Il Cantico

Bellamonte, 22-25 agosto 2017

Sintesi dei lavori

img134Anche quest’anno il Meeting di fraternità a Bellamonte (Tn) ha avuto al centro il Convegno promosso dalla Fraternità Francescana Frate Jacopa col Patrocinio del Comune di Predazzo. Il Convegno, ormai alla 5ª edizione, articolato in più giornate sul tema “Seminare speranza nella città degli uomini”, si è svolto a Predazzo nell’Aula Magna del Municipio e nella Sala polifunzionale “Aldo Moro” a Bellamonte.
Nella introduzione ai lavori la Presidente nazionale Argia Passoni ha evidenziato come il tema scelto si ponga in continuità con l’anno passato, sentendo la necessità di proseguire l’approfondimento sull’abitare, in quanto cristiani e cittadini chiamati ad assumere la responsabilità dell’abitare per un abitare più umano e umanizzante. Siamo infatti in un tempo di trasformazione epocale dove si avverte povertà di prospettiva, mancanza di fiducia e di speranza, un progressivo degrado della convivenza civile in un contesto sempre più diffidente nei confronti dell’altro e distratto nei confronti del bene comune. Una società pervasa da violenza e paura a vari livelli, che ha bisogno di ritrovare cammini di speranza e di pace.
C’è la necessità più che mai di prendersi cura della città degli uomini, di prendersi cura del bene comune a partire dagli impoveriti, dagli esclusi. C’è la necessità nella liquidità del tempo presente di dare consistenza a “terre solide” che siano spazio umano; c’è la necessità di rigenerare il sociale rispetto all’individualismo imperante che aliena la persona e tende a sgretolare la comunità, la necessità di ritrovare le ragioni del vivere insieme in questo mondo plurale ma sempre meno fraterno. Tutto questo – ha proseguito Passoni – ci richiama ad essere dentro la città degli uomini, non per occupare spazi ma per ridonare le risorse dello spirito a questo processo ineludibile. Del resto le stesse scienze umane ci segnalano non solo che siamo in un passaggio antropologico, ma siamo ormai in un certo senso costretti a pensare ad un’altra modalità umana non più bellica (l’uno contro l’altro), bensì relazionale ed empatica, pena l’inevitabile estinzione, perché questo modo di vivere è insostenibile da tutti i punti di vista.
Quando parliamo di speranza non stiamo parlando di un qualche aspetto della vita dell’uomo, stiamo parlando del respiro dell’uomo, nel senso di anelito profondo di vita che circola nell’uomo. Bisogna seminare speranza perché l’uomo sia se stesso. E la speranza va continuamente alimentata. Seminare poi vuole dire orientarsi ad attività perché nasca qualcosa, tenendo presente i tempi di attesa, le coltivazioni necessarie, la custodia da mettere in campo. Seminare speranza in un mondo che rischia di crescere in disumanità vuole dire porre delle azioni capaci di innescare un processo diverso, un processo di umanizzazione. img136
Il nostro Convegno inizia volgendo l’attenzione all’“economia del bene comune” – ha proseguito Passoni – per richiamare all’importanza di riconoscere i semi di speranza che già sono presenti nella nostra realtà portando in presenza attraverso un’esperienza – quella dello splendido territorio che ci ospita – le condizioni perché la speranza possa alimentarsi (la concretezza, il rispetto dell’altro e del creato, il sentirsi comunità, la condivisione, la preziosità del lavoro) e aiutarci a crescere in interdipendenza e in reciprocità.
Tutto questo cercheremo di porlo in relazione agli ambiti in cui viviamo, per affrontare i nodi che il seminare speranza nella città degli uomini richiede di affrontare. Ci inoltreremo quindi nel cammino – ha concluso Passoni – cominciando a ripercorrere alcuni di questi nodi attraverso le tematiche scelte per le varie giornate che ci permetteranno di individuare campi in cui seminare, aiutandoci nel discernimento indispensabile per
• ridare spessore alla dignità del lavoro; quale speranza può esserci infatti per una società che aliena una delle dimensioni costitutive della persona?
• riparare la convivenza perché possa rispecchiarsi nella realtà di unica famiglia umana riflettendo su un nuovo ethos sociale e civile;
• ripensare la comunicazione perché possa essere portatrice di verità e di bene;
• riumanizzare l’economia, la politica, la società, per passare dalla cultura dello scarto alla fraternità.

