Il Cantico

Educare alla fede

18/12/2014

Convegno “Custodire l’umano. Il bene della famiglia”.
Bellamonte, 27- 29 agosto 2014

serettiL’educazione alla fede avviene quando c’è stata la comunicazione della fede, che è una modalità della relazione. Quindi è fondamentale parlare della relazione entro la quale avviene la consegna della fede.
La realtà molto bella della compartecipazione, della consegna, della crescita della fede, della conoscenza di Cristo intesa come esperienza di Lui, può essere presentata in diversi modi. Si potrebbe argomentare sulle questioni relative alle difficoltà che la famiglia incontra, ma non vorrei partire dalla disamina di queste situazioni.
Le problematiche sono il lato “patologico”, ma si può parlare di malattia solo se si suppone un soggetto sano. Non voglio partire dall’uomo malato per descrivere l’uomo sano. Anche analizzando la storia del pensiero si può osservare che, chi è partito dal rovescio per descrivere il dritto, si è sbagliato, non è arrivato alla meta.

GRATUITAMENTE DATE
Stamattina Francesco Sala ha citato il passo: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Io devo parlare di questo “dare” che significa: consegnare, offrire, regalare qualcosa che ci è stato dato, cioè restituire.
Per i francescani la categoria della restituzione è fondamentale, perché era vissuta da S. Francesco che si sentiva sempre in debito di tutto quello che era consapevole di aver ricevuto.
Abbiamo ricevuto molti doni, ma il più grande e più prezioso è la fede. Come accade per tutti i doni, esso non deve essere trattenuto, perché ci è stato dato affinché lo diamo ad altri.
Dall’antropologia del Vaticano II ricordiamo che l’uomo diventa pienamente se stesso solo nella completa donazione di sé (Gaudium et spes, 24). E se non si comprende questa forza costitutiva del donarsi si cade nella destrutturazione identitaria che è uno dei principali problemi dell’uomo d’oggi. Infatti oggi è diffusa una dinamica psichica angosciante che fa immaginare una possibile perdita di sé nella misura in cui ci si dona. Questa dinamica impedisce di dare anche quel poco che si ha! Come quando si gioca a poker: se ci si considera perdenti e si cade nella paura, si finisce per perdere tutto.
Invece la logica vincente è quella di dare via tutto quel poco che si ha, senza riserve.
Il precetto della consegna della fede ha consentito al popolo di Israele di continuare a vivere e ad esistere. Nell’Antico Testamento è contenuta tutta una pedagogia della consegna della fede di padre in figlio nella successione delle generazioni. Ad essa dobbiamo sempre tornare.
«Bada a te e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita: le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (Dt 4, 9). «Raccontatelo ai vostri figli, e i vostri figli ai loro figli, e i loro figli alla generazione seguente» (Gl 1, 3).
«Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore» (Sal 78, 3-4).
«Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore, li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai » (Dt 6, 6-7; 11, 19).

CONSEGNA DELLA FEDE
Ci sono due linee principali seguendo le quali si attua la consegna. La prima è quella della narrazione. Occorre raccontare e il racconto è racconto di una storia. Raccontando si inserisce il figlio nella storia, nella grande storia di quel che Dio ha operato nella vita del popolo cui apparteniamo e nella vita nostra. Il racconto delle grandi gesta di Dio non è impersonale. Il racconto chiede tempi e modi. In famiglia oggi non si racconta più e così salta la dimensione storica, fuori della quale non c’è vero cristianesimo.
La seconda è quella della consegna dell’insegnamento. Il Signore non ha solo agito, ha anche parlato e parlando ha insegnato. L’insegnamento del Signore riguarda ciò che è vero e ciò che è giusto, la dottrina e il diritto, la morale. Quel che ci è stato insegnato dobbiamo insegnarlo a nostra volta ai nostri figli. La verità su Dio e sull’uomo il bambino la apprende innanzitutto in famiglia e consegnarla è un compito precipuo della famiglia.
Ritorniamo alla questione della natura della comunicazione della fede.
L’educare chiede la comunicazione che ha senso solo dentro la relazione.
La comunicazione fuori della relazione è un atto impersonale o addirittura assurdo. Dal punto di vista della genesi dell’umano nell’uomo si può osservare che il bambino impara a parlare solo dopo un po’ di tempo dalla nascita durante il quale vive in relazione con la madre che lo lava, lo nutre, lo accudisce, … Nel caso in cui il bambino non goda di questa qualità della relazione, impara a parlare molto più tardi. Ciò ci fa capire intuitivamente come la relazione preceda la comunicazione verbale e quindi come la comunicazione verbale prenda senso e rilievo dentro la relazione.
Allo stesso modo nella coppia è fondamentale porsi in relazione per poter comunicare. Quando l’uno parla dell’altro si capisce se sta guardando e intendendo proprio lui, oppure no, nel qual caso ciò che dice non ha in sé niente di costruttivo. La questione primaria è riacquistare lo sguardo, cioè la relazione, altrimenti tutto il resto è privo di senso e non si accende una vera comunicazione.
Inoltre c’è una comunicazione, e quindi una relazione, che ha una caratteristica genetica: parla e partecipa qualcosa di sé ad un altro, e rigenera l’altro. In realtà le relazioni sono vere quando toccano il punto genetico dell’altro, cioè il punto in cui l’altro nasce; ma ci sono relazioni che in particolare hanno in sé questa potenza costitutiva, cioè che sono generative.
I cristiani hanno meditato su questo riflettendo sui misteri più importanti di Dio, che riguardano la Santissima Trinità, poiché la vitalità di Dio consiste proprio nello scambio totale dell’Uno all’Altro, che decide l’identità di ciascuno. Per esempio Dio è Padre perché genera il Figlio (non perché è Padre nostro). L’essere Padre è costitutivo della sua identità. La relazione di generazione del Figlio gli dà l’identità di Padre.

