Il Cantico

Dalla relazione di sr. Alessandra Smerilli

DEGRADO E CRESCITA ECONOMICA
ecojpegLa nostra cultura contiene elementi paradossali che ci interpellano.
Per esempio il Parlamento europeo ha proclamato il 2014 come anno contro lo spreco (i primi produttori di spreco sono le famiglie). Lo spreco di acqua e di alimenti sta raggiungendo livelli elevatissimi che continuano a crescere in mancanza di un’inversione di tendenza che non è automatica. Un altro esempio è dato dalla lottomatica che fa milioni di incassi e poi dona soldi per curare le ludopatie. In questo modo crea il disagio e poi fa beneficenza per contribuire ad alleviarlo.
Viviamo in un mondo che costruisce grattacieli e poi non riesce a sfamare la gente che muore per problemi legati alla malnutrizione.
Fino agli anni ’70 l’ambiente non era considerato un bene economico, ma lo è diventato quando ci siamo accorti che lo stavamo distruggendo. L’aria pulita e l’acqua pulita stanno diventando sempre più scarse e, per alcuni, irraggiungibili.
Le sfere relazionali sono in diminuzione: il gruppo degli amici su cui una persona può contare, negli ultimi vent’anni si è dimezzato a causa di circoli viziosi in cui siamo immersi.
L’attuale tipo di crescita economica produce degrado relazionale e ambientale che, a sua volta, genera crescita economica perché il mercato provvede a sostituti costosi di quei beni che erano considerati liberi.Per esempio per quanto riguarda l’ambiente si è sviluppato un turismo per persone che non vivono in ambienti salubri. Tutto questo genera crescita economica, ma è la risposta costosa ad un bisogno di beni che prima erano liberi.

CAUSE
Adam Smith è considerato il padre fondatore della scienza economica. Egli fa derivare la nostra possibilità di alimentarci dall’interesse personale dei commercianti e non dalla loro benevolenza: “Ci rivolgiamo non al loro senso di umanità, ma al loro interesse (self-love) e non parliamo mai loro delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi”. È nel loro interesse far bene il loro mestiere, poiché, se non lo fanno, noi possiamo cambiare fornitore. Solo il mendicante si rivolge alla benevolenza dell’altro. L’indipendenza è considerata una virtù positiva associata al mercato. Le relazioni di mercato ci permettono di soddisfare i nostri bisogni senza dover dipendere dall’amore degli altri, poiché, dipendendo tutti impersonalmente e anonimamente dalla “mano invisibile” del Mercato, non dipendiamo personalmente da alcuno.
In questo modo si esce dalla logica del dono che crea legami, mentre si accettano scambi commerciali che liberano dagli obblighi verso chi ci ha fatto un dono.
Si può capire questa teoria sul mercato pensando che è stata formulata alla fine di un mondo feudale come liberazione da rapporti che non erano certo di fratellanza. Tuttavia abbiamo visto a quali paradossi ha portato questo pensiero! Secondo Smith: “La gratuità è meno essenziale della giustizia per l’esistenza della società. La società può sussistere senza gratuità”. Al mercato bastano gli interessi, alla società basta la giustizia, le regole, il loro rispetto. Non c’è bisogno della gratuità per tenere insieme la società.
L’amore e la gratuità sono importanti solo nella vita privata.
Secondo questo capitalismo anglo-americano la beneficenza va fatta dopo l’ultima riga del bilancio.

EFFETTI

Questa teoria si è dimostrata dannosa per la società perché ha superato l’ambito economico. La sfera del mercato si è allargata tantissimo; basti pensare ai linguaggi che utilizziamo nell’educazione: parliamo di contratti formativi, di debiti o crediti formativi… La stessa cosa accade nel linguaggio della sanità…
La relazionalità di mercato è diventata la nuova relazionalità del XXI secolo.
La crisi che stiamo vivendo è anche dovuta all’emarginazione dei carismi dalla vita pubblica, che sono la rappresentazione della gratuità nel mondo. Comunque c’è una mutua responsabilità tra noi cristiani, che ci siamo ritirati in sfere forse troppo religiose, e le istituzioni politiche, economiche e civili, che ci hanno allontanati dalla vita pubblica.
Le parole “carisma” e “gratuità” (che provengono entrambe da “charis”) sono diventate irrilevanti per la vita civile ed economica, perciò rischiano di diventare irrilevanti tout-court.
Invece la natura dei carismi e della gratuità è profondamente civile e pubblica. Le prime scuole, le prime opere sono nate da chi era animato da amore profondo, vedeva i bisogni e organizzava la carità. Tolti dal loro ambito naturale e relegati in una sfera privata o religiosa sempre più angusta, i carismi e la gratuità diventano parole senza radici, senza presente, senza futuro. E quindi, di fatto, inutili.
E un Occidente che perde contatto con i carismi si smarrisce, perché senza la charis la vita in comune non funziona, non innova né è generativa, e così si smarrisce la gioia di vivere.