ECONOMIA DEL BENE COMUNE
La speciale apertura del Convegno ha visto la presentazione del Documentario “Dolomiti. Economia del Bene comune” a cura dell’autore, il giornalista Piero Badaloni, introdotta dai contributi istituzionali e ripresa nel dialogo con Don Rodolfo Pizzolli (Del. PSL Diocesi di Trento).
Il Sindaco di Predazzo, Maria Bosin, dando il suo saluto, ha comunicato un progetto occupazionale promosso dal Consorzio BIM dell’Adige all’insegna dell’essere insieme per ridare speranza, “insieme” che in questo caso riguarda 114 Comuni coinvolti nella restituzione alla collettività di risorse risparmiate nella valorizzazione dell’acqua per aprire nuove opportunità di lavoro e ridare speranza a famiglie in difficoltà (cf “Insieme per ridare speranza” nelle pagine a seguire).
Il Direttore della Fondazione Dolomiti Unesco, Marcella Morandini, si è soffermata sulla peculiarità del Patrimonio Dolomiti Unesco. Le Dolomiti, iscritte nell’anno 2009 nella lista del patrimonio dell’umanità, sono uno dei 200 siti naturali al mondo. La complessità di questo “bene seriale” – composto da 9 sistemi che si estendono su 5 Provincie e 2 Regioni dal Brenta fino alle Dolomiti Friulane – ha portato alla costituzione della Fondazione richiesta espressamente dall’Unesco per la gestione di un territorio così ricco e variegato sotto l’aspetto culturale, linguistico e amministrativo. La Fondazione ha il compito di fare in modo che i soggetti che hanno la responsabilità della gestione possano farlo in maniera coordinata, condividendo progettualità comuni, perché la scelta di impegnarsi per la trasmissione del Patrimonio alle generazioni future parte dalla responsabilità e dalla consapevolezza delle comunità locali.
Per promuovere la conoscenza di questo Bene, la Fondazione già nel 2013 ha commissionato a Piero Badaloni, con la collaborazione di Fausta Slanzi, una serie di documentari sulle Dolomiti Unesco ”Dolomiti: montagne, uomini e storie” dove per la prima volta le Dolomiti vengono narrate come un unico Bene. Poi, insieme alla Camera di Commercio di Trento e Bolzano è nata l’idea di arricchire questo patrimonio di relazioni, di conoscenze e di storia con un focus dedicato all’economia del bene comune, perché le Dolomiti Unesco sono ancor più bene comune nostro ma anche del mondo intero.
Mauro Leveghi, Segretario generale della CCIAA di Trento e Bolzano, nel presentare il progetto “Dolomiti. Economia del Bene comune” ha messo in evidenza che appartiene alle finalità del Documentario il riconoscere al territorio dolomitico, noto per la sua bellezza, la caratteristica di fungere da cerniera tra diverse etnie, di cui ha influenzato profondamente la storia e le tradizioni.
Uno studio recente ha dimostrato che negli ultimi sessant’anni mentre la montagna è stata abbandonata, le montagne del Trentino-Alto Adige hanno sempre mostrato un buon livello di antropizzazione, perché questo territorio è stato riconosciuto come un bene comune disciplinato dalle cosiddette “Regole” che costituiscono un retroterra importante della legislazione regionale e sono in definitiva anche l’anima dell’autonomia assicurata dalla Costituzione.
Leveghi ha poi individuato le tre direttrici di marcia che l’economia deve seguire per crescere e trasformarsi in benessere per la collettività: 1) responsabiltà territoriale che va oltre la responsabilità per la propria impresa; 2) coesione sociale: 3) sostenibilità ambientale. Si tratta di aspetti intrecciati tra loro e legati alla cultura del territorio, oltre che all’identità della popolazione. Si tratta, però, di elementi che possono trasformarsi in premesse affidabili di successo solo se c’è coerenza nella società e capacità di rafforzare l’identità territoriale che, in ultima analisi, significa “riconoscersi per essere solidali al proprio interno e farsi riconoscere all’esterno”.   questo il motivo per cui le Camere di Commercio hanno aderito con entusiasmo e convinzione al progetto “Dolomiti. Economia del bene comune”.
Il giornalista Piero Badaloni nel presentare il Documentario lo ha definito “l’ultimo capitolo di un viaggio affascinante che ormai va avanti da diversi anni, in una forma di collaborazione ad un obiettivo che la Fondazione si sta ponendo da quando è nata, cioè quello di far crescere la voglia di gioco di squadra. Una voglia di gioco di squadra che comporta una presa di coscienza: la consapevolezza di essere parte integrante di quello che è un bene comune”.
“Il collegamento con il tema del Convegno che si apre oggi con questa proiezione – ha poi proseguito – sta proprio in questo messaggio che il Documentario cerca di diffondere ma che ovviamente nasce a priori.
img141Io non ho fatto altro che limitarmi a raccontare una realtà. E questa realtà è quella che, a mio giudizio, deve essere presa in considerazione come punto di riferimento, se vogliamo veramente seminare speranza nella città degli uomini. Una realtà fatta di tanti valori che è bene ricordarci quando parliamo di “seminare speranza”. Sono valori che nascono dalla voglia di fare gioco di squadra prendendo consapevolezza di gestire un bene comune. Un bene comune che va rispettato, promosso e anche salvaguardato”.
Per fare tutto questo occorre la solidarietà innanzitutto – ha sottolineato Badaloni –, uno di quei valori che purtroppo a livello globale si sta un po’ perdendo (pensiamo all’Europa …). Invece qui è un elemento fondante e fondamentale, proprio per la valorizzazione di questo bene comune. E nello stesso tempo occorre un altro valore, la capacità di integrarsi. Ci sono chiaramente le diversità, che però hanno imparato a convivere e ad integrarsi. L’integrazione, è un altro elemento su cui, se vogliamo seminare speranza nella città degli uomini, dobbiamo riflettere con molta forza.
L’economia della montagna, non a caso definita “economia del bene comune”, è una economia che si regge e va avanti molto sul senso di rispetto di questo bene comune, ed anche sull’attaccamento a questo bene comune. Come si vede dal filmato – ha poi aggiunto a conclusione della proiezione – i giovani, nonostante le difficoltà, vogliono restare, ed hanno avuto un ruolo fondamentale nel ripopolamento di quelle zone dove c’era stata una emorragia (siamo nel bellunese), con il rischio anche di una degenerazione di quel difficile equilibrio dell’ecosistema locale. Attaccamento che poi arriva anche a esprimere quella frase che per me è stata commovente del giovane chef che dice: “Quando qualcuno mi chiede di andare a Londra, vado a fare una passeggiata sotto il Latemar con la scusa di raccogliere le erbe che mi servono per la sera, ma in realtà per innamorarmi di nuovo di questa bellissima montagna”. Così la signora di mezza età che, dopo aver perso il marito che aveva iniziato il faticoso recupero del proprio terreno puntando sulle erbe aromatiche, insieme alle due figlie pian piano ha continuato il lavoro fino a trasformare quell’ettaro di suo marito in una azienda di dimensione internazionale.img143
La chiave di lettura del Documentario ha una sua originalità: da una parte far crescere questa consapevolezza dell’importanza del bene comune, ma anche questo senso del gioco di squadra fra chi ne fa parte, cioè fra gli abitanti; d’altro lato c’è anche l’obiettivo di far conoscere questo bene comune a chi lo frequenta come turista, come visitatore. Un obiettivo anche di apprezzamento della cultura della montagna, una cultura che ha le sue “Regole”, che risalgono addirittura al Medio Evo, ma che nella salvaguardia dei beni collettivi, quali beni indivisibili, inalienabili, portano in presenza uno strumento di gestione del bene comune straordinariamente attuale.
La Fondazione – ha aggiunto – con grande tenacia sta cercando di far crescere la coscienza di appartenere ad una stessa comunità e sta crescendo questo senso di fraternità che travalica i confini amministrativi. In questo Documentario noi abbiamo fatto un viaggio incontrando in particolare testimonianze legate al tema dell’economia del bene comune, ma non abbiamo detto “questo è trentino”, “questo è bellunese” ecc.. No, questi sono gli abitanti delle Dolomiti. Ecco il salto di qualità culturale che era stato chiesto dalla Fondazione e che noi abbiamo cercato di realizzare e che sta cominciando a dare i suoi frutti.
Possiamo domandarci: “è esportabile quello su cui si regge l’economia della montagna? Secondo me, sì, però occorre una preparazione culturale, un attaccamento alla propria terra, ma soprattutto occorrono quei valori di cui abbiamo parlato: solidarietà e voglia di integrazione. Quei valori che in Europa si sono persi e che dobbiamo ritrovare al più presto per uscire dal tunnel. Si può fare. Basta volerlo”.

