missione evangelizzatrice. Chi opera nell’ambiente sociale e politico deve essere cosciente che sta rendendo attuale l’azione redentrice e trasfiguratrice di Cristo. Ci dobbiamo chiedere: “Riconosciamo di avere una vocazione al sociale? Stiamo costruendo il nostro essere sociale in Cristo? Conosciamo la Dottrina Sociale della Chiesa, elemento portante della nuova evangelizzazione? Ci dedichiamo a fare dello spazio sociale in cui siamo, uno spazio di giustizia e di fraternità?”. Sono domande che ci riguardano profondamente perché soggetto dell’evangelizzazione sociale sono tutti i battezzati, la famiglia, le organizzazioni ecclesiali (non solo i preti) e tutta la comunità ecclesiale è chiamata ad una armonia, a divenire “carovana solidale” per questo compito grandissimo. Ed occorre una formazione sociale adeguata corrispondente alla vocazione al sociale.
Lo possiamo vedere molto bene prendendo in considerazione la prospettiva di quella nuova tappa dell’evangelizzazione del sociale, che Evangelii Gaudium propone puntando l’attenzione sull’urgenza di due grandi aree: quella dell’inclusione sociale dei poveri e quella del bene comune, del dialogo sociale e della pace. La globalizzazione non è stata orientata al bene comune della famiglia umana, crescono le disuguaglianze oltre che le povertà. Per integrare i poveri, non si tratta di assistenzialismo, bisogna lottare contro le cause strutturali della povertà.DSC03312
Occorre impegnarsi in politica, ripensare ad una politica economica strutturata sulla base dei principi del bene comune e della dignità umana; occorre pensare ad uno sviluppo sociale integrale e sostenibile. Tutto questo implica il realizzare una democrazia inclusiva, che renda possibile a tutti l’istruzione, l’educazione, il lavoro, la sicurezza sanitaria. Siamo chiamati ad essere riformatori in nome del Vangelo per divenire capaci, alla scuola della Dottrina Sociale, di associare il nostro essere cristiani al nostro essere cittadini responsabili.
Occorre una fede adulta che sappia andare al di la dell’emotività; bisogna andare ad una operatività trasfiguratrice della realtà sociale. Per realizzare il bene comune bisogna che impariamo ad essere veramente popolo unito dal punto di vista morale, culturale, nell’accoglienza delle diversità, unito nella vocazione per il bene di tutti e di ciascuno. E tutto questo non si improvvisa.
Richiede un lavoro mirato, perseverante, che tenga conto dei quattro principi orientativi indicati da Evangelii Gaudium:
1) il tempo è superiore allo spazio, per cui occorre lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione di risultati immediati;
2) l’unità prevale sul conflitto;
3) la realtà è più importante dell’idea, la persona dei progetti;
4) il tutto è superiore alla parte, per cui occorre realizzare popoli capaci di dialogare. Se vogliamo essere protagonisti della nuova evangelizzazione dobbiamo curare la spiritualità – ha concluso Mons. Toso – evidenziando i tratti fondamentali dell’evangelizzatore (cf. “Il Vangelo della gioia” Ed. Coop. Soc. Frate Jacopa). Per essere strumento di Dio, promotore del Vangelo della fraternità e della giustizia, l’evangelizzatore deve poter contare su una vera esperienza di fraternità, su una mistica del vivere insieme; saper vivere una fraternità contemplativa, che sappia guardare alla grandezza sacra del prossimo e scoprire il Cristo in ogni essere umano.
Il quadro complessivo della problematica dell’evangelizzazione del sociale portato in presenza da Mons. Toso – ha sottolineato Argia Passoni al termine del dibattito – costituisce una forte interpellanza a conversione, una conversione pastorale che si può innestare solo nella conversione profonda di un rinnovato incontro con Cristo, riscoprendo la nostra vocazione al sociale. Abbiamo sentito riconsegnato a noi, alla nostra attenzione, alla nostra cura, il messaggio di Evangelii Gaudium, assieme al dono del saggio di Mons. Toso “Il Vangelo della gioia. Implicanze pastorali, pedagogiche, progettuali per l’impegno sociale e politico dei cattolici”, che con le sue piste di riflessione e di proposta offre un accompagnamento prezioso nell’indispensabile lavoro di risvegliare la coscienza ecclesiale nelle nostre comunità, da edificare anche con il nostro contributo come luogo permanente di discernimento e di coltivazione per ripensare il progetto sociale e per promuovere una cittadinanza attiva e partecipativa alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa.

