Il Cantico

DISCUSSION PAPER

Vaticano, 11-12 luglio 2014

0. PREMESSA
3Nell’Esortazione Evangelii Gaudium, il Pontefice ha inteso scuotere le coscienze di fronte allo scandalo di un’umanità che, mentre dispone di potenzialità sempre maggiori, non è ancora riuscita a sconfiggere alcune piaghe sociali che umiliano la dignità della persona. Papa Francesco, in linea con il Magistero dei suoi Predecessori, dichiara con forza la propria contrarietà sia a “ideologie” che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione “finanziaria”, sia all’atteggiamento di indifferentismo che caratterizza l’odierna situazione politica, economica e sociale.
A tali elementi di irresponsabilità e di disgregazione sociale, si deve contrapporre una risoluta ricerca di un’economia fondata sul rispetto della dignità della persona umana, inclusiva, sorretta dalla giustizia, dalla temperanza e dalla cultura del dono come gratuità, capace di determinare un cambiamento sostanziale nelle condizioni, negli stili e nei modelli di vita di tutta l’umanità, preservando e migliorando l’ambiente per le generazioni attuali e future.

1. INTRODUZIONE
La prima osservazione della Dottrina sociale della Chiesa, così come di un’etica sociale fondata sullo sviluppo umano integrale, è che ogni azione politica e sociale deve avere una chiara prospettiva antropologica;1 infatti, i sistemi economici e sociali non si mettono al servizio della dignità umana in modo automatico e deterministico, ma devono essere sempre guidati dalla nostra azione responsabile ispirata da essa e, perciò, attuati con retta intenzione, orientati da sagge politiche nazionali ed internazionali e sostenuti da livelli adeguati di “capitali” spirituali, sociali e fisici.
La globalizzazione economica, prodotta dall’apertura di mercati, dai connessi movimenti di capitali e dai grandi movimenti migratori – spesso segnati da inammissibili sofferenze –, sta comportando una lenta ma graduale convergenza “economica” tra gli Stati in termini di PIL, anche se il suo compimento sembra ancora lento. Essa, tuttavia, non è sempre accompagnata da una simile convergenza “strutturale”, a livello di infrastrutture, capitale fisico, accesso alle nuove tecnologie e qualità delle istituzioni, e meno ancora da una convergenza “sociale” dei cittadini dei vari Stati, in termini di istruzione, capitale sociale, equa distribuzione dei benefici e qualità della vita.
D’altronde, se è indiscutibile che la globalizzazione ha accresciuto notevolmente la ricchezza aggregata dell’insieme e di molti singoli Stati, sembra altrettanto vero che essa ha inasprito i divari tra i vari gruppi sociali. L’analisi politica ed economica conferma ciò che è percepibile da una prospettiva etica e di teologia morale,2 e cioè che la disuguaglianza mondiale o globale sta aumentando a causa della globalizzazione: le medie di reddito nazionale nascondono enormi divari tra chi possiede capacità e mezzi necessari per sfruttare i nuovi progressi e chi, invece, rimane emarginato ed escluso dai circuiti di mercato.
Gli studi scientifici più recenti mostrano un mondo diviso in tre grandi settori sociali, indipendenti dalle frontiere nazionali. Nell’1% della popolazione mondiale è concentrata la metà della ricchezza globale; un altro 47%, considerato la classe media globale, dispone di poco meno dell’altra metà; il restante 52% dell’umanità condivide le “briciole” con meno di 2 dollari al giorno per persona; 3 gli sforzi internazionali in favore dello sviluppo hanno privilegiato, con esiti positivi, la convergenza economica fra gli Stati ma hanno trascurato la convergenza tra le persone all’interno dei singoli Stati; infatti, nell’ultimo quarto di secolo, il tasso di crescita dei Paesi più poveri è stato superiore a quello dei Paesi più ricchi, ma le disuguaglianze tra i singoli sono aumentate in modo drammatico.
Questa breve e rapida sintesi dell’odierna distribuzione delle ricchezze a livello mondiale non esprime, tuttavia, la totalità delle problematiche globali, che devono tener conto anche delle conseguenze ecologiche, le quali rischiano di diventare insostenibili e disastrose.