LA STORIA
La gratuità è fondamentale. Per uscire dalla crisi c’è bisogno di occhi nuovi sul mondo, che guardino in modo diverso la situazione che stiamo vivendo, intravedendo le nuove possibilità.
Sappiamo dalla storia che ogni crisi è stata superata con innovazioni. E siccome la crisi che stiamo vivendo è culturale, abbiamo bisogno di un nuovo modo di leggere la società e l’economia.
Lo facciamo guardando indietro perché l’Europa economica, spirituale, culturale e civile è stata anche, e per molti secoli soprattutto, il frutto dell’azione pervasiva e straordinaria dei carismi.
S. Benedetto si trovò a vivere nella cosiddetta età oscura in cui, dopo le invasioni barbariche, si cercava di capire dove andare a finire. Rivalutando il lavoro in senso cristiano egli generò una vera e propria rivoluzione spirituale, civile, culturale ed economica. Le abbazie e i monasteri salvarono la civiltà in modo creativo, poiché furono anche luoghi di grandi innovazioni. Le prime forme di rendicontazione contabile sono state inventate nei monasteri per tenere conto di tutto quello che entrava e usciva. Uno studio recente mostra come in Italia il 90% dei distretti industriali che sono stati il vanto dello sviluppo economico italiano sono nati nella vicinanze di un’abbazia. Dai monaci si andava ad imparare il modo di lavorare e di dividere la giornata.
Inoltre le prime forme di cultura , le prime università nascono dai carismi.
I Monti di Pietà inventati dai francescani sono stati la prima forma di aiuto intelligente alla povertà facendo circolare il denaro. Lo sviluppo dei mercati in Europa è molto dovuto alle idee e alle pratiche francescane. Per esempio fr. Luca Paciolli inventa la partita doppia.
L’attuale modello di economia ci sta portando sempre più nel baratro. Per andare seriamente avanti dovremmo guardare dietro di noi, tornare alle nostre origini, alla vocazione italiana ed europea del mercato!

LA TRADIZIONE DELL’ECONOMIA CIVILE
L’economia civile è quell’insieme di esperienze e di teorie economiche che nascono dal primato del principio di reciprocità e del principio di gratuità, e dal saper vedere la persona al centro. Essa include le tante esperienze dell’economia sociale, ma anche quelle imprese ordinarie o commerciali che operando nei mercati si ispirano a tali principi.
Non è un’economia diversa, ma un modo di intendere l’economia a cui tutti si possono ispirare, non è solo chi opera tradizionalmente in cooperative o in organizzazioni non-profit, ma anche per società per azioni.
Tra i pensatori che sono all’origine di questa tradizione abbiamo Genovesi, Filangieri, Dragonetti, Sturzo, Einaudi, Rabbeno, Luzzati, Zappa. Per essi il mercato, l’impresa, l’economico sono in sé luoghi anche di amicizia, reciprocità, gratuità, fraternità. L’idea fondamentale è non accettare che il mercato o l’economia siano qualcosa di radicalmente diverso dal civile. Siamo persone umane dentro e fuori del mercato! Ovunque la legge fondamentale è la mutua assistenza.
L’abate Antonio Genovesi è considerato il capostipite di questa tradizione. Nel 1754 inaugurò a Napoli la prima cattedra di economia della storia al mondo. Anche Toniolo (il primo economista beatificato) si pone sulla linea dell’economia civile ed afferma che se non ci interroghiamo sui fini dell’individuo, della società, dello Stato non possiamo parlare di benessere.
Invece noi oggi studiamo un’economia che si è progressivamente staccata dai fini.
Nel suo trattato di economia sociale del 1907 Toniolo definisce l’economia come “la scienza che studia la società umana rivolta con la sua attività a procacciare e usufruire la ricchezza per tutti gli scopi legittimi dell’esistenza, al fine di riconoscere l’ordine razionale positivo di utilità… e dirigerne l’applicazione al migliore bene comune”.