Ha portato il saluto e gli auguri dell’Arcivescovo di Trento Mons. Luigi Bressan, impossibilitato ad intervenire,  Don Rodolfo Pizzolli Delegato Vescovile per la pastorale sociale e del lavoro, che ha offerto il contributo della esperienza della Diocesi di Trento.
Rilevando come oggi sia importante convergere sempre più sulla persona, rispetto ad una certa settorializzazione della pastorale, Don Pizzolli ha comunicato la ricerca in atto di maggior connessione tra pastorale familiare e sociale; essa sta portando anche alla creazione comune di materiali per gruppi famiglia che devono diventare una presenza di stimolo soprattutto nelle comunità parrocchiali, a volte troppo ripiegate sui loro problemi interni. L’Ufficio di pastorale sociale ha ripreso dal 2009 percorsi strutturati di cittadinanza responsabile per rispondere alla carenza che c’è nei battezzati a vivere la vocazione di essere luce del mondo e sale della terra.
La Scuola diocesana è ora presente in quattro vallate e sta lavorando anche a qualche incontro con gli amministratori. “Il cristianesimo ha dentro di sé una grande ricchezza – ha affermato Don Pizzolli – e noi dobbiamo essere attenti a tutto l’essere umano, non solo ad una parte di esso come fa la nostra società del consumo”. Essere testimoni della visione integrale dell’essere umano (“custodire l’umano”) pone in un cammino di speranza.

fiorenza delleva e sindacoLa giornata di giovedì 28 agosto è entrata più direttamente nel tema della famiglia a partire dall’ascolto della realtà locale riguardo alla famiglia, con l’apporto della Dott.ssa Maria Bosin (Sindaco di Predazzo), di Don Albino Dell’Eva (Delegato vescovile della famiglia della diocesi di Trento), della Sig.ra Fiorenza Cestari (Responsabile locale commissione famiglia).
Argia Passoni ha introdotto questa ideale tavola rotonda “Cura pastorale e civile della famiglia nella realtà trentina” ricordando che, per il capitale sociale straordinario che solo la famiglia può dare, il promuovere la famiglia non è solo questione cattolica: è vera e propria questione sociale (cf. Mons. Arrigo Miglio, conclusione Settimana Sociale sulla famiglia sett. 2013). A fronte di una vita in comune sempre più regolata dalla logica del contratto, già alcuni anni fa l’economista Luigino Bruni metteva in evidenza la necessità di un’alleanza nuova per la famiglia, se vogliamo davvero custodire l’albero della gratuità, indispensabile al farsi dell’umano, e dunque indispensabile ad una vera economia della vita e della società.
Custodire l’albero della gratuità è compito peculiare della famiglia che da quella gratuità è costituita, ma al tempo stesso è compito della società sostenere e promuovere il dono insostituibile della famiglia per darsi la possibilità di un futuro più autentico ed umano.
Si tratta di custodire l’umano di fronte ad un disumano che sembra avanzare a grandi passi e che sempre più subdolamente si qualifica come conquista, come libertà. Le trasformazioni in atto ci richiamano ad una necessità di tutela rinnovata sul versante sociale (nuove esigenze, nuove fragilità, nuove situazioni di famiglia), ma anche ci dicono di nuove istanze poste alla pastorale familiare, chiamata oggi più che mai a nutrire l’ampiezza del ministero della famiglia che abbraccia il doppio versante della famiglia come chiesa domestica e della famiglia come soggetto sociale, chiamata com’è oggi la famiglia ad agire in quanto famiglia per preservare il prezioso bene della famiglia per tutta l’umanità.
Il Sindaco di Predazzo, dopo aver evidenziato l’importanza del tema, ha condiviso i percorsi di attenzione e di cura per la famiglia portata avanti nel corso del suo mandato in particolare su tre filoni: il lavoro, la casa e l’educazione dei giovani. Sappiamo tutti quanto sia importante il problema occupazionale e quanti risvolti possa avere in termini di problematiche sulla famiglia. Come ente pubblico anche se, a causa del blocco nazionale delle assunzioni, non possiamo dare risposte occupazionali – sottolinea il Sindaco – abbiamo portato avanti politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, soprattutto per quanto riguarda il lavoro femminile. In questo campo sono stati fatti passi da gigante: una prima forma istituzionalizzata di aiuto alle famiglie è stata attuata con le tages mutter, attraverso cooperative in cui donne preparate offrono accoglienza ai figli delle mamme che vogliono lavorare.