RELAZIONI GENERATIVE
Così i cristiani hanno cominciato a meditare sulle relazioni che fanno nascere, che generano. Ad esempio quando parlano di paternità e di maternità si riferiscono a relazioni di questo tipo. Quando dicono che all’unità dell’uomo e della donna Dio ha dato il potere di generare, dicono che Dio (che non è sterile) ha reso l’uomo talmente simile a Sé che ha dato all’unità dell’uomo e della donna la potenza di generazione. La paternità e la maternità hanno questo significato per cui, per analogia, all’uomo e alla donna è concesso di dare l’origine.
La coscienza pura del bambino gli fa sentire come prima mancanza l’aver commesso mancanze nei confronti dei genitori, perché la relazione del bambino con essi è unica ed egli sarà sempre in un debito che non potrà mai contraccambiare. Il figlio potrà fare tutto per il genitore, ma non potrà mai ricambiare la vita che ha ricevuto.
Il padre è padre per sempre. La madre è madre per sempre. Di qui il comandamento che li riguarda e che è il primo tra quelli che riguardano il rapporto degli uomini tra loro.
La relazione col padre e con la madre è la più vicina alla relazione con Dio. Tale relazione intraumana suppone la relazione di Dio con noi. Ecco perché i cristiani hanno inventato la parola “comunione” per dire una particolare relazione tra persone umane, che suppone una relazione di Dio con noi.
La relazione di paternità o di maternità è di questo tipo, così come la relazione di unità uomo-donna che è stata stabilita in principio dal Creatore nell’essere ad immagine e somiglianza di Lui.
Per questo l’unica cosa che non va in crisi nella coppia è l’amore che, così come è stato consegnato e scritto dal Creatore nella relazione dell’uomo e della donna, viene da Dio, è “fiamma di Dio”(Ct 8,6).chiesa Bell
L’unione dell’uomo e della donna è santa, perché così l’ha voluta il Creatore. Il sacramento del matrimonio rende possibile questa santità all’uomo decaduto che, attraverso il vigore che gli viene dalla passione e dalla risurrezione di Cristo, può vivere in maniera piena la santità dell’unione.
La famiglia è chiamata a portare a compimento la generazione nella consegna della fede. Come dice S. Agostino la generazione della carne è incompiuta finché non si genera la fede.
La prima consegna della fede è tutta creaturale. L’amore (che non è l’insieme dei sentimenti, delle pulsioni…) che è donato alla coppia da Dio va donato al figlio. La coppia che vive nella verità riconosce che l’amore “non nasce dal sentimento effimero, ma dall’impegno che gli sposi prendono in una comunione di vita totale” (Papa Francesco).
La prima consegna della fede avviene nella verità della vita di coppia legata da un amore donato.
La famiglia è l’unità della coppia, anche se avesse dieci figli. Se un genitore vuole amare i suoi figli deve imparare ad amare sempre di più il coniuge, perché il bene dei figli è l’accrescimento della “fiamma di Dio” consegnata all’inizio della vita di coppia. I figli sono “figli dell’amore”, dell’unità dei genitori.