CONFRONTO TRA SMITH E GENOVESI
Secondo Smith gli uomini hanno una naturale propensione a scambiare e a barattare.
Per Genovesi ciò che distingue gli esseri umani dagli altri animali è il reciproco diritto-dovere di soccorersi e di aiutarsi. La vita civile è lo stare insieme per conseguire l’umana felicità aiutandoci, mettendo insieme le nostre virtù. È un reciproco scambio di virtù.
Secondo Smith il mercato è il luogo del mutuo vantaggio, dove ognuno pensa ai propri interessi. Per Genovesi è il luogo della mutua assistenza, in cui si commercia per il bene comune.
Per quanto riguarda le politiche economiche Smith pensa che l’estendersi del mercato porti con sé le virtù civili, come l’onestà e la correttezza, per cui raccomanda la costruzione di ponti e canali…
Per Genovesi la fiducia condivisa è l’anima del commercio, non la sua conseguenza. Egli raccomanda di costruire canali morali, perché le vie di comunicazione, da sole, non fanno sviluppare il commercio. È inutile costruire strade e canali se non si costruiscono prima canali morali.

LA SFIDA
Qual è la sfida che abbiamo davanti a noi e a cui l’economia civile ci permette di rispondere?
Nella “Caritas in Veritate” Benedetto XVI afferma: “La grande sfida che abbiamo davanti a noi… è di mostrare, a livello sia di pensiero che nei comportamenti, che… nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione di fraternità, possono e devono trovare posto dentro la normale attività economica” (CV 36).
Quando la CV parla di dono lo mette sempre in relazione alla fraternità, perché solo tra fratelli si può essere liberi di donare.

LA GRATUITÀ E IL DONO
In genere confondiamo la gratuità e il dono con il buonismo.
Prima di tutto occorre distinguere tra “gratis” e “gratuito”. La parola “gratuito” è molto più ricca della parola “gratis”.
Si pensi a S. Francesco che diceva ai frati che quello che essi donavano era talmente grande che non sarebbe stato sufficiente tutto l’oro del mondo per ricompensarli.
Un atto di carità è infinito, è immensamente grande. Riducendo il gratuito al gratis lo si sminuisce tantissimo.
La gratuità non è regalata dopo l’attività economica, né tanto meno è la filantropia o l’altruismo di chi può permettersi di donare tanto. Ciò che conta è come si guadagnano ingenti somme.carjpeg
Abbiamo a che fare con la gratuità tutte le volte che un comportamento ha un valore in sé e non è solo mezzo per qualcos’altro. Quando ci si attiva nella gratuità la strada da percorrere è importante quanto la meta da raggiungere. Non va associata al “che cosa” si fa o ad una classe di azioni, ma al “come” si fa. Come afferma Primo Levi, ricordando il modo di lavorare di un muratore ad Auschwitz, “il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato nell’uomo da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico”.
La gratuità è un trascendentale, una dimensione dell’essere come il bello, il buono, il vero. Essa (analogamente alla parola “carisma”) deriva da “charis” che significa “grazia” o “ciò che dà gioia.
Come dice Benedetto XVI nella “Deus Caritas Est”, la charis ossia l’agape è la forma d’amore che i cristiani hanno capito dall’esempio di Cristo.
L’economia ha un grande bisogno di gratuità.
Vivere la gratuità non significa far parte del mondo dei buoni che sono impegnati nell’economia alternativa. Tutta l’economia ha un estremo bisogno di gratuità.

DALLE CRISI SI ESCE CON LE INNOVAZIONI
Maclntyre, dopo aver riconosciuto a S. Benedetto un ruolo decisivo nella salvezza della cultura europea dopo la crisi dell’impero romano, così commenta: “Se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta però i barbari non aspettano di là dalle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro S. Benedetto”.
Oggi Benedetto XVI ci chiede di mostrare con le nostre opere che la gratuità può e deve stare nel mercato e che, anzi, lo fa funzionare meglio. Il profitto non deve essere l’obiettivo.
Tutto ciò ci interroga anche sugli stili di vita che siamo chiamati ad assumere. Ma per fare questo, occorre un’educazione alla gratuità e alla fraternità a partire dall’infanzia. È importante anche scoprire i carismi nella loro dimensione civile.
I cambiamenti culturali sono lenti. L’unica via è mostrare con le nostre opere che un’economia umana è possibile.

Sr. Allessandra Smerilli
Docente di economia politica e della cooperazione,
alla Pontificia Università Auxilium e
all’Università Cattolica di Roma

(Tratto dalla relazione del 9 novembre 2013, Assisi – a cura di Graziella Baldo)

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