Questa istituzione flessibile si è molto sviluppata: la “mamma” che accoglie trova un’occupazione, aiuta il bilancio familiare e dà una mano anche ad altri. Poi è nato anche un nido. “Io credo molto nel lavoro della donna – ha poi affermato la Dott.ssa Bosin –. In queste valli fino a qualche anno fa c’era l’idea che la mamma dovesse rimanere a casa, mentre il lavoro di entrambi i coniugi può essere vissuto come arricchimento non solo in termini economici, ma anche culturali e di soddisfazione personale”.
Riguardo all’educazione dei giovani lo scorso anno il Comune ha fatto un progetto finanziato in parte dai Comuni di Fiemme e dalla Provincia per cui i ragazzi delle scuole superiori e delle medie possono essere seguiti da operatori qualificati nel fare i compiti. Inoltre si stanno creando punti di aggregazione giovanile. Il consigliere delegato ha messo a punto uno spazio giovani in cui i ragazzi possano incontrarsi e confrontarsi col mondo adulto per fare prevenzione su comportamenti a rischio (sostanze alcoliche e droghe). Vengono sostenute anche le società sportive giovanili perché hanno una funzione sociale importante.
Un altro problema è dato dalla speculazione edilizia che ha reso impossibile a una giovane coppia di acquistare una casa. Ora la situazione è un po’ migliorata, ma, a causa della disoccupazione, è venuta a mancare la fiducia nelle istituzioni, nella comunità, nel futuro. Con la Provincia stiamo lavorando – conclude il Sindaco – a un processo di Social housing per favorire affitti calmierati.
L’amministrazione comunale si ripromette di dare ai cittadini un contatto diretto: infatti sapere che c’è qualcuno che si vuol prendere a cuore i problemi dei cittadini, ingenera fiducia nella volontà di formare una famiglia e di occuparsi della cosa pubblica.

Don Albino Dell’Eva, portando il contributo della Diocesi di Trento, sottolinea che il principale compito dei cristiani è annunciare il Vangelo alle famiglie. La pastorale familiare si occupa della cura e dell’accompagnamento della vita delle famiglie nelle varie fasi e situazioni esistenziali (crisi matrimoniali o intergenerazionali…). Siamo in ascolto del territorio, delle situazioni reali in cui le famiglie vivono – evidenzia don Dell’Eva –, in linea con Papa Francesco che per preparare il Sinodo delle famiglie si è posto in ascolto delle famiglie, delle parrocchie… oltre che dei vescovi. Dopo anni di proposte di incontro, di spiritualità, di formazione, abbiamo ritenuto necessaria una piccola conversione pastorale, investendo maggior tempo ed energia nella visita ai territori, uscendo dalle sacrestie, per andare dove vivono le famiglie ed offrire la Parola nelle diverse situazioni di relazioni affettive.
È stata impostata una rete pastorale individuando coppie di sposi che svolgono un servizio alle famiglie, facendo da ponte tra Ufficio diocesano e territorio. C’era una fatica nel motivare le “famiglie” rispetto alle iniziative poste in essere; serviva un richiamo che spingesse alla partecipazione e a sperimentare la gioia di ritrovarsi insieme togliendosi dall’isolamento. L’occasione propizia si è presentata durante il giubileo della cattedrale di Trento nel 2013, organizzando pellegrinaggi intesi come festa delle famiglie, momenti di formazione, di intrattenimento, di condivisione dei pasti, di gioco, di preghiera. Una festa organizzata dal centro con la periferia nella logica della sussidiarietà e del giusto protagonismo di tutti gli attori.
Occorre dare alla famiglia la possibilità di essere quello che è. Essa non deve essere semplicemente oggetto delle cure pastorali. Le famiglie, non il prete specialista, si devono occupare delle altre famiglie affinché comprendano il loro ruolo, il patrimonio che rappresentano per l’umanità. L’occasione offerta dalla festa delle famiglie è stata una prima aratura del terreno liberandolo dalla sfiducia e dallo scoraggiamento, dalla passività – ha proseguito Don Dell’Eva. Quest’anno l’Ufficio diocesano organizza la preparazione dei candidati al matrimonio andando nei territori e programmando un’attenzione per le coppie in difficoltà. Ed è degli operatori familiari la responsabilità di organizzare i percorsi. “È questa la nostra rivoluzione – a concluso Dell’Eva – secondo gli insegnamenti del Papa che ci invita sempre ad andare verso le periferie”

. La Sig.ra Fiorenza Cestari ha partecipato l’esperienza della Commissione locale famiglia, assieme ad un dono a tutto il Convegno: un poster sulla custodia del creato, frutto del lavoro dei ragazzi e delle famiglie sulla riflessione portata avanti nell’anno dalla Parrocchia di Predazzo accogliendo gli stimoli offerti dal Convegno di Frate Jacopa a Bellamonte dell’agosto 2013 “Custodire il creato come stile di vita”.
