Il Cantico

Omelia di fr.Vittorio Viola ofm – S. Messa del 10 novembre 2013,
Basilica S. Chiara

violajpegChissà che cosa vorrà fare la Parola di Dio dentro la vita di ciascuno di noi se ci rendiamo anche minimamente disponibili alla sua forza! Questa Parola non la si comprende come fosse un concetto, ma contiene la forza di un’azione dentro di noi. È una Parola che vuole operare qualcosa nella nostra vita. Bellezza di questa potenza!
Noi ci ritroviamo intorno a questo altare, proveniamo da luoghi diversi e ci sentiamo raggiunti dalla stessa azione che questa Parola contiene. È un’azione a cui rendersi docili. Pensate se noi ci rendessimo in una docilità piena come quella di S. Francesco davanti al Crocifisso di S. Damiano, in una disponibilità totale senza calcolo, senza ragionamenti che soffocano la Parola, senza restrizioni mentali né compromessi!
La vita di S. Francesco e di S. Chiara, che hanno lasciato alla Parola di Dio spazio libero di agire in loro, continua a stupirci.
Se noi fossimo raggiunti dalla potenza di questa Parola che vuol fare qualcosa di giusto, di vero, di bello nella vita di ciascuno di noi! Così cresce il corpo di Cristo e si edifica la Chiesa.
Anche la docilità alla tua Parola, o Signore, è dono tuo.
Nel Vangelo di Luca (cap.19 -20) si racconta che Gesù arriva a Gerusalemme trionfante, ma subito dopo la situazione comincia a incrinarsi. Gesù non punta a sfruttare il consenso. Se avesse detto che non dovevano pagare la tassa a Cesare, il popolo lo avrebbe ancor più acclamato. I riferimenti del Vangelo ai fatti attuali un po’ ci sorprende. Gesù non cerca il consenso, ma dice parole che possono anche urtare.
Racconta la parabola dei vignaioli dove Israele e i capi del popolo non fanno una bella figura. Qui inizia una serie di discorsi polemici tra Gesù e i suoi interlocutori che mostrano come quell’accoglienza del popolo si vada via via sgretolando, per lo meno nei confronti della classe dirigente dei farisei e dei sadducei. Verso questi ultimi Gesù si esprime con una parola chiara, libera che non teme il confronto. I sadducei erano un’aristocrazia che aveva assunto, dal punto di vista politico, una posizione non troppo condivisa dal popolo, soprattutto dai farisei, perché avevano scelto di collaborare con la potenza romana che occupava Gerusalemme. Andavano, invece, d’accordo con la classe alta dei sacerdoti. Dal punto di vista della fede, non credevano nella risurrezione.
Il cammino di Israele verso la consapevolezza della risurrezione, è lento come una lezione da imparare. I Maccabei, nell’Antico Testamento, nell’affrontare la morte hanno la certezza che il Signore li salverà e restituirà loro la vita. I sadducei, che non credono nella risurrezione, si accostano a Gesù tendendogli un tranello che si presenta con l’arma dell’ironia (Lc 20,27- 38). Presentano un caso che ha del grottesco: si rifanno alla legge di Mosè per la quale se un uomo moriva senza aver avuto figli, il fratello doveva prendere in moglie la cognata per assicurare una discendenza al defunto. Avrà suscitato ilarità pensare allo stato d’animo del sesto fratello che sposa la cognata. “Di chi sarà questa donna al tempo della risurrezione?”.
Questa domanda doveva mostrare come, di fronte alla legge di Mosè, l’idea della risurrezione non reggesse. Nei confronti di Gesù, venuto per salvare, questi uomini non sapevano fare altro che tendere un tranello, cercare capi di accusa verso di lui per metterlo in difficoltà e ingannarlo.
Questo è triste e ci sorprende, salvo poi comportarci in maniera non molto diversa, perché anche noi gli rivolgiamo domande che si avvicinano a quella dei sadducei quando mettono in dubbio la sua potenza, la sua bontà, il suo amore per noi. A questa questione Gesù risponde a più livelli. La prima risposta è mostrare come questa loro idea di risurrezione materiale non regga. Gesù dice che ciò che accadrà con la risurrezione sarà altro rispetto a ciò che noi viviamo. Non sarà semplicemente il trasporre le nostre relazioni in un tempo prolungato. Non si prenderà né moglie né marito, ma saremo uguali agli angeli.
Poi Gesù si confronta con la loro citazione di Mosè. Citare Mosè voleva dire citare un argomento forte. Gesù li riporta a considerare quanto è avvenuto quando dal roveto ardente Mosè ha sentito la voce del Signore: il Dio di Abramo non può essere il Dio dei morti. Vi state ingannando! Dio è il Dio dei viventi.
La parola della risurrezione è parola di vita piena che è la partecipazione nostra alla vita di Dio. Ed è una parola di rivelazione e di verità. Pensate a questo sullo sfondo di ciò che sta per accadere alla persona di Gesù, a come andrà incontro alla morte. Gesù si incammina verso la morte con la certezza della fedeltà del Padre, del suo amore, della potenza della sua vita.