2. I RIDUZIONISMI SOCIALI E ANTROPOLOGICI DEGLI ODIERNI PENSIERI E ATTIVITÀ ECONOMICI
La globalizzazione dell’indifferenza denunciata da Papa Francesco non è soltanto una deformazione psicologica prodotta da atteggiamenti individualisti e utilitaristi ma, più in profondità, risponde ad una prospettiva antropologica fondata su una concezione riduzionistica dell’uomo, dell’attività economica e del valore collegato a quest’ultima.
Il primo riduzionismo è quello di vedere l’uomo come un agente economico mosso soprattutto dall’egoismo. Le scienze sociali stanno confermando quanto la Dottrina sociale della Chiesa, insieme con altri approcci-sociali, ha sempre affermato: l’egoismo è una forma inferiore di razionalità rispetto alla cooperazione, perché la relazionalità fa parte dell’essenza della persona umana.
Parimenti, sia le dottrine etiche tradizionali, sia le nuove scienze del comportamento umano, riconoscono che la cooperazione non è un esito scontato delle relazioni interpersonali, ma richiede la pratica di virtù sociali, che sono frutto di un autentico sviluppo di ogni persona.
La retta relazionalità si fonda sulla fiducia, che è sempre un “rischio sociale”, perché vuol dire mettersi nelle mani dell’altro, responsabilizzandolo e correndo il rischio di essere traditi. Perciò, la fiducia va sempre coltivata e sostenuta.
È primaria responsabilità delle istituzioni e della società promuovere tutte quelle iniziative in grado di far radicare, alimentare e attuare tali virtù personali e sociali.
Il secondo riduzionismo concepisce i soggetti dell’attività economica – imprese private o pubbliche – come semplici entità indirizzate a produrre beni e servizi o a massimizzare il profitto dei proprietari dei capitali.
Tale visione può portare ad innumerevoli ingiustizie, come ad esempio la tendenza recente a delocalizzare la produzione solo per ragioni di profitto dove la tutela del lavoro e quella ecologica sono più deboli, con la conseguente erosione generalizzata sia dei diritti dei lavoratori sia dell’ ambiente naturale. Le aziende (pubbliche e private), invece, sono una particolare aggregazione sociale e produttiva, che incide profondamente nella vita di tutti coloro che con esse intrattengono rapporti: investitori, lavoratori, fornitori, comunità locali, consumatori, a livello nazionale ed internazionale.
Le aziende non possono essere guidate solo dalla ricerca della massimizzazione della produzione o del profitto dei proprietari del capitale. Tuttavia, la pluralità di regole e di istituzioni esistenti non è riuscita ancora a trovare una sintesi tra gli interessi dei proprietari dei capitali e il bene comune nazionale ed internazionale.
Sembra necessario favorire una collaborazione tra Governi, Organizzazioni della società civile, gruppi di cittadini e aziende, volta a far sì che queste ultime riconoscano, assumano e promuovano, quale uno dei loro scopi essenziali, gli obiettivi di sostenibilità sociale ed ambientale.
Il terzo tipo di riduzionismo fa riferimento al concetto di “valore” in economia.
La “ricchezza delle nazioni” non è meramente il flusso dei beni e servizi prodotti su un territorio in una determinata unità di tempo (il PIL). Essa è piuttosto lo stock di beni culturali, naturali, economici, sociali e spirituali di cui una determinata comunità e tutti i suoi singoli membri possono godere, tra cui spicca la libertà religiosa, la libertà e possibilità di formare e mantenere una famiglia e l’accesso all’educazione. È per questo motivo che appare fondamentale sviluppare a livello nazionale e transnazionale nuovi indicatori compositi da assumere come riferimento per le valutazioni d’impatto delle politiche economiche.
Parimenti, sia il pensiero economico sia l’attività di governo devono aiutare il processo della globalizzazione a realizzare la sua vocazione autentica e più piena: l’integrazione dell’umanità in un’autentica famiglia, ricca nella sua molteplicità di differenze e culture ma liberata dalle drammatiche diseguaglianze.