IL FIGLIO VIVE DELLA BELLEZZA DELL’AMORE DEI GENITORI
Il bambino ha la percezione precisissima di dipendere dalla qualità dell’unità dei genitori.
Un figlio che vive con genitori che hanno riconosciuto attraverso l’intelligenza e hanno accolto nella libertà la “fiamma dell’amore” come dono grande di Dio a cui sono chiamati a dare risposta, ha un’umanità ben formata, ha cognizione di sé, è obiettivo, è realista (il reale è quello che Dio ci dà). Egli è portato nella verità della sua umanità dalla bellezza dell’amore di suo padre e di sua madre ed è perciò in grado di sviluppare un’intelligenza di sé e di porsi domande reali. Ha in sé la domanda di Cristo anche se non è arrivato a comprendere il mistero di Cristo.
Il dono di Dio è inabbracciabile. L’unità dell’uomo e della donna è fiamma di Dio: è qualcosa di talmente grandioso che non si può ridurre. Tant’è vero che quando muore il coniuge di una coppia che ha vissuto bene questo mistero, l’altro porta in sé la domanda violentissima di conservare l’unità, la comunione con il coniuge morto. Quest’ultima è un preludio, una caparra di un’altra forma di relazione: la comunione dei santi a cui siamo chiamati eternamente e definitivamente. Essa è la pienezza di tutte le relazioni.
Il fatto che la coppia sia oggi stata alterata nella sua verità relazionale e comunionale ha fatto sì che si stiano producendo generazioni che non hanno più la domanda della loro umanità, della verità di sé e perciò non hanno più la domanda di Dio, poiché se non c’è l’uomo non c’è Cristo!
Si deve ricostituire il piano dell’umano affinché, arrivando al culmine di sé, l’uomo si ponga la domanda di Dio. Come dice S. Agostino prima di diventare cristiano: “E allora io divenni per me stesso una magna quaestio”. Non gli era sorta una domanda a livello dell’intelligenza, ma la sua umanità era diventata una domanda.
Nella prima consegna della fede generiamo, cresciamo uomini che possono avere il dono di vedere la propria umanità come una magna quaestio. La nostra umanità senza Cristo è solo una grande domanda.
La seconda comunicazione della fede è il compimento della prima che pone la grande domanda sull’uomo. Cristo è il redentore dell’uomo.
La costituzione dell’umano è una straordinaria premessa alla comunicazione della fede da parte dei genitori. Si può osservare che quando S. Paolo parla della relazione di generazione nella fede usa sia l’analogo della maternità che della paternità. Dice: “Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo”(1 Cor 4,15). E ancora: “Figlioli miei che io partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi”(Gal 4,19).
Anche S. Francesco parla dell’essere madri di Cristo da parte di ogni cristiano.
Questa seconda consegna della fede è impegnativa come la prima ed ha come suo obiettivo quello di rendere presente un Altro nel cuore di colui che diventa figlio nella fede. La generazione nella fede consiste nel formare Cristo in lui.
Dice S. Paolo: “Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di carne dei vostri cuori”(2 Cor 3,2-3).

FARE ESPERIENZA DI UN ALTRO
È questa la seconda consegna della fede: fare esperienza di un Altro, di Cristo.
Non si tratta di insegnare le preghiere… ma di permettere al figlio di cominciare ad entrare in relazione con Cristo, di scrivere Cristo nel suo cuore. Ma per fare questo è fondamentale il come la coppia vive la fede, la circolazione della fede nella coppia.
Il figlio non ha il sigillo delle buone intenzioni dei genitori, ma del loro essere. Il bambino intuisce il mistero di fronte al quale stanno i genitori.
Può capire solo il modo in cui i genitori stanno di fronte al mistero di Dio e pregano, mentre non può capire che l’Eucaristia è frutto incalcolabile di una quantità di grazie di Dio. S. Teresa di Lisieux recepì quello che disse un predicatore guardando la faccia di suo padre sulla quale era scritto come lui era cristiano, come era compreso dai contenuti della predica, come era rapito dalle cose che venivano dette.
Non poteva in alcun modo avere accesso ai contenuti che il predicatore stava presentando. Allo stesso modo quando noi preghiamo prima di mangiare, i nostri figli ci guardano e da come noi siamo compresi dalla preghiera, dall’intensità del nostro atto, vengono anch’essi introdotti nella realtà della preghiera.
Non sono le nostre ingiunzioni e le nostre affermazioni che li portano dentro la preghiera. Così, entrando in chiesa, il bambino recepisce la sacralità del luogo dal comportamento dei genitori. Far crescere nella fede significa che noi cresciamo nella fede.

AUTOREVOLEZZA DELLA FAMIGLIA
La fede non è un fenomeno culturale, non è una presa di posizione culturale. Se la riduciamo a questo, i nostri figli potranno accedere ad un’altra cultura o non cultura, che ha un potenziale d’urto più forte, mentre se Cristo è stato scritto nelle tavole di carne dei loro cuori non potrà essere più cancellato.
Comunque la famiglia è autorevole se è ben legata alla Chiesa di cui porta i contenuti. Non basta la verità dello stare dei genitori davanti al Signore, ma occorre riportare l’obiettività di quello che la Chiesa insegna.
Papa Francesco, citando un proverbio africano diceva: «per educare un bambino ci vuole un villaggio». Per educare un bambino ci vuole un popolo. Se la famiglia è inserita nel popolo di Dio che è la Chiesa e vive la dinamica comunitaria, i contenuti che vengono comunicati e consegnati ai figli possiedono la verità e l’autorevolezza del popolo, viceversa essi verranno interpretati quale opzione possibile tra tante altre e non distinguibile da tutte le altre possibili.
Il legame della famiglia che vive nella fede e della fede con le altre famiglie che vivono la stessa fede è fondamentale per la comunicazione e l’educazione dei figli alla fede medesima. E ciò è dovuto alla realtà della fede stessa che è «fede della Chiesa», come si dice nella liturgia battesimale, fede del popolo.

Don Massimo Serretti
Docente di teologia dogmatica Università del Laterano

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