“Come reponsabili famiglie, membri del Consiglio Pastorale, – evidenzia la Sig.ra Cestari – collaboriamo col Decanato e siamo aiutati dalla diocesi che manda coppie esperte per incontri di riflessione. Insieme ad alcune mamme abbiamo organizzato iniziative per coinvolgere soprattutto le famiglie con bambini piccoli. L’intento è di creare una rete di conoscenze, di amicizie che si allarghino sempre più. Organizziamo feste di benvenuto per i nuovi nati sia per le famiglie credenti che non credenti. Alcuni animatori insieme al parroco preparano i genitori al Battesimo e incontri di catechesi post-battesimale. Un’altra iniziativa è la preghiera in cappella per i bambini dell’asilo. In chiesa curiamo le celebrazioni: la benedizione dei bambini, gli anniversari di matrimonio… Abbiamo tenuto aperto l’oratorio estivo per due pomeriggi la settimana, organizzando giochi e laboratori. Aderiamo al progetto Gemma. E da due anni con la “festa dei popoli” cerchiamo di coinvolgere anche gli stranieri”.

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Interamente dedicata al cuore del tema “Custodire l’umano. Il bene della famiglia” la terza intensa giornata del Convegno, venerdì 29 agosto. Questo Convegno – ricorda Argia Passoni nella introduzione – si pone tra due importanti eventi ecclesiali: parte dalle conclusioni della Settimana Sociale 2013 “La famiglia fa differenza” e si protende verso il Sinodo straordinario sulla famiglia del prossimo ottobre.
Proprio nel presentare l’Instrumentum Laboris del Sinodo, Mons. Bruno Forte sottolineava: “In un contesto come quello della cosiddetta modernità liquida (in cui nessun valore sembra più assodato e l’istituto familiare è spesso contestato, se non del tutto rifiutato) diventa particolarmente significativo mostrare i caratteri profondamente umanizzanti della proposta cristiana sulla famiglia, che non è mai contro qualcuno ma sempre ed esclusivamente a favore della dignità e della bellezza della vita di tutto l’uomo e dell’intera società”. Senza amore, senza senso, la società infatti nega se stessa: si fa sterile.
La famiglia è luogo di umanizzazione, di personalizzazione, di socializzazione perché presiede all’identità affettiva e morale dei suoi membri. Un padre, una madre, una famiglia sono la sola garanzia per ogni uomo di non essere una cosa, di non essere manipolabile, di non essere un prodotto. La famiglia ha un ruolo insostituibile in ordine alla pace in quanto sede e garante di valori non negoziabili. Non c’è pace se non si è abitati dall’altro, se non si dà spazio all’altro. Chi può far assimilare l’etica del dono, dell’ascolto, della cura, più della relazionalità familiare? E chi potrà portare in campo l’amore, la difficile arte di amare, in una società in cui tutto è proiettato all’efficientismo, al profitto, al successo? C’è un unicum della famiglia, diceva il sociologo Campanini, rispetto ad ogni altra società: la famiglia è l’unico caso in cui la conflittualità è normalmente superata con l’amore.
Tutto questo è insito nella potenzialità profonda della famiglia. Ma non è per nulla scontato. Chi ha avuto la gioia di accogliere il sacramento del matrimonio sa molto bene come solo la grazia possa sostenere la nostra piccolezza e povertà e come tutto questo esiga un continuo custodirsi l’un l’altro nel Signore. E nella presente congerie culturale spesso le condizioni concrete tendono a minare anche gli sforzi migliori: si pensi alla fragilità psicologica ed affettiva, all’impoverimento della qualità dei rapporti, allo stress originato dai tempi imposti, si pensi alla necessità, resa evidente dalle testimonianze pastorali, di divenire accoglienti verso una grande parte di persone conviventi alla ricerca di un rinnovato senso della loro unione e al tempo stesso alla necessità di prossimità con chi è nella situazione dolorosa del fallimento, nella situazione dell’abbandono e della separazione. Il Convegno intende proprio aiutare a tenere in presenza il messaggio prezioso della famiglia per tutta la società assieme al messaggio della fragilità della famiglia nelle sue molteplici forme, di cui riscoprire la fecondità.