3. RECUPERARE LE RADICI UMANE DELL’ECONOMIA PER CIVILIZZARE LA GLOBALIZZAZIONE, SUPERANDO I RIDUZIONISMI L’economia di mercato ha rappresentato storicamente un importante strumento di espressione della libera creatività umana, di inclusione sociale e di sostegno della cultura politica democratica. Tuttavia, quando hanno prevalso i tre menzionati riduzionismi, il sistema economico ha perso tali potenzialità. La storia, inoltre, ci insegna che le esperienze economiche più significative e durature sono quelle in cui il mercato è riuscito a rispettare e ad integrarsi con le realtà sociali che esprimono tutte le dimensioni umane, compresa quella trascendente, senza ridurre l’uomo ad essere meramente produttore e consumatore.
Si tratta di sviluppare una sintesi costruttiva tra mercato (creazione della ricchezza e vocazione all’imprenditoria), società civile (reciprocità) e istituzioni nazionali ed internazionali (redistribuzione della ricchezza) che possa anche oggi esprimere tale integrazione. Questa armonica coesistenza tra istituzioni economiche, politiche, civili, culturali e religiose, volta anche a trasformare gli interessi dei singoli nell’interesse del bene comune, è la poliarchia che propone la Dottrina sociale della Chiesa4.Shiva
Una tale positiva integrazione esige, inoltre, una rinnovata considerazione della dimensione del tempo. La logica dell’odierna economia e delle sue manifestazioni culturali tende, invece, ad ignorare tale dimensione. La rivoluzione informatica e delle comunicazioni ottiene una riduzione sempre maggiore del tempo necessario per effettuare le scelte economiche, limitando, così, la possibilità di individuare altre motivazioni diverse dal profitto.
La profondità del tempo da cui proveniamo (la Storia) e cui siamo destinati (il futuro) rischia di essere assente dall’odierna cultura economica e anche dalla cultura civica, con la conseguente erosione di quelle istituzioni che danno senso, significato e consistenza alla vita sociale5. Occorre quindi ripristinare tale “governo poliarchico” della società con un orizzonte ampio di lungo periodo, guidato e armonizzato dalle istituzioni pubbliche e ispirato da quei valori fondamentali per superare i suddetti riduzionismi antropologici e sociali.
Siffatto governo poliarchico è chiamato anche ad analizzare attentamente le diverse sfaccettature esistenti nei complessi rapporti tra finanza, commercio, lavoro e fiscalità.