Don Rodolfo Pizzolli (Del. PSL della Diocesi di Trento) portando il suo contributo sul tema del Bene comune, ha esordito affermando come in questo Convegno siamo confortati dalla speranza riposta nei valori che da millenni hanno sostenuto le comunità cristiane vissute nell’arco alpino.
Esse hanno tratto ispirazione dalla Bibbia che ci presenta la vita e il creato come doni di un Dio che è padre e perciò vuole che tutti abbiano di che vivere, al punto che, quando questo non è stato possibile, in Israele Egli è intervenuto promulgando il Giubileo per la liberazione di tutti. Tutto ciò significa che nella corretta economia del bene comune le persone possono avere tutto quello che serve per vivere e realizzarsi. Inoltre si evince che la terra non deve essere troppo sfruttata, ma lasciata riposare e che gli animali vanno rispettati.
La gente che ha vissuto e vive nell’arco alpino deve confrontarsi costantemente con le sfide che la montagna chiede di affrontare. Per questo qui non è possibile essere individualisti, ma occorre vivere nella solidarietà e, ancora più, nella fraternità. Come nella prima comunità cristiana, è importante la condivisione dei beni e far sì che tutti i soggetti siano attivi e responsabili. Le “Regole” sono e sono state attente alla situazione reale delle persone. Per esempio quando la famiglia si ingrandiva la comunità assegnava un pezzo di terreno, donava un taglio di legname…
Il sistema delle Regole trova la sua radice nella realtà della Pieve, piccolo e diffuso centro di autogoverno. A conclusione della riflessione sul Bene comune Don Pizzoli ha invitato a tenere presenti alcuni valori:
– il cristianesimo vede l’essere umano con una dignità costitutiva, per questo si impegna al rispetto e alla valorizzazione della dignità di ciascuno;
– il cristianesimo vede la persona come unione di corpo e spirito, di relazionalità ed affettività, di spiritualità ed umanità, perciò una economia del Bene comune tiene presente tutti gli aspetti della persona e cerca di responsabilizzare nella costruzione della comunità attraverso il principio della sussidiarietà;
– il Bene comune esige la partecipazione di tutti, la responsabilità di ciascuno di prendersi cura dell’altro e della creazione, e anche che ci sia la dimensione dei beni comuni.