E in questo attraversamento propone un’attenzione peculiare all’educare: educare alla relazionalità, educare alla fede, per una rinnovata generatività.

P. Lorenzo Di Giuseppe (teologia morale) proponendo la riflessione “Il bene della famiglia speranza di futuro” ha posto innanzitutto in evidenza come la Chiesa in questo nostro tempo stia mostrando un’attenzione particolare per la famiglia. Siamo ormai alla vigilia della III Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. È stato inviato alle diverse realtà ecclesiali ed anche a singole coppie un Documento Preparatorio che ha avuto numerose risposte, raccolte nell’Instrumentum Laboris. Nel corso dell’anno 2014 i padri sinodali valuteranno i dati e nel 2015 verranno individuate linee operative pastorali. Nell’ambito della Chiesa italiana, molto interessante il Documento conclusivo della 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani: “La famiglia fa differenza per il futuro, per la città, per la politica”. Nella crisi culturale, sociale e spirituale che sta attraversando il nostro mondo, la famiglia è particolarmente colpita perché è colpita nel suo compito fondamentale che è quello di formare l’uomo. Molteplici sono le cause della crisi che danno sofferenza alla famiglia: arretramento della produzione, scarsità di lavoro, crescita di una tassazione pesante, crisi dei rapporti, fallimenti delle coppie, violenza che sempre più si manifesta nelle case.
Dai documenti citati ed anche dai vari interventi di papa Francesco possiamo individuare una linea di comportamento. Prima di tutto passare da un atteggiamento di giudizio e di condanna ad un atteggiamento di comprensione e di vicinanza: “essere accanto alla famiglia” con il cuore del Buon Samaritano, consapevoli che le difficoltà e le ferite della famiglia sono tante e molto gravi. C’è il rischio dello scoraggiamento: i problemi sono difficili ed è facile sentirsi impotenti e paralizzati. Ma noi sappiamo che non siamo soli, che la storia affidata all’uomo, conserva sempre un filo particolare con Gesù Cristo che è il Signore della storia. E da questa certezza nasce la speranza, la fiducia nel futuro che siamo chiamati a portare come lievito nel nostro mondo.
Per il bene della famiglia, bene a custodia dell’umano, speranza di un futuro migliore in una novità del vivere sociale, la Chiesa ha una sua proposta: ritornare al disegno di Dio Creatore, ritornare all’inizio, al “principio”, alla coppia: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,27s). Dunque la diversità, la comunione nella diversità, la generatività nella unione d’amore. Sono questi i pilastri della proposta della Chiesa. Questa famiglia manifesta l’amore di Dio all’umanità resosi carne in Gesù Cristo. Il ritorno “al principio” nell’apertura al cammino dell’uomo che cammina con noi nella storia, è speranza di relazioni nuove, capaci di gratuità e di futuro.

Mons. Sergio Nicolli (già direttore dell’Ufficio Nazionale Cei per la famiglia) è entrato nel vivo dell’argomentazione dal punto di vista della fragilità: “La fragilità della famiglia luogo di grazia”.
Il familismo, ovvero l’esaltazione della famiglia, non giova, perché porta a privilegiare le “belle” famiglie e a considerare scarti le altre. Tutte le famiglie sono “icona della Trinità” (per usare un’espressione di don Tonino Bello), anche quelle più fragili. La fragilità va letta in positivo, anche se provoca sofferenza.