4. RAPPORTI TRA FINANZA, COMMERCIO E LAVORO NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE

4.1 LA FINANZA
La finanza è una parte essenziale del funzionamento economico nazionale e mondiale, che consente di utilizzare il tempo e la fiducia come fattori fondamentali di sviluppo economico. Essa, infatti, aggrega i risparmi per utilizzarli in modo efficiente e destinarli agli impieghi più redditizi; trasferisce e anticipa nello spazio e nel tempo il valore delle attività; realizza meccanismi assicurativi e di condivisione del rischio delle attività economiche; consente l’incontro tra le disponibilità economiche e le idee e le capacità produttive, ecc. Senza attività finanziaria, nel senso più ampio, non sarebbe stato possibile il progresso dell’umanità.
Tuttavia, non sono mai mancate distorsioni, alle volte gravi, nell’ambito della finanza: gli agenti finanziari hanno spesso avuto la tendenza a prestare solo a coloro che potevano offrire garanzie economiche uguali o superiori alla somma di prestito richiesta e per considerazioni indipendenti dai risultati dell’attività finanziata, dando luogo a comportamenti anche usurai. Inoltre, i moderni strumenti finanziari, pensati per facilitare il credito o per assicurare rischi eventuali, sono diventati, in pratica, strumenti di una speculazione spericolata, incentivata da sistemi asimmetrici di retribuzione degli operatori finanziari.
Va, infine, considerato che, nell’assenza di regole di guida e di controllo, l’attività finanziaria non tende necessariamente alla concorrenza, ma piuttosto alla creazione di oligopoli, con grandi capacità di lobby politica6, che si pongono come unico obiettivo la massimizzazione del profitto a breve termine a favore dei proprietari delle istituzioni, snaturando così il significato stesso dell’attività finanziaria e l’essenza democratica di certe decisioni degli Stati a livello nazionale ed intergovernativo, a grave danno di tutta l’economia mondiale. In risposta a tali problematiche, sta emergendo un consenso sugli elementi che devono guidare un’attività finanziaria nazionale ed internazionale che stia sempre al servizio dello sviluppo umano integrale e della dignità umana. In tale prospettiva, occorre ritornare alle vere e legittime funzioni sociali dell’attività finanziaria, favorendo l’incontro tra il risparmio e gli investimenti produttivi. A tale scopo, serve non solo una vera assunzione etica della responsabilità primaria degli stakeholders di tale attività, ma anche una prudente e responsabile riflessione sui rapporti tra il sistema bancario nazionale e internazionale con le Banche centrali e con gli Organismi intergovernativi. Così si eviteranno la creazione di bolle e crisi finanziarie con gravi ripercussioni non solo sull’economia in generale ma persino sulla disponibilità più essenziale di risorse di base.
L’efficienza e la velocità delle transazioni finanziarie non sono fini ultimi ma valori intermedi, ovvero istanze che vanno necessariamente armonizzate con quelle superiori e sovraordinate di precauzione, stabilità e bene comune, compreso quest’ultimo come servizio allo sviluppo umano integrale. Perciò, l’obiettivo della regolamentazione finanziaria non può essere quello della massimizzazione della velocità degli scambi e dell’aumento infinito della liquidità: la finanza può e deve fare meglio, ritornando alla sua missione propria di servire il bene comune.

4.2 IL COMMERCIO
Così come la finanza, il commercio è parte della socialità umana e strumento di avvicinamento tra i popoli. Esso ha permesso alle società di superare i limiti dell’autarchia, consentendo a ciascun territorio di specializzarsi in quelle attività che esaltano il proprio genius loci. L’incontro, lo scambio e la specializzazione hanno determinato a loro volta guadagni di efficienza che consentono un utilizzo migliore delle risorse. Dall’altra parte, il commercio è stato utilizzato molte volte nella storia quale strumento per assicurare supremazie nazionali e culturali e, in genere, come tutte le attività economiche, esso diventa un idolo opprimente quando viene assolutizzato e ad esso vengono subordinati valori ed esigenze di parte.
Il presente assetto commerciale mondiale è stato un mezzo importante per la convergenza economica tra molti Paesi in via di sviluppo e i Paesi cosiddetti sviluppati7. Non sembra invece che le regole degli accordi commerciali in vigore abbiano beneficiato tutti ed ogni singolo cittadino e specialmente non sembra che esse siano servite per evitare che il commercio internazionale eroda i diritti del lavoro e la sostenibilità ambientale.
Inoltre, questa accresciuta presenza dei Pesi poveri nei mercati ha avuto , alle volte, impatti negativi sul tessuto sociale locale, tramite l’erosione della protezione economica di vari tipi di capitale economico-sociale, quali l’artigianato, le piccole imprese di ambito locale, le piccole aziende agricole familiari, certe prestazioni di servizio, ecc..
In genere, i segmenti poveri della popolazione hanno ottenuto benefici consistenti dalla globalizzazione quando i risultati commerciali internazionali positivi sono stati accompagnati, a livello nazionale, da politiche sociali mirate a garantire a tutti i cittadini una minima dignità di vita e da politiche economiche indirizzate alla creazione di posti di lavoro degni e sostenibili per tutti.