SEMINARE SPERANZA NELLA CITTÀ DEGLI UOMINI. IL LAVORO FONDAMENTO DELLA PACE
Dopo l’intenso pomeriggio introduttivo sui semi di speranza già presenti nella realtà, le giornate del Convegno si sono immesse nell’approfondimento dei nodi che il seminare speranza nella città degli uomini comporta.
S.E. Mons. Mario Toso (Vescovo di Faenza Modigliana) nell’affrontare il primo tema “Il lavoro fondamento della pace” – prospettando le linee preparatorie alla Settimana Sociale (Cagliari 26-29 ottobre 2017)) – ha auspicato che non si riduca l’attività lavorativa al fare tecnico e a pura trasformazione della materia. Ispirandosi all’enciclica “Laudato si’”, egli interpreta il lavoro soprattutto come “cura della casa comune” che sappia animare un “impegno corale” in vista della realizzazione di un’“ecologia integrale”, secondo l’insegnamento di Papa Francesco. Il lavoro deve mirare “al multiforme sviluppo della persona, della società e del mondo” e deve saper coinvolgere tutte le dimensioni della vita improntate ad atteggiamenti di speranza, quali: “la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di contemplazione”.
Con il continuo e sempre più veloce avanzare delle nuove tecnologie, il lavoro va sempre più attentamente considerato – ha detto Mons. Toso – come “attività che incide sull’umano stesso”, “sulla qualità della vita” che non può certo migliorare attraverso i meccanismi del mercato, ma richiede il perseguimento di “una logica di dono e di gratuità” capace di incrementare “quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole indispensabili alla vita civile e allo stesso mercato per la loro tenuta morale e la qualità della relazionalità”. Dopo aver denunciato “i seri pericoli” connessi allo sviluppo delle nuove tecnologie (spersonalizzazione e disumanizzazione, peggioramento della qualità della vita, assolutizzazione del profitto…), Mons. Toso ha richiamato i sani principi a cui si ispira la Dottrina Sociale della Chiesa, facendo riferimento all’enciclica Laborens Exercens di S. Giovanni Paolo II che sollecita a “una nuova cultura del lavoro fondata su un nuovo umanesimo”. Ispirandosi a questa enciclica, ha ricordato che il lavoro è un bene dell’uomo se in esso la dimensione soggettiva ha la preminenza su quella oggettiva, ovvero se “il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro”.
Ciò significa che “l’uomo del lavoro ha il primato di fronte alle cose e che lo scopo del lavoro è l’uomo stesso, poiché il lavoro non deve essere “l’unico scopo della vita”, fino a diventare un idolo.
Occorre dunque ispirarsi alla Dottrina Sociale della Chiesa che ci aiuta a “compiere una conversione culturale” che sia in linea con “uno sviluppo integrale, solidale, sostenibile, inclusivo” alternativo al modello di sviluppo oggi imperante, “basato sullo sfruttamento indiscriminato dell’uomo e del creato” e “su un’espansione illimitata”. Solo se il lavoro sarà “libero”, “creativo”, “partecipativo” e “solidale”, diventerà “generativo” e sarà posto “al servizio della pace” e “del bene comune della famiglia umana” rigenerando speranza, come auspica la prossima Settimana Sociale.