Spesso coloro che vivono situazioni di povertà in famiglia (divorziati, separati, conviventi) percepiscono una Chiesa lontana che non si pone accanto, ma richiama solo principi. Percepiscono di non contare più nulla nella  Chiesa. Invece la pastorale della famiglia deve essere attenta alle situazioni più difficili delle famiglie, perché la fragilità può diventare luogo in cui agisce la misericordia di Dio. La sofferenza è un potenziale enorme che può essere messo al servizio della pastorale. Lo Spirito Santo può scolpire monumenti della Grazia passando attraverso percorsi di sofferenza. Tuttavia il Vangelo della famiglia è, e rimane, alto. Non va ridimensionato. La Chiesa non potrà mai rinunciare all’indissolubilità che è caratteristica sostanziale dell’amore, segno della fedeltà di Dio. Ma, limitandosi a proporre un modello ideale di famiglia, si rischia di rimanere indifferenti di fronte alle famiglie in sofferenza. Compito della Chiesa è mettersi sulla strada di Emmaus, affiancando persone che sembrano allontanarsi dalla Chiesa, perché Dio non lascia perdere nessuno. La Chiesa deve essere capace di accogliere la famiglia ferita e di credere in essa come luogo di speranza per il futuro.29agosto 001
La Familiaris Consortio dice: “Famiglia, diventa ciò che sei”, ovvero esplicita la ricchezza che ti porti dentro. A questa espressione Giovanni Paolo II nel 1981 aggiunse: “Famiglia, credi in ciò che sei”, ovvero riconosci il mistero più grande che ti porti dentro. Siamo chiamati come cristiani a vivere questo mistero nel modo più alto e a riconoscerlo in ogni realtà per imparare ad abitare la fragilità come luogo di grazia.

Il tema “Educare alla relazionalità” è stato proposto dai coniugi Francesco e Patrizia Sala (Pastorale Familiare e Consultorio Familiare della Diocesi di Modena). Nella sua qualità di medico ha introdotto l’argomento Francesco Sala, considerando l’importanza della prospettiva del “custodire l’umano” in rapporto all’ideologia del gender, che mina la relazionalità fondamentale. L’ideologia del gender, oggi in voga, – ha evidenziato il Dott. Sala – è una costruzione di pensiero strutturata e organizzata. In essa sono confluiti l’ideologia neo-marxista, che abolisce la differenza di classe, e il neo-liberismo radicale che esalta i diritti e le libertà individuali. L’ideologia del gender fa riferimento da un lato a un’identità sessuale che è prodotto di una costruzione sociale e dall’altra a un’autodeterminazione individuale per cui conta ciò che ci sentiamo e come vogliamo essere. Il genere è considerato prioritario rispetto alla nostra natura, poiché si può scegliere la propria identità di genere a prescindere dalla propria natura. Ogni orientamento sessuale è ritenuto un diritto, come la sterilizzazione chirurgica, l’avere un figlio… Lo stesso concetto di salute, secondo l’OMS, non indica più un’assenza di malattia, ma un benessere psico-fisico, ovvero fa riferimento a un presunto diritto e, come tale, deve essere garantito e perseguibile. Tutto ciò è indice di un’umanità liquida che prende forma dal “contenitore” in cui è inserita.
Patrizia Sala, nella sua qualità di psicologa e con l’esperienza di pluriennale direzione del Consultorio, ha proposto più direttamente il tema “Educare alla relazionalità” evidenziando in premessa come oggi il vivere in relazione non sia più visto come l’elemento fondamentale della propria vita. Per questo occorre educare alla relazione che è al centro della nostra vita personale. Ciascuno raggiunge la propria verità solo in quanto è unito in relazione all’altro, intendendo per “altro” innanzitutto Dio, prima ancora che i nostri genitori. Senza l’altro nel suo essere, nella sua dignità, nella sua essenzialità, nessuno di noi è. Dire che la relazione è al centro della persona, significa anche che la persona è attiva nella relazione.
Esistono sempre spazi di libertà nella relazione con l’altro, anche se all’inizio appaiono prevalentemente gli aspetti positivi e solo in un secondo momento si avvertono i limiti. Entrare in contatto con la verità della relazione comporta sofferenza. L’amore, che sembra richiedere una perdita, sta al centro del mistero della relazione. E’ questo il significato delle parole evangeliche: “Chi vuole salvare la propria vita la perderà” (Lc. 17,3).
La relazione non è una lotta, ma un incontro, un mettere l’altro al centro della propria vita. Perché l’altro si esprima occorre fare dentro di sé un silenzio accogliente che permetta di ascoltarlo e di accoglierlo così come egli è. Occorre morire per l’altro. Questa è una legge della comunicazione, poiché è necessario abolire le inessenzialità, le sovrastrutture che appesantiscono la persona. Per ricevere l’altro dobbiamo spalancare le porte del nostro essere con umiltà. Nelle relazioni l’io e il tu perdono il protagonismo individuale e diventano un “noi” in cui ognuno è unico e sacro. È un cammino per cui la crescita è un perdonarsi a vicenda, un riconoscere i propri limiti e la ricchezza della diversità. Allora questa ricerca dell’unione si trasformerà nella ricerca della gioia e di qualcosa di più grande.