4.3 IL COMMERCIO, LA RESPONSABILITÀ SOCIALE E IL LAVORO
Uno degli aspetti dell’odierno sistema economico globale è lo sfruttamento dello squilibrio internazionale nei costi del lavoro, che fa leva sulla presenza di miliardi di persone che vivono con meno di due dollari al giorno. Tale squilibrio non solo non rispetta la dignità di coloro che alimentano questo serbatoio di manodopera a basso prezzo, ma anche distrugge fonti di lavoro, laddove il medesimo è più tutelato, senza, però, creare, da nessuna parte, nuove fonti permanenti di occupazione. 8Si pone dunque la questione di far sì che i meccanismi privati della concorrenza e del mercato, insieme con le regole nazionali ed internazionali in vigore, siano in grado di produrre meccanismi di convergenza verso l’alto dei diritti del lavoro e della tutela dell’ambiente.
Innanzitutto occorre rispettare e attuare universalmente le regole del diritto del lavoro e della libertà sindacale, che sono ormai un patrimonio giuridico acquisito dell’umanità. La comunità internazionale, negli ultimi anni, sta sviluppando anche un importante corpo giuridico ambientale che va rafforzato, rispettato e applicato dappertutto. Inoltre, c’è in atto, ai vari livelli nazionali ed internazionali, una riflessione sulla responsabilità sociale ed ambientale delle aziende e di altri operatori economici, che va promossa e le cui conclusioni devono essere applicate8.
La tutela dell’ambiente e del diritto del lavoro devono comunque promuovere la crescita della dignità e benessere di tutti gli Stati e i suoi cittadini, adattandosi alle condizioni strutturali dei Paesi più poveri e alle eterogeneità delle situazioni sociali, senza, invece, giustificare intenti protezionistici.

4.4 IL LAVORO: ELEMENTO ESSENZIALE DELLA DIGNITÀ UMANA E SUPERIORE A OGNI CONCEZIONE STRUMENTALE
Le odierne indagini sociali confermano quanto ha sempre affermato la Dottrina sociale della Chiesa un elemento naturale essenziale di una vita degna è la possibilità di occuparsi in un lavoro utile, pieno di significato e adeguatamente remunerato. Perciò, la disoccupazione, oppure la mancanza di lavori degni, è una delle conseguenze più gravi di un sistema economico scollegato dalla dignità dell’uomo. Al di là degli alti costi economici di tale situazione, il danno sociale e personale più drammatico è quello della perdita della nozione di dignità e autostima da parte di colui che non ha accesso ad un lavoro degno.
La crescita di valore e di produttività generata dal progresso tecnologico, che spesso elimina molti posti di lavoro, deve essere accompagnata da prudenti orientamenti politici, allo scopo di creare nuove opportunità di lavoro non solo nel settore del profitto ma anche in quello del no-profit (scienze, arte, religione, cooperazione solidale, difesa e ricostruzione dell’ambiente, ecc.). Uno dei componenti essenziali di tali orientamenti deve essere il deciso miglioramento quantitativo e qualitativo dell’accesso all’educazione in tutti i suoi livelli.
Non possiamo lasciare la difesa della tutela e della dignità del lavoro alle sole forze di mercato. Occorre nuovamente appellarsi al già citato governo poliarchico, che, in questo caso, avrebbe lo scopo di trovare un giusto equilibrio tra capitale e lavoro, anche con l’aiuto indispensabile di un responsabile associazionismo lavorativo9.

4.5 LA FISCALITÀ
Imposte, tasse, tariffe, dazi ed altri tributi servono per finanziare istituzioni pubbliche e attività di bene comune e possono anche servire quali strumenti di correzione o modulazione dei processi di globalizzazione finanziaria, commerciale e dei mercati lavoro.
Una tassazione non orientata al bene comune, invece, può creare vantaggi artificiali e sleali nel commercio internazionale, favorire la speculazione finanziaria internazionale e lo sfruttamento del lavoro. È urgente portare a termine iniziative che garantiscano un’opportuna trasparenza fiscale nazionale ed internazionale, tali da disincentivare evasione ed elusione fiscale, che determinano una concorrenza sale tra piccole-medie imprese e grandi imprese. Oltre ai tradizionali sistemi normativi di vigilanza e di applicazione delle leggi fiscali, occorrerebbe creare meccanismi che trasformino la responsabilità fiscale in vantaggio competitivo e non il contrario10, nonché che promuovano il consumo pubblico e privato responsabile.