COMUNICARE SPERANZA
Giustino Basso, Presidente Ucsi del Trentino e Alto Adige, ha aperto la sua riflessione affermando che il tema proposta dal Messaggio GMCS 2017 “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo” è ritenuto oggi quasi un controsenso, perché ciò che fa notizia non è solitamente un fatto piacevole, anzi… C’è però un modo di porsi dinanzi alla notizia capace di oltrepassare “quel sentimento di rassegnazione che al male non si possa porre limite” (Messaggio GMCS).
img145Dopo aver riferito che la quantità di informazioni generata dall’inizio dell’umanità fino al 2003 (immagini, foto, musica, testi ecc.) viene oggi riprodotta nell’arco di sole 48 ore, Basso ha sottolineato che in assenza di regole e di leggi precise, c’è solo un modo di comportarsi, e riguarda tutti: la responsabilità personale ovvero il saper valutare le conseguenze della notizia che noi diffondiamo, in modo da creare, come dice il Papa, “uno stile comunicativo che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista”, ma sia contrassegnato dalla “logica della buona notizia” ispirata a “un approccio propositivo”. In un sistema comunicativo in cui la buona notizia è considerata una non notizia e si fa leva sulla spettacolarizzazione del male, il Papa vede il grave rischio – ha detto Basso – di “scivolare nella disperazione”.
Pensiamo ad internet dove regna l’anarchia delle regole e tutto sembra lecito. Di fronte a questo, urge pensare a una Carta per i nuovi diritti e i nuovi doveri della comunicazione fondata sull’etica della responsabilità per favorire “una comunicazione costruttiva” che favorisca una “cultura dell’incontro” e aiuti a “guardare la realtà con consapevole fiducia”. Citando Francesco Occhetta, Basso ha richiamato l’attenzione sui dieci verbi utilizzati dall’evangelista Luca nella parabola del Samaritano: lo vide, si mosse a pietà, si avvicinò, scese, versò, fasciò, caricò, lo portò, si prese cura, pagò, ai quali si può aggiungere l’undicesimo verbo: al mio ritorno salderò.
Sono verbi che dovrebbero fondare la deontologia di ogni comunicatore. Infine Basso ha presentato il Manifesto per un’Etica dell’Informazione elaborato dall’Ucsi allo scopo di rilanciare il significato dell’etica della responsabilità e dell’agire consapevole nel mondo della comunicazione.