Un breve ma intenso dibattito sui contenuti della mattinata ha aperto i lavori del pomeriggio, immediatamente proseguiti con la riflessione sull’educare alla fede e con la testimonianza riguardante l’aspetto della generatività.
don serrettiDon Massimo Serretti (teologia dogmatica) ha posto il tema “Educare alla fede” nella sua essenzialità. L’educare chiede una comunicazione, e quindi una relazione, che parla e partecipa qualcosa di sé ad un altro, e che rigenera l’altro, cioè ha una potenza costitutiva.
Meditando sul mistero della Santissima Trinità i cristiani hanno cominciato a meditare su relazioni generative. In essa la vitalità di Dio consiste nello scambio totale dell’Uno all’Altro, che decide l’identità di ciascuno. Dio è Padre perché genera il Figlio. L’essere Padre è costitutivo della sua identità. Quando i cristiani parlano di paternità e di maternità si riferiscono a relazioni di questo tipo. Quando dicono che all’unità dell’uomo e della donna è stato dato il potere di generare dicono che Dio ha reso l’uomo talmente simile a sé che ha dato all’unità dell’uomo e della donna la potenza di generazione. La relazione col padre e con la madre è la più vicina alla relazione con Dio. Tale relazione intraumana suppone la relazione di Dio con noi.
I cristiani hanno inventato la parola “comunione” per dire una relazione tra noi, che suppone una relazione di Dio con noi. Tale parola indica una relazione tra persone umane nella quale è implicato il mistero di Dio. L’amore (che non è l’insieme dei sentimenti, delle pulsioni…) è la “fiamma di Dio”. Esso viene donato alla coppia da Dio e va ridonato al figlio. La prima consegna della fede avviene nella verità della vita di coppia. Il bambino ha la capacità di intuire il mistero di fronte al quale stanno i genitori. Può capire solo il modo in cui i genitori stanno di fronte al mistero di Dio e pregano, mentre non può capire che l’Eucaristia è frutto incalcolabile di una quantità di grazie di Dio. Se un genitore ama i suoi figli deve imparare ad amare sempre di più il coniuge, perché il bene dei figli è l’accrescimento dell’amore, della “fiamma di Dio” consegnata all’inizio della vita di coppia. I figli sono figli dell’amore, dell’unità dei genitori. Il bambino ha la percezione precisissima di dipendere dall’unità dei genitori. Un figlio che vive in una coppia che ha riconosciuto e accolto la “fiamma dell’amore” come dono di Dio ha un’umanità ben formata, ha cognizione di sé. Anche se non è arrivato a comprendere il mistero di Cristo, ne ha comunque in sé la domanda. Il fatto che la coppia oggi sia stata alterata nella sua verità relazionale-comunionale ha fatto sì che si stiano producendo generazioni che non hanno più la domanda della loro umanità, della verità di sé e perciò della domanda di Dio. Tuttavia quest’ultima è solo una premessa per la comunicazione della fede, poiché se l’uomo non si pone la domanda sul suo essere uomo, non può nemmeno avere in sé la domanda di Cristo!
A coloro che hanno in sé la domanda sulla loro umanità si può dare una seconda comunicazione della fede attraverso l’incontro con Cristo redentore dell’uomo. Anche questa seconda consegna della fede è impegnativa ed ha come suo obiettivo quello di rendere presente un Altro nel cuore di colui che diventa figlio nella fede. La generazione nella fede consiste nel formare Cristo in lui. La consegna della fede consiste nel portare a fare esperienza di Cristo. Non si tratta di insegnare le preghiere… ma di cominciare a fare entrare in relazione con Cristo.
Concludendo, la fede non è un fenomeno culturale. Se la riduciamo a questo i nostri figli potranno cadere in un’altra cultura che ha un potenziale d’urto più forte, mentre se Cristo è stato scritto nei loro cuori non può essere più cancellato. Comunque non basta la verità dello stare dei genitori davanti al Signore. La famiglia è autorevole se è ben legata alla Chiesa di cui porta i contenuti.