5. ALLA RICERCA DI RINNOVATE ISTITUZIONI FINANZIARIE INTERNAZIONALI Uno dei paradossi più importanti dell’economia e delle finanze globalizzate è l’incapacità politica di prevedere e governare quelle fluttuazioni dei mercati nazionali e internazionali che comportano importanti conseguenze mondiali, anche per i Paesi non coinvolti nelle concrete attività finanziarie e per le popolazioni più povere. Occorre ripensare l’architettura finanziaria globale. È fondamentale che le Organizzazioni finanziarie internazionali, in armonia con i Governi, svolgano un ruolo di primo piano nel governo delle finanze internazionali per mitigare le esternalità negative e consentire l’“internalizzazione” di quelle positive, adottando una visione dell’economia e dello sviluppo fondata sul primato della persona umana.

6. LA PROSPETTIVA DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
Una nuova prospettiva etica dell’economia mondiale, costruita a partire da una visione integrale dell’uomo, implica un costante impegno per superare i riduzionismi dell’essere umano, delle organizzazioni economico-sociale e dei valori. Ciò richiede di andare oltre sia al pensiero che affida la risoluzione dei problemi economici mondiali al semplice sviluppo tecnologico (“laissez-faire”) e all’autoregolazione dei sistemi, sia agli approcci neo-statalisti, che postulano una forte ed esclusiva domanda di regolamentazione a livello di governo nazionale, convertendo le persone in semplici soggetti passivi dello Stato.
Le visioni integrali e non riduzioniste dell’uomo, come quella proposta dalla Dottrina sociale della Chiesa, offrono, invece, una guida fondamentale per i comportamenti personali, l’azione collettiva e la politica, allo scopo di costruire una governance economica nazionale e mondiale incentrata sulla dignità e sulla responsabilità della persona umana, sulla solidarietà e sulla destinazione universale dei beni.

6.1 LO SVILUPPO E LA PROTEZIONE DELLA DIGNITÀ UMANA, NONCHÉ LA DIVERSITÀ ISTITUZIONALE E QUELLA CULTURALE, SONO ANTERIORI E SUPERIORI AL MERCATO
Il calcolo economico e i programmi di governo nazionali ed internazionali devono partire dal riconoscimento di quelle diversità di comportamenti e di tipologie istituzionali, frutto della dignità e della libertà dell’uomo. Un pensiero economico globale fondato solo sul libero scambio o, al contrario, su una visione statalista tendenzialmente totalitaria, si troverà in contrasto insanabile con le varietà culturali e istituzionali e tenderà a cancellarle, perchè l’unico valore è la massimizzazione del flusso dei beni e servizi e dei relativi profitti, oppure il nazionalismo e la lotta di classe.
Perciò è necessario difendere tutte quelle forme sociali frutto della solidarietà e della sussidiarietà, compresa l’imprenditoria sociale o comunitaria, che rappresentano un valore in se stesso, al di sopra del valore monetario di mercato o della loro utilità per un traguardo sociale definito a priori. Il mercato, anche quello globale, deve diventare un luogo in cui le varietà locali possano esprimersi, interagire e essere migliorate, rifiutando una visione determinista e riduzionista dell’uomo e della società.