ETICA CIVILE. PER UNA CONVIVENZA DELLA FAMIGLIA UMANA
L’espressione “etica civile” – ha ricordato il teologo Simone Morandini (Facoltà Teologica del Triveneto e ISE S. Bernardino di Venezia) – va ricondotta al moralista spagnolo Marciano Vidal il quale negli anni 80, in una poderosa opera sull’etica sociale, introduceva quest’idea: nelle società laiche e plurali occorre essere capaci di declinare la riflessione etica in un contesto civile, poiché non si può più identificare il contesto culturale con una particolare etica. L’etica civile non ha avuto una grossa risonanza nemmeno nella teologia morale cattolica.
La Fondazione Lanza l’ha ripresa a partire dal primo Forum tenuto a Padova nel 2013, che ha definito alcune coordinate di che cosa significhi l’etica civile. Il convegno del 2017 è stato un salto di qualità: è stata creata una rete di promotori (Il Regno, Focsiv, Cercasi un fine, Incontri, Centro Bruno Longo di Torino…), eterogenea, ma unita dalla passione per un pensare civile, per un’esigenza di ritessere la convivenza nel nostro tempo frammentato. Allargando l’invito per un cammino condiviso sono stati prodotti oltre un centinaio di testi selezionati (a cui ha dato il suo apporto anche Frate Jacopa) per essere presentati e discussi nei quattro seminari di Padova, Palermo, Firenze e Bari dove sono stati presi in esame i temi dell’ambiente e della politica, la dimensione interreligiosa, comunicativa ed educativa.
Nel Forum Nazionale del 1-2 aprile 2017 tutto ciò è stato articolato in sette punti che hanno costituito il “Patto per un’etica civile”, sottoscritto da diverse associazioni e da diversi singoli (www.forumeticacivile. com). In esso si esprime l’idea di un’etica civile attenta al bene comune, in sette dimensioni: la politica da rinnovare, l’idea di cittadinanza che vada al di là del “confine” della nazionalità, il rapporto fra le differenti religioni, l’esigenza educativa, l’istanza della sostenibilità nel rapporto economia ambiente, l’economia orientata al contrasto della disuguaglianza e infine la dimensione comunicativa.
La “città” è la metafora dell’incontro e della convivenza. Realtà preziosa e fragile – ha proseguito Morandini – che ha bisogno di essere quotidianamente costruita a partire dalle relazioni elementari interpersonali fino al livello delle relazioni sociali.
Non si tratta di tornare al bel tempo passato quando c’era una cultura sanamente omogenea con una sola tradizione. Viviamo in una società post-tradizionale nel senso che ci sono molte tradizioni che vanno gestite in modo positivo.
Come ritessere un’etica civile in una società post-tradizionale? Una risposta importante, che va tenuta presente, è il ritorno alla Costituzione frutto dell’incontro della tradizione cattolica, comunista e laica. Forse la sfida di un’etica civile è riprendere questa modalità di convivenza andando al di là delle rispettive tradizioni valorizzandole in modo che possano essere condivise e partecipate.
Nell’Apocalisse la Gerusalemme che scende dall’alto è una città con solide mura, ma con porte aperte ai quattro angoli in modo che tutti coloro che lo desiderano possano entrarvi. Ecco allora che usando la metafora della “città” non si vuole fissare la riflessione morale sulla cittadinanza. Un’etica civile non deve avere come suo nocciolo le mura della città, ma la comune umanità – ha concluso Morandini. Allora parole come accoglienza, responsabilità… acquistano una scala davvero inedita.

