mons.tosojpegSi tiene in questi giorni, a Roma, la Scuola di pace promossa dalla Casa Frate Jacopa sul tema “Fraternità, fondamento e via per la pace”. L’evento si collega idealmente al Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace, incentrato proprio sul tema della fraternità. All’incontro è intervenuto oggi mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace. Nell’intervista di Alessandro Gisotti, mons. Toso si sofferma sui punti che più l’hanno colpito del

Messaggio del Papa per la Giornata della pace:

R – Lo sguardo in profondità, che legge la realtà complessa odierna specie nei suoi aspetti positivi, ossia nella sua struttura di fraternità, punto archimedico su cui far leva per un futuro di speranza. E, poi, il vigore prospettico: la fraternità è presentata non solo come criterio interpretativo ma anche come principio architettonico della realtà sociale. Infine, l’ansia missionaria: per Papa Francesco il cristianesimo, con l’annuncio del Vangelo della fraternità, offre un apporto specifico, unico, nella costruzione di una società giusta e pacifica.

D. – Una parte importante del Messaggio è dedicata alla crisi socio-economica. Qui il Papa sottolinea che la crisi ha radici ben più profonde del mero dato economico. Una sua riflessione…

R. – La fraternità, assunta e vissuta come dimensione dell’essere e della relazionalità umani, può senza dubbio contribuire a strutturare l’economia e la finanza come attività “amiche dell’uomo”, di ogni uomo e di ogni popolo; può farle ritornare – dopo periodi di idolatria del profitto a breve termine -, ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza e allo sviluppo, come auspicava d’altronde Papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate, ossia a porsi decisamente al servizio delle persone, dell’economia reale, del lavoro, delle imprese, delle comunità locali. La fraternità potrà sostenere – secondo il pensiero di Papa Francesco – nello smascheramento delle false ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati, che negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune; nonché nello smontare quelle teorie della “ricaduta favorevole” alle quali si accenna nell’Esortazione Evangelii gaudium, e che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggior equità e inclusione sociale nel mondo.

D. – Come la dimensione della fraternità può essere concretizzata dai cristiani nella vita sociale, nell’impegno per il bene comune?

R. – La fraternità oggi può svolgere, in particolare, un ruolo decisivo nel rifondare la democrazia rappresentativa, partecipativa, sempre più aperta al sociale. Il concetto di democrazia oggi prevalente appare subordinato a mentalità neoutilitaristiche e neoindividualistiche che lo configurano come un progetto sociale e politico che non include tutti i cittadini e che non persegue coerentemente il bene comune. Il neoutilitarismo punta, infatti, a realizzare il bene per la maggioranza. Il neoindividualismo, che riduce il bene comune al bene dei singoli, finisce per promuovere il bene di pochi, dei più forti. I poveri, secondo un certo neoliberalismo, ci debbono essere sempre, perché senza di essi l’economia di mercato non può funzionare al meglio… La fraternità, che evidenzia l’eguaglianza di dignità tra le persone e che spinge a farsi “prossimo” nei confronti di chi è nel bisogno, comanda di scegliere tra una democrazia “a bassa intensità”, che produce esclusi e prevede anche alti livelli di povertà, e una democrazia “ad alta intensità”, inclusiva di tutti e che si ripropone di sconfiggere la povertà; tra una democrazia che si mostra indifferente nei confronti dei cittadini che sono caduti e feriti a causa di crisi che colpiscono i più deboli e una democrazia costantemente “samaritana” – si rammenti la parabola evangelica del Buon Samaritano -, ossia una democrazia che non passa oltre ma si fa carico delle fragilità dei cittadini più sfortunati, spogliati da eventi superiori alle loro forze, che li conducono alla disoccupazione e all’emarginazione sociale. La rifondazione della democrazia non è compito di qualcuno, ma di tutti. Non si tratta di articolare solo un nuovo programma economico e sociale ma soprattutto un progetto politico e un tipo di società in cui c’è posto per tutti e in cui tutti sono chiamati a collaborare alla realizzazione del bene comune! Non si tratta solo di cambiare dirigenti e volti, occorre che i rappresentanti siano preparati e dediti al bene comune, in sinergia con i cittadini rappresentati.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2014/01/04/