6.2 L’APPLICAZIONE DEL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ A LIVELLO TRANSNAZIONALE
Le Organizzazioni della società civile, inclusi i sindacati, caratterizzate dalla loro natura associativa non fondata sul profitto e rappresentanti della ricca varietà di espressioni della persona umana, devono poter svolgere un ruolo a pieno titolo nel monitoraggio delle attività delle Istituzioni internazionali e delle imprese multinazionali, per promuovere meglio una globalizzazione umana ed ecologicamente sostenibile volta a favorire un reale sviluppo umano integrale.
Urge un accordo per modificare gli statuti delle Organizzazioni finanziarie internazionali, concepite per rispondere alle problematiche del dopo seconda guerra mondiale affinché costituiscano un’efficace manifestazione della Comunità internazionale intesa quale Famiglia delle Nazioni.
Le rinnovate Istituzioni internazionali dovrebbero contribuire alla riscrittura di regole economiche che traducano l’idea che l’efficienza è generata non solo dalla proprietà privata e dal libero commercio, ma anche da politiche che assicurino concorrenza, trasparenza, trasferimento di tecnologia e fiducia, avendo alla base una condivisa nozione della natura e della dignità dell’uomo che deve fondare ed orientare tutte le azioni politiche ed economiche.
In tutti i casi si deve promuovere l’accettazione dell’idea che lo sviluppo deve essere equo, democratico, sostenibile e al servizio della dignità integrale della persona umana e delle famiglie. Per l’orientamento delle loro azioni e per l’analisi scientifica, le Istituzioni di assistenza allo sviluppo, le Agenzie finanziarie internazionali e il settore accademico, dovrebbero, pertanto, essere incoraggiate a includere ed utilizzare, tra i loro parametri di riferimento, indicatori di distribuzione della ricchezza umana, dello sviluppo umano integrale, del rispetto dell’ambiente e delle specificità locali.
Non esiste oggi un unico ordinamento giuridico globale e completo, né alcun governo globale; per la stessa ricchezza e diversità delle persone umane sembra difficile che esso mai possa esistere. Ciò, tuttavia, non implica che sia impossibile concepire regimi regolatori globali costituiti e altri soggetti internazionali. In altre parole, una vera poliarchia che si occupi efficacemente di temi e di problemi che non possono essere affrontati o risolti solamente dai Governi nazionali.
Infine, i modelli di vita personale e di consumo, la vita sociale e i rapporti internazionali devono essere fondati sul rispetto di una nozione completa di dignità umana, sulla conseguente promozione dello sviluppo umano integrale e sul radicamento di una cultura di reciprocità, manifestata anche in organizzazioni economiche che la esprimano.

8. CONCLUSIONE
A conclusione di quanto detto finora, si deve affermare che la ricerca di un modo per umanizzare l’economia porta in sé una esigenza di CONCEPIRE LA DIGNITÀ TRASCENDENTE DI OGNI PERSONA UMANA, DISTINTA MA INSEPARABILE DALLA SUA RELAZIONALITÀ
. La riduzione, invece, dell’esperienza umana alla dimensione “contabile” del calcolo utilitaristico costituisce una visione ideologica aprioristica smentita dalla stessa esperienza.
La vita sociale è molto di più che semplici rapporti sinallagmatici o scarni vincoli politici. Essa è la concretizzazione di un insieme di valori e di una cultura espressi in un complesso di relazioni sociali, molte delle quali di valore anche economico, contenute o, almeno, protette da un insieme istituzionale. Tali istituzioni preservano, incrementano e trasmettano quei valori, permettendo la costruzione di vere persone libere.
Il riduzionismo egoistico della persona, dell’attività e dei valori economici trascura il valorizzare virtù sociali quali la fiducia, la benevolenza, la reciprocità, la cooperazione, che sono percepite come mere inclinazioni della natura, estranee alla costruzione della civilizzazione. La tecnicizzazione del pensiero economico e la riduzione della socialità umana al mercato consentono un’espansione egemonica di quelle relazioni prettamente economiche, ignorando e distruggendo quelle che sono espressioni della ricchezza spirituale della persona umana e della sue socialità, storia e cultura. Parimenti, un’azione politica ed economica che, per essere efficace, necessita di spogliare l’uomo di tutto ciò che non è mercificabile, apre la strada a nuove forme di statalismo e di tirannia. La soluzione dei grandi problemi sorti dalla globalizzazione può essere trovata non nella teorica radicalizzazione di un neo-statalismo contro un neo-liberismo, ma in una sana fioritura di quelle forme di organizzazione che esprimono la ricchezza della relazionalità umana e che serviranno per determinare un’economia civile moderna.cantico-ago2014-p-17
Se la ricerca economica e sociale e la conseguente azione politica vogliono affrontare efficacemente i vecchi e i nuovi problemi della nostra società, esse non possono più confinarsi in un approccio tecnicomatematico dell’agire economico radicalmente staccato da ogni considerazione antropologica. Se l’economia continuerà ad arricchire il suo apparato tecnico e analitico, senza distaccarsi dall’auto-referenzialità, sarà sempre meno in grado di cogliere effettivamente la realtà, e quindi di suggerire efficaci linee di azione.
In sintesi, il messaggio che la Dottrina sociale della Chiesa vuole trasmettere al riguardo dell’odierno dibattito circa la governabilità economica mondiale è il seguente: i sistemi di mercato sono, in essenza, sistemi organizzati di valori. Perciò, una cultura dell’individualismo possessivo produrrà risultati diversi da una cultura di reciprocità in cui gli individui, anche se motivati da interessi personali, intrattengono rapporti legati da un senso di fraternità; oppure una cultura della concorrenza cooperativa comporterà risultati diversi da una cultura di competizione posizionale.
Conseguentemente, la critica di Papa Francesco alla situazione economica attuale, in linea con tutti i suoi predecessori, si impernia su due grandi elementi. Da una parte, la presente situazione di disuguaglianza e di esclusione non è in alcun modo ammissibile e deve essere affrontata con urgenza e sincerità. Dall’altra parte la costruzione sociale, di cui l’economia è solo una componente, è possibile solo a partire da una cultura e da un’azione umana fondate su una prospettiva antropologica che riconosca la piena dignità della persona umana e tutti valori e virtù che da essa derivano.