DALLA CULTURA DELLO SCARTO ALLA FRATERNITÀ
Nell’affrontare il tema l’economista Paolo Rizzi (Università Cattolica di Piacenza) ha evidenziato come i processi di globalizzazione in corso abbiano determinato aumenti esponenziali degli scambi commerciali, di beni, servizi e persone, con innegabili aspetti positivi (sviluppo di paesi poveri, riduzione della povertà assoluta, solidarietà internazionale). Non si può tuttavia nascondere il lato oscuro rappresentato dal fondamentalismo e dal terrorismo; a questo si aggiungono forme nuove di sfruttamento del lavoro e della terra. img151
A preoccupare oggi è anche il fenomeno dei colossi delle telecomunicazioni che, a fronte di cospicui guadagni, non hanno prodotto un parallelo aumento dei valori di fatturato e dell’occupazione, come avveniva con la old economy. Per non parlare dell’evasione fiscale! Inoltre le multinazionali sono la causa prima del mancato sviluppo in molte aree dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. Che dire poi dei conflitti armati, degli esodi epocali, delle chiusure xenofobe e di nuove forme protezionistiche nei paesi occidentali soggetti al crescente flusso di profughi?
Rizzi, accanto a importanti questioni economiche, quali la competitività, la sostenibilità e l’equità, ha citato la “cultura dello scarto” sempre più diffusa che ci rende insensibili agli sprechi alimentari e via via disponibili a scartare uomini e cose, come denuncia papa Francesco. Di fronte alla contraddizioni dell’economia contemporanea per il prof. Rizzi, occorrono risposte di politica pubblica e scelte personali efficaci ispirate ai valori del Vangelo che guarda alla “polis” presente pensando alla comunità del futuro e ponendo in primo piano l’attenzione ai poveri considerati oggi “inutili” e “invisibili” perché non consumano (Z. Bauman).
L’attesa cristiana della fine, per Rizzi, non è sinonimo di indifferenza riguardo ai valori terreni, ma di un impegno nella politica e nell’attività economica con spirito di servizio. Il Vangelo sembra chiederci di essere “strabici”, ovvero di avere un occhio che, pur sapendo vedere lontano, sia anche attento alla persona vicina.
Alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa, Rizzi vede nella famiglia la cellula capace di ricreare speranza nella vita, in modo che la volontà di fare figli possa diventare più forte delle paure legittime per i costi che oggi la gestione familiare richiede; di definire regole educative per dare orientamenti più sicuri; di diffondere il coraggio della condivisione (case-famiglia, adozione, affido, accoglienza di minori…). Per il lavoro Rizzi indica tre orientamenti: nutrire le aspirazioni dei giovani, anche se apparentemente lontane dagli sbocchi occupazionali più sicuri; avere il coraggio del basso stipendio, per testimoniare che il reddito non è la priorità assoluta della vita; capire che il lavoro «salva sempre».
Il profitto non va considerato come l’unico regolatore della vita dell’azienda (Centesimus Annus), poiché il primato spetta ad un’economia etica fondata su: “amicizia, socialità, solidarietà, reciprocità” (Caritas in Veritate). All’impresa Rizzi affida il compito di fare dell’imprenditorialità un mezzo per aiutare le persone, creando lavoro e ricchezza condivisa, sostenendo nuove forme di economia sociale (economia di comunione, banca etica, cooperative di comunità…). Ed infine Rizzi richiama i cristiani a testimoniare un metodo di vita sociale mirabile e paradossale, a vivere come forestieri, a partecipare alla vita pubblica come cittadini che, pur dimorando sulla terra, hanno la loro cittadinanza nel cielo.

CONCLUSIONI
Dal Convegno, seguito con vivo interesse nelle sue varie articolazioni, è nata una nuova consapevolezza che il seminare speranza nella città degli uomini esige una conversione personale e comunitaria per porre in atto processi di rigenerazione sociale, economica e politica al servizio del vero bene di ogni uomo e di tutti i popoli.
Solo coltivando quotidianamente la speranza ancorati alla contemplazione e all’esercizio del discernimento sarà possibile una mobilitazione perseverante per passare dalla cultura dello scarto alla fraternità.
È una interpellanza alla continua costruzione del “noi” del popolo di Dio – ha concluso Argia Passoni – per apprendere a portare il nostro contributo alla edificazione di una società più fraterna, “rendendo ragione della speranza che è in noi”. Il compito è grande ma la speranza è una sola ed è per tutti. E ci è donata per rendercene con gioia attivamente e creativamente responsabili.

A cura di Graziella Baldo

Rimandiamo per un approfondimento agli Atti del Convegno, pubblicati ora nelle Edizioni Frate Jacopa (cf Presentazione del volume a pag. 21).

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