Da ultimo, la parola alla famiglia Patrizia e Pietro Castronovo che hanno offerto al Convegno la testimonianza di “Una storia speciale”: la storia della loro generatività di famiglia.pietro e patrizia
Patrizia e Pietro, due giovani sposi della Fraternità Francescana Frate Jacopa, hanno raccontato la loro esperienza di genitori che hanno ricevuto in affido due bambini, Giuseppe ed Emmanuella. Anche se questi bambini non hanno lo stesso colore dei loro occhi e della loro pelle, i nuovi genitori hanno visto crescere un profondo legame affettivo dei bambini che ha fatto maturare la loro personalità. Prima Emmanuella era schiva e silenziosa, ora è diventata una bambina chiacchierona, affettuosa e sensibile. Giuseppe aveva una vivacità esuberante, ora è più sereno e ben inserito. L’istituto dell’affido prevede una durata di due anni, quando la famiglia d’origine (in questo caso la madre) è consenziente. Poi si può prolungare di altri due anni diventando un affido giudiziale.
Dopo aver percorso queste due tappe, la storia di Patrizia e Pietro si è conclusa il 20 maggio scorso con un’adozione speciale (o mite). I bambini sono stati adottati pienamente dalla nuova famiglia, pur mantenendo i rapporti con la madre che ha sempre manifestato il desiderio che i suoi figli potessero vivere in un ambiente carico di affetto e di attenzioni, come quello offerto da Pietro e Patrizia. Da allora la vita di questi due sposi è cambiata profondamente. Giuseppe ed Emmanuella sono a tutti gli effetti i loro figli.
Patrizia e Pietro hanno visto realizzate le loro speranze di vivere una maternità e paternità consapevoli, confidando nell’efficacia della preghiera, familiare e comunitaria, e hanno maturato un profondo senso di gratitudine nei confronti del Creatore per il grande dono di questi due bellissimi figli che Egli ha loro affidato.

Il Convegno si è concluso così significativamente riportando al cuore dal vivo di una esperienza di famiglia come la tenerezza e l’amore costituiscano un balsamo per tutta la società e come la bellezza della famiglia possa veramente fare la differenza per un futuro più umano.
Ed un ulteriore dono nelle loro conclusioni lo hanno fatto a tutti i partecipanti i relatori dell’ultima intensa giornata ancora presenti al Convegno. Custodire l’umano – ha ricordato il Dott. Francesco Sala – è un compito grande, però è anche una grande ricchezza, e siamo chiamati a impegnarci con speranza in questa missione, imparando sempre più a relazionarci e a trasmettere la bellezza di questi valori. Il prendersi cura dell’umano è “aiutare l’umano a vedere ciò che di speciale e di spirituale c’è nell’umano” – ha sottolineato la Dott.ssa Patrizia Sala – ed è un dono grande poter avere momenti di respiro e di condivisione come è stato possibile avere in questo incontro dove non ci sono stati discorsi accademici ma riflessioni che ci hanno fatto sentire la presenza di Dio. “La consegna della fede è una questione di vita” ha proseguito Don Massimo Serretti. Richiede il nostro “protagonismo” il nostro essere sulla breccia, questo non significa giudicare, ma seminare il nome di Cristo nella carne e nel cuore degli uomini. Il tempo della vita serve per generare e portare molto frutto. Dovremmo sempre ricordare che siamo chiamati ad una grande fecondità, ad una grande paternità e maternità: facendo questo potremo essere i “servi inutili” del Vangelo. “Non dobbiamo temere – ha concluso P. Lorenzo Di Giuseppe –. Di fronte al grande compito dell’evangelizzare la famiglia, dell’evangelizzare il sociale, del generare per custodire l’umano, l’augurio è che possiamo sentirci anche noi presi per mano come l’apostolo Pietro sulle acque nel momento della paura”.
La Veglia di preghiera per la famiglia, guidata dal Parroco Don Giorgio Broilo nella Chiesetta di Bellamonte, assieme alla comunità del decanato, ha aperto il cuore di tutti al rendimento di grazie per quanto abbondantemente ricevuto e all’invocazione per proseguire il cammino ciascuno nella propria realtà con coraggio e perseveranza rinnovati.

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Si è così conclusa anche la ricca settimana di fraternità vissuta a Bellamonte, iniziata nei giorni precedenti il Convegno, in un clima di serena vacanza, di lode al Signore per le meraviglie del creato, di riflessione sul nuovo testo di formazione “Poveri per vivere da fratelli” e sul messaggio straordinario delle “Immagini evangeliche” di P. Luigi Moro.
A cura di Graziella e Lucia Baldo

Nei prossimi numeri del Cantico, proseguirà lo “Speciale” con la pubblicazione delle relazioni guida delle giornate del Convegno assieme ad alcuni altri interessanti contributi

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