1 Cfr. Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium; Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate.
2 Cfr. Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium.
3 Cfr. Branco Milanovic: “Global Income Inequality by the Numbers: in History and Now – An Overview”, The World Bank, November 2012.
4 Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 47 e 57.
5 “I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae. Da qui emerge un primo principio per progredire nella costruzione di un popolo: il tempo è superiore allo spazio” (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 222).
6 Il Rapporto 2014 di Corporate Europe evidenzia lo squilibrio dei rapporti di forza tra le lobby finanziarie e quelle della società civile e delle NGO: la finanza spende in attività di Lobby 30 volte di più di qualunque altro gruppo di pressione industriale (secondo stime prudenziali 123 milioni di Euro l’anno con circa 1.700 lobbisti presso l’UE). I rapporti tra rappresentanza delle lobby finanziarie e rappresentanza delle NGOs o dei sindacati in gruppi di consultazione sono 95 a 0 nello stakeholder group della BCE e 62 a 0 nel De Larosière Group on financial supervision in the European Union.
7 Una delle cause dell’accelerazione della crescita economica dei Paesi in via di sviluppo negli ultimi 20 anni, più specificamente a partire dalla fine dell’Uruguay’s Round e dalla creazione dell’OMC/WTO, è stata la loro sostanziale maggiore partecipazione al commercio mondiale.
8 Si può pensare, ad esempio, ad una fiscalità dal lato della domanda che premi i prodotti che provengono da filiere ad alta responsabilità sociale ed ambientale (iniziative quali quella della Social Business Initiative nell’UE), oppure a regole per l’accesso agli appalti che fissino soglie minime di responsabilità sociale, ambientale e fiscale. Occorre inoltre stimolare la crescita di un mercato dell’informazione sulla qualità sociale, ambientale e fiscale delle imprese che possa consentire ai cittadini di premiare quelle imprese leader nella creazione di valore economico socialmente, ambientalmente e fiscalmente sostenibile.
9 Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate, 25 e 64.
10 Ad esempio, una volta assicurata la dovuta trasparenza contabile, sarebbe opportuno stilare classifiche di rating di responsabilità fiscale per stimolare anche attraverso meccanismi di mercato (la pressione dal basso dei cittadini) e istituzionali (livelli minimi di responsabilità fiscale necessari per partecipare alle gare di appalto) la responsabilità fiscale e trasformarla in un fattore competitivo. Risultati simili si possono conseguire attraverso l’obbligo di mettere in piedi sistemi interni di compliance fiscale che, in caso di mancata vigilanza, renderebbero le imprese o i controllori interni più direttamente responsabili di violazioni ed omissioni.

IL TESTO “DISCUSSION PAPER” CHE QUI SI PUBBLICA A NOME DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE HA RICEVUTO IL BENESTARE DELLA SEGRETERIA DI STATO.

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