Tutto questo come entra e come opera nella nostra vita?
La Parola è sempre molto personale, ma a noi è dato semplicemente di poterci aprire a un’intuizione della sua Parola. Altro non ci è dato. Gesù non indugia a descrivere nei dettagli come sarà la situazione dopo la risurrezione, dice solo che la risurrezione sarà altro rispetto a questa esperienza di vita. Non lasciamo che il mondo soffochi il nostro bisogno di futuro, di eternità e ci inchiodi al presente che passa, ma che ci vogliono far credere che sia eterno!
La prescrizione di Mosè di prendere in moglie la cognata che non aveva avuto figli, che altro era se non il voler garantire una presenza oltre la morte, attraverso la generazione dei figli?
La legge di Mosè esprimeva questo bisogno profondo nel cuore dell’uomo. Spesso noi su questo bisogno ci confondiamo andando alla ricerca di una conoscenza del futuro che non ci serve ed è ingannevole. Se Gesù non ha voluto descrivere nel dettaglio ciò che sarà, vuol dire che non ne abbiamo bisogno. Ci ha detto l’essenziale: che sarà una vita piena in Dio, perché Dio è il Dio dei vivi.
Il desiderio di immortalità è profondo e si soddisfa solo nel momento in cui noi crediamo in Dio. Dostoevskij nei “Demoni” dice: “Se c’è Dio, anch’io sono immortale”. La mia immortalità è indispensabile per il fatto che Dio ha acceso nel mio cuore qualcosa del suo amore che la morte non può spegnere. È Dio stesso che ha messo nei nostri cuori questo bisogno profondo di vita, perché veniamo da Lui. Ed è a questo bisogno profondo che Egli risponde donandoci in Gesù la sua vita. Egli si consegna totalmente a noi dandoci la possibilità di innestarci dentro di lui, di essere riempiti del suo Santo Spirito che è Spirito di vita e che introduce in noi la potenza, la bellezza e la pace, facendoci già adesso partecipi della sua vita. Da Gesù la risurrezione non è tanto pensata come qualcosa che verrà, quanto come qualcosa che è in atto. La certezza che avverrà, la pone già in atto nella nostra esistenza, un’esistenza da risorti, non in attesa di una risurrezione.
Noi sappiamo che l’amore è il dono della vita. Ed è la logica del dono che cambia la nostra etica, la nostra morale, il nostro modo di pensare, di relazionarci con le cose, con il creato e tra di noi, creando la fraternità.
La vita da risorti porta una novità nella nostra esistenza che il mondo non conosce, ma che vorrebbe conoscere, perché nel cuore dell’uomo c’è questo bisogno di novità e di pienezza di vita.
Se pensiamo che la risurrezione sia solo un fatto che avverrà o, peggio, qualcosa che è avvenuto solo per Gesù, questo pensiero rischia di farci piombare o nella paura della morte o nel desiderio di quella conoscenza di futuro che non dice nulla. Rischia di non farci stare nel presente, mentre la fede nella risurrezione che ci fa vivere da risorti, porta una novità già adesso, pur mostrandoci il fatto che non c’è nulla di definitivo, che siamo semplicemente nei primi istanti della nostra vita. Anche se abbiamo ottanta o novant’anni, questi sono solo i vagiti della nostra esistenza che sarà piena nell’eternità che già viviamo.
Tutte le nostre esperienze di morte (il nostro peccato, il nostro limite) sono anche un anelito di risurrezione. I nostri peccati sono il nostro bisogno di essere investiti, riempiti, trasformati, travolti da questa vita nuova del Signore risorto. Non attendo la risurrezione, ma vivo da risorto. Questo vuol dire portare una parola di risurrezione dentro le nostre esperienze di morte che segnano la nostra esistenza. È qui che il Signore vuole portare la parola nuova della sua risurrezione che ci lancia verso un futuro di eternità, permettendoci di gustare la bellezza del presente, vivendolo fino in fondo con i piedi radicati sulla terra, ben sapendo che questa parola non è semplicemente una vaga consolazione spirituale, ma che diventa modo di pensare, stile di vita, modo di vivere le nostre relazioni, di fare politica, di lavorare, di pensare la nostra società, di usare le cose, tutto dentro questa pienezza di vita che ci viene donata in Gesù Cristo.
Signore, noi ti chiediamo di poter aprire il cuore alla bellezza e alla novità della tua risurrezione dentro di noi, che già adesso vuole recuperare frutti di novità là dove facciamo esperienza della tua morte! Ti chiediamo di essere docili, di aprire il cuore, di lasciarci trasformare perché tutta la nostra vita possa essere assorbita dalla tua e il mondo, vedendo la nostra vita, possa riconoscerti